Mezzaluna
07.03.2012 - 17:51
Analisi
 
Iraq: per far riuscire il vertice arabo, Baghdad tenta un difficile approccio all'Arabia Saudita
Roma, 7 mar 2012 17:51 - (Agenzia Nova) - “I preparativi per tenere il summit arabo del 29 marzo sono stati completati, e Baghdad è ora pronta per accogliere i leader dei diversi paesi”. E’ quanto ha annunciato lunedì scorso con una punta d’orgoglio il presidente iracheno Jalal Talabani al suo arrivo a Sulemaniya, sua città natale nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. Un annuncio che spiega il miglioramento dei rapporti tra Baghdad e Riad che vivono una sorta di rottura diplomatica dal lontano 1990, anno dell’invasione del Kuwait da parte delle truppe del defunto dittatore Saddam Hussein.

La normalizzazione dei rapporti tra i due paesi è confermata, del resto: dalla decisione di Riad di candidare il suo ambasciatore in Giordania a rappresentare il paese come “ambasciatore non residente” a Baghdad e dalla visita effettuata da una delegazione di sicurezza irachena d’alto profilo nella capitale saudita, già prima che Baghdad annunciasse l’inizio di una cooperazione bilaterale nei campi della sicurezza e della lotta al terrorismo. Inoltre, è imminente una visita del ministro della Giustizia iracheno a Riad per risolvere la questione del rilascio di tre membri della famiglia reale saudita detenuti in Iraq per reati di terrorismo.

Per alcuni tuttavia, come il docente di scienze politiche nell’Università di Baghdad Ihsan al Shimmary, la distensione in corso tra i due paesi arabi “non è altro che un avvicinamento tattico che non rappresenta il consolidamento di interessi a lungo termine”. Il docente iracheno infatti è convinto che la repubblica islamica iraniana, “nonostante il pesante lascito della guerra tra i due popoli” all’epoca di Saddam Hussein “rimane il paese che controlla le regole del gioco a Baghdad”. L’Iraq, d’altra parte, ha necessità di ospitare con successo il summit dei capi di stato arabi per riproporsi con autorevolezza nell’arena politica regionale e internazionale a distanza di otto anni dalla caduta del regime di Saddam.

Gli iracheni però sono chiamati a sciogliere alcuni nodi che per l’Arabia Saudita sono fondamentali, in particolare la posizione di Baghdad rispetto alla crisi siriana e soprattutto rispetto al regime sciita in Iran, ritenuto da Riad il principale antagonista dell’Arabia Saudita nella regione. Ecco perché proprio in questi giorni il ministro degli Esteri saudita, principe Saud al Faisal, ha condizionato il livello della rappresentanza di Riad al vertice di Baghdad al grado con cui Baghdad prenderà le distanze da Teheran e Damasco.

Washington e Riad sono consapevoli dell’ansia con cui gli iracheni vogliono far riuscire il summit di Baghdad. Tuttavia anche la famiglia regnante in Arabia Saudita sa bene di avere bisogno dell’Iraq soprattutto riguardo agli avvenimenti siriani: i paesi del Golfo, i più ostili al regime di Damasco, hanno infatti bisogno di un voto compatto in seno alla Lega araba per intraprendere azioni decisive nei confronti del presidente siriano Bashar al Assad. La riluttanza di Baghdad ad aderire alle prime risoluzioni dell’organismo panarabo sembra aver convinto Riad della necessità di portare l’Iraq al suo fianco. Posizione condivisa tra l’altro da Washington, soprattutto in funzione anti-iraniana.

