Atlantide
05.03.2012 - 13:07
Analisi
 
Vladimir Putin torna al Cremlino con un grattacapo: i ceti medi urbani
Roma, 5 mar 2012 13:07 - (Agenzia Nova) - Come pronosticato alla vigilia, le elezioni presidenziali del 4 marzo hanno riconsegnato a Vladimir Putin il controllo del Cremlino. Ma non è questo l’unico dato su cui occorre focalizzare l’attenzione. La partita, infatti, è stata differente rispetto a quelle svoltesi nel 2000, nel 2004 e nel 2008. E per certi versi potrebbe anche non essersi conclusa.
Intanto, l’affluenza alle urne ha fatto registrare una flessione rispetto alla tornata in cui Dmitrij Medvedev venne eletto alla Presidenza federale, quattro anni or sono, ma non tale da pregiudicare la valenza politica del voto. Altri due elementi sui quali la consultazione doveva fare chiarezza erano il livello di consenso ancora goduto da Putin e dal sistema di cui il neoeletto presidente è l’espressione, da un lato, e, dall’altro, la forza effettiva dell’unico “homo novus” affacciatosi sulla scena politica russa, l’oligarca Mikhail Prokhorov.
Le risposte pervenute ieri paiono significative. Forse Putin non ha ottenuto davvero il 63-64 per cento delle preferenze accreditatigli dalla Commissione elettorale centrale, ma neanche il sito indipendente “Golos” nega che il primo ministro in carica abbia superato il 50 per cento che gli occorreva per evitare il ballottaggio. Ciò significa che il nuovo inquilino del Cremlino è ancora la personalità politica più forte della Russia, anche se la sua popolarità non è più quella di un tempo.
Le cause del relativo appannamento dell’immagine di Putin sono molteplici. Ma due sembrano più pesanti di altre. La prima consiste negli effetti che la crisi economica internazionale ha avuto anche sugli umori dei russi: all’attuale premier, infatti, è venuta meno dopo il 2008 una parte di quella ricca rendita energetica che aveva permesso l’accelerazione dello sviluppo del paese. E che Putin, al governo in questi anni, potesse pagare dazio rientra nella logica delle cose. La sua campagna elettorale è stata difficile e non priva di momenti di tensione.
Hanno avuto un peso anche le controverse modalità del cosiddetto “arrocco”, con il quale per la seconda volta in quattro anni Putin e Medvedev si sono scambiati la carica. Soprattutto alla parte più liberale del ceto medio, la sostituzione del presidente uscente è infatti riuscita specialmente sgradita, tanto più perché decisa al vertice senza che vi fosse alcun meccanismo di consultazione che legittimasse l’operazione anche dal basso. Se si confrontano i risultati del 2008 con quelli di ieri, in effetti, non è difficile intuire che il consenso perduto da Putin è proprio quello che al suo sistema era procurato da Medvedev e che probabilmente è stato intercettato questa volta da Prokhorov, presentatosi alle consultazioni proprio con un programma di rinnovamento economico “business friendly”, con il dichiarato intento di preparare la fondazione di un partito politico.
Il quadro non sarebbe completo se non si sottolineasse come il confronto tra le anime più “liberal” e “sovraniste” del sistema politico russo sia stato sfruttato anche dagli Stati Uniti per indebolire la coesione complessiva della Federazione russa. A tale atteggiamento, in verità raccomandato in tempi non sospetti dallo stesso ex segretario di Stato Henry Kissinger dalle colonne dell’influente “Washington Post”, l’amministrazione del presidente Barack Obama si è risolta soprattutto negli ultimi quattordici mesi, cogliendo un risultato di rilievo il 17 marzo scorso, quando su disposizione del presidente Medvedev il rappresentante russo alle Nazioni Unite non oppose il veto alla risoluzione con la quale sarebbe stata autorizzata la campagna militare occidentale contro la Libia di Gheddafi.
E’ difficile, per come si sono messe le cose, che gli attriti affiorati dallo scorso autunno svaniscano adesso come per incanto. L’elezione è stata molto più autentica di quanto si tenda oggi a far credere: ne sono la prova non soltanto le lacrime di un Putin insolitamente emotivo, ma le modalità stesse dei festeggiamenti notturni di ieri, così simili a quelli che si vedono in Occidente e così diversi dalla passeggiata sulla Piazza Rossa con la quale nel 2008 venne celebrata la vittoria di Medvedev.
E’ probabile invece che l’urto prosegua. Ed il presidente uscente può svolgervi un ruolo di primo piano, sia in una logica pro-sistemica che di rottura. Nel primo caso, recuperando a Putin il sostegno dei ceti medi urbani che gli hanno voltato le spalle; nel secondo, invece, destabilizzando definitivamente il quadro politico nazionale, come pare auspicare il grosso della stampa anglosassone.
Il destino della riforma che ripristinerebbe l’elezione diretta dei governatori delle entità federate, cancellata da Putin quando si temeva l’esportazione in Russia delle “rivoluzioni colorate”, sarà verosimilmente la cartina di tornasole. Il progetto originario è già stato emendato, inserendo la previsione di un preventivo vaglio presidenziale delle candidature.
Ma un Medvedev opportunamente incoraggiato potrebbe esser tentato di sfruttare la carta riformista in modo più spregiudicato proprio per indebolire il presidente eletto, in maniera non troppo dissimile da quella di cui si valse Boris Eltsin per abbattere Mikhail Gorbaciov. Il presidente uscente può contare su importanti sostegni in quest’ottica, tanto dentro quanto all’esterno della Federazione. Difficile per il futuro primo ministro prevalere nell’eventuale confronto. Ma la battaglia indebolirebbe anche Putin, che sconterebbe certo un’ulteriore caduta della propria popolarità qualora fosse costretto ad una rimozione traumatica del suo delfino.
Intorno all’irrisolto dualismo che caratterizza la vicenda politica russa da qualche anno si svilupperà pertanto la lotta che deciderà del ruolo della Russia nel mondo. Tutto il resto è contorno. Anche le dimostrazioni di protesta che dovrebbero dominare la scena nei prossimi giorni e saranno certamente amplificate dai media. In questo contesto, giova ricordare come, stante la dipendenza energetica europea ed italiana dalle forniture russe, recentemente sottolineata dal nuovo accordo tra Eni e Gazprom, sia tuttora nel nostro interesse una Russia complessivamente solida e stabile.
 
Intanto, in Iran le elezioni parlamentari confermano i rapporti di forza interni al Paese
Roma, 5 mar 2012 13:07 - (Agenzia Nova) - Le elezioni parlamentari iraniane non sono state meno interessanti. Ancorché non se ne conoscano ancora i risultati definitivi, anche se è certa la vittoria dei conservatori vicini alla guida spirituale della Repubblica Islamica, il dato più rilevante è certamente quello relativo alla partecipazione al voto. Il grosso dei leader riformisti vicini all’Onda Verde sconfitta nel 2009, non potendo presentare proprie candidature, aveva infatti chiesto ai propri simpatizzanti di disertare le urne. Gli esiti del tentativo di boicottaggio sono sotto gli occhi di tutti. Ai seggi si è presentato il 65 per cento degli aventi diritto: un dato su base nazionale dietro il quale tuttavia si celano significative differenze, con percentuali decisamente inferiori a Teheran ed in generale nelle grandi città.
La partecipazione di 2/3 degli elettori al voto in un certo senso permette oggi di sgombrare il campo da alcune deformazioni prospettiche di cui la stampa occidentale rimase vittima due anni e mezzo fa. Corrisponde infatti ai consensi raccolti dal candidato presidente del fronte conservatore, che era allora compatto. I rapporti tra le fazioni più intransigenti del regime e coloro che invece vorrebbero riforme profonde è ancora di 2 ad 1. Inutile, quindi, nutrire eccessive speranze, almeno nell’immediato, nello scenario di un rovesciamento rivoluzionario dell’attuale sistema. L’opposizione è forte soprattutto nella capitale, mentre non ha fatto alcun passo in avanti nell’Iran rurale e periferico, dove in alcuni casi si è recato a votare anche l’88 per cento degli aventi diritto.
Ciò ovviamente non vuol dire che il voto della scorsa settimana sia stato irrilevante. E’ vero infatti il contrario. Con il presidente Mahmoud Ahmadinejad, in Iran è stato sconfitto il più serio tentativo di arginare il potere detenuto dal clero nella Repubblica Islamica. E’ stata respinta anche la linea della trattativa con il resto del mondo, e con gli Stati Uniti in particolare, che il presidente promuoveva sottobanco a dispetto dei toni estremistici e radicali della sua comunicazione politica.
Sul piano regionale e globale, la vittoria ottenuta indirettamente dall’ayatollah Alì Khamenei indebolisce in una certa misura la posizione dell’amministrazione Obama in Medio Oriente, mentre rafforza quella di Israele. Si sono infatti allontanate tanto la prospettiva di un accordo di vasta portata tra Washington e Teheran, fortemente temuta da Gerusalemme, quanto quella di un’insurrezione dei riformisti.
Per la logica perversa che domina le relazioni con gli Stati di quella turbolenta parte di mondo, non è quindi escluso che la sconfitta di Ahmadinejad possa paradossalmente accrescere le possibilità di evitare un attacco israeliano all’Iran. Sarà una coincidenza, ma alla convention della grande associazione che raggruppa gli ebrei americani, l’Aipac, il presidente Obama ha tenuto ieri il discorso più filoisraeliano degli ultimi anni. Sarà interessante ora vedere che impatto avrà sulla Fratellanza musulmana e gli altri movimenti emersi nella “primavera araba”, sui quali così tanto la Casa Bianca ha investito nell’ultimo anno.