Restano da comprendere le ragioni che spingono il premier sciita iracheno Nouri al Maliki ad ammorbidire le sue posizioni nei confronti dei sauditi, che sono di confessione sunnita. I motivi possono verosimilmente essere attribuiti a due aspetti: il primo è di carattere politico, e riguarda la grave crisi istituzionale nata in Iraq tra sciiti e sunniti dopo la partenza delle truppe Usa. Lo scorso dicembre il vice presidente della repubblica irachena, il sunnita Tareq al Hashimi, è stato raggiunto da un mandato di cattura per reati di terrorismo. Hashimi è un esponente di punta dello schieramento sunnita al Iraqiya che sostiene il governo di al Maliki, e la sua vicenda ha dato il via ad una fase potenzialmente distruttiva della stabilità stessa dell’Iraq. Va da sé che migliorare i rapporti con Riad, che sponsorizza i sunniti iracheni, è la strada più sicura per contenere gli effetti dirompenti di questa crisi ancora irrisolta.

La seconda ragione che spinge al Maliki a cercare di normalizzare i rapporti con Riad è di carattere economico: l’Iraq infatti è ancora lontano dai livelli di produzione di greggio, sua unica risorsa economica, ed eventuali investimenti ed aiuti dai ricchi Emirati arabi potrebbe contribuire alla ricostruzione nazionale e produrre riflessi positivi sulle condizioni di sicurezza del paese. Il punto è che l’Iraq finora è andato incontro alle richieste saudite solo per quanto riguarda il versante siriano, e non su quello iraniano.

In un’intervista al quotidiano saudita “Okaz”, al Maliki ha affermato di volere “un cambiamento” in Siria, ed ha ribadito che il presidente siriano Bashar al Assad non sarà invitato al vertice di Baghdad. Tuttavia, al Maliki si è guardato bene dal muovere appunti alla politica di Teheran, soprattutto riguarda al suo controverso programma nucleare o le sue minacce di chiudere lo stretto di Hormuz, all’imbocco del Golfo Persico.

Secondo l’esponente curdo iracheno Mahmoud Osman, deputato del parlamento di Baghdad, “i sauditi vogliono che l’Iraq si avvicini ai paesi del Golfo”, e Riad “sa bene che buone relazioni con l’Iraq hanno funzione anti-iraniana e anti-siriana”. D’altro canto, proseguono le riflessioni del politico curdo, “l’Iraq ha interesse a far riuscire il summit di Baghdad per certificare il suo rientro sull’arena politica regionale”. Tuttavia, spiega ancora Osman, paradossalmente la riuscita del vertice “metterebbe l’Iraq in una situazione difficile perché Baghdad avrebbe maggiori difficoltà a trovare la quadratura del cerchio tra gli impegni panarabi conseguenti e il mantenimento di buone relazioni con Teheran”. Va tenuta presente la forte influenza dell’Iran sull’Iraq di oggi, che è molto radicata.

In passato Teheran ha sempre sostenuto l’opposizione al regime di Saddam da parte degli sciiti che oggi governano il paese; in più, oltre alla comune appartenenza confessionale con gli ayatollah di Teheran, in questi ultimi anni la repubblica islamica è riuscita ad intrecciare forti legami politici, economici e religiosi con l’Iraq. “I sauditi devono fare molta strada prima di riuscire a raggiungere gli iraniani in Iraq”, commentava nei giorni scorsi un editoriale del “Washington Post”. Ecco perché per Osman è più facile pensare che “l’Iraq tenterà di trarre vantaggio dall’avvicinamento con l’Arabia Saudita allontanandosi solo in apparenza da Teheran”.

A spiegare bene la situazione è il direttore degli studi politici dell’Università di Baghdad, Hamid Fadil, secondo il quale “l’Iraq è sospeso in un tiro della fune a cui prendono parte molti giocatori”. Da una parte c’è “l’interesse” a fare riuscire il summit di Baghdad e ad ottenere alcuni vantaggi nei rapporti con il Kuwait e l’Arabia Saudita; dall’altra c’è “un dato di fatto incontrovertibile”, ovvero “l’inesistenza di una credibile alternativa araba da opporre alla sponsorizzazione iraniana, con tutte le garanzie che offre Teheran” ai fratelli sciiti dell’Iraq. Oltretutto, per il docente iracheno, “è la stessa Arabia Saudita a non avere né la disponibilità e neppure i numeri per sostituire gli iraniani”. (irb)