Mezzaluna
01.03.2012 - 13:05
Analisi
 
Kuwait: per il paese un futuro pieno di incognite
Roma, 1 mar 2012 13:05 - (Agenzia Nova) - Con la prima seduta del nuovo parlamento, il Kuwait è entrato in una fase politica nuova, radicalmente diversa rispetto al passato. Dalle elezioni del 2 febbraio scorso è emersa un’Assemblea legislativa controllata da gruppi tribali islamici (34 seggi su 50) che possono mandare a casa il governo in qualunque momento. In questa fase di tensione nella regione del Golfo Persico, per le minacce dell’Iran di chiudere lo stretto di Hormuz al traffico internazionale di greggio, i nuovi sviluppi politici in Kuwait portano una serie di insidie: le incognite sono tante, a partire dai difficili rapporti con il vicino Iraq, la problematica integrazione politica in seno al Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) e infine le crescenti spinte islamiste che chiedono l’applicazione della legge islamica in un paese che ha una costituzione fondamentalmente laica.

Il piccolo e ricco stato del Golfo è chiamato così a scelte cruciali di difficile soluzione, proprio perché la maggioranza del parlamento è in netto contrasto con la volontà politica dell’emiro del paese. Non è la prima volta che un’opposizione eterogenea guadagna la maggioranza in parlamento. Questa volta però si tratta della maggioranza assoluta. L’emiro Sabah al Ahmed al Jaber al Sabah ha comunque l’ultima parola sulla formazione dell’esecutivo, della quale ha incaricato l’attuale premier ad interim, Jaber al Mubarak al Hamad al Sabah, appartenente al gruppo indipendente di minoranza, ma vicino alla famiglia reale e presente da diversi anni sulla scena politica con incarichi di governo.

La prima delle questioni all’ordine del giorno è l’invito del sovrano saudita Abdullah Bin Abdulaziz a trasformare in “Unione confederale” il Consiglio di cooperazione dei paesi del Golfo (Ccg). Il Kuwait, rispetto a tutti gli altri stati membri del Ccg, è l’unico ad avere una costituzione e un’esperienza democratica: un background diverso dalle monarchie del Golfo. “Una contraddizione di fondo esplosiva”, come scrive il quotidiano libanese “Al Safir”. A sollevare la questione con forza è stato il vice presidente dell’Assemblea nazionale, Khalid al Sultan, della corrente salafita che ha caldeggiato l’adesione alla proposta di Abdullah, anticipando che una maggioranza di 40 deputati solleciterà la creazione della “Unione confederale del Golfo”. Una presa di posizione non proprio gradita alla famiglia reale che teme il ridimensionamento del proprio potere pressoché assoluto a livello nazionale. Non a caso nel passato il Kuwait si è opposto al progetto della moneta unica dei paesi del Golfo.

Ad interpretare il pensiero dell’emiro è stato il presidente del parlamento, Ahmed al Saadun, il quale non ha esitato ad affermare che “non può esserci un’unione tra stati con sistemi politici diversi tra loro”. La seconda carica dello stato ha voluto quindi spiegare: “non posso parlare di unione tra un paese come il Kuwait che pensiamo goda in una certa misura di rappresentanza popolare dove la gente ha il diritto di gestire i suoi affari e stati che, con tutto il rispetto, hanno le carceri piene di migliaia di cittadini rinchiusi solo perché hanno un’opinione”.

Un problema non di facile soluzione e destinato ad alimentare divergenze proprio perché la maggioranza islamista tende ad assecondare il volere della famiglia reale nel regno saudita dove il Corano è di fatto la costituzione del paese. Ed è proprio la rinnovata spinta religiosa ad essere il secondo problema esplosivo con il quale bisogna fare i conti: la settimana scorsa il nuovo gruppo parlamentare islamista “Al Adala Bloc” (Gruppo della Giustizia) ha annunciato una proposta di legge per vietare la costruzione di chiese e altri luoghi di culto non islamici nel piccolo emirato. La proposta è stata fatta dal deputato Osama Al Munawer. Questi, in un primo tempo, aveva annunciato di voler presentare una legge per la demolizione di tutte le chiese del paese; in seguito ha spiegato che riguarderà solo la costruzione di quelle nuove.

La proposta, appoggiata da altri parlamentari, è motivata dal fatto che “il Kuwait ha già un numero eccessivo di chiese rispetto alla minoranza cristiana del paese”. Un altro parlamentare islamista, Mohammad Hayef, commentando la notizia della recente licenza di edificazione per una nuova chiesa concessa nella città di Jleeb Al Shuyoukh, ha affermato che tale provvedimento “è un errore del ministero degli Affari islamici” e che “non passerà inosservato”. La Costituzione stabilisce chiaramente la libertà religiosa e il diritto di tutte le persone di praticare la propria fede. La prima chiesa costruita in Kuwait risale al 1931 e nel piccolo paese ci sono almeno 200 fedeli cristiani.

L’Ong “Kuwait Human Rights Society” (Khrs) ha deplorato “il comportamento irresponsabile che diffonde tensione e odio tra i cittadini”, rimarcando che il Kuwait deve rimanere un paese che tutela sicurezza e tolleranza per tutti i cittadini e i residenti. Ma le ambizioni dei fondamentalisti non si limitano ad osteggiare solo la piccola comunità cristiana:
il gruppo parlamentare “Al-Adala Bloc” intende chiedere la modifica della Costituzione e di alcune leggi per rendere la sharia (la legge islamica) fonte principale della legislazione e del diritto, al fine di “preservare l'identità della società e dei suoi valori islamici, lavorare secondo i principi dell’uguaglianza, presentare disegni di legge ispirati all’Islam, combattere la corruzione e rafforzare l'unità nazionale” come afferma il manifesto del gruppo.

Il processo elettorale kuwaitiano è stato seguito con attenzione anche nel vicino Iraq e la vittoria della componente islamista ha destato allarme, in particolare tra la maggioranza sciita che vede nell’affermarsi dei sunniti un pericolo per il proseguimento dei buoni rapporti tra i due vicini. Nonostante Iraq e Kuwait abbiano riaperto le relazioni diplomatiche nel 2008, dopo la lunga interruzione causata dalla guerra del Golfo degli anni Novanta, persistono tutt’oggi annose questioni irrisolte, come quella dell’esatta delimitazione del confine tra i due paesi e dei prigionieri di guerra kuwaitiani non ancora rimpatriati.

L’Iraq è tenuto a saldare il suo debito con il Kuwait, secondo quanto previsto dal capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite e regolamentato dalla risoluzione 678 del Consiglio di Sicurezza, ma da un paio di anni sta trattando con l’emirato per potersi svincolare dal regime sanzionatorio tramite la creazione di un’istituzione finanziaria mista iracheno-kuwaitiana, nella quale vengano depositati i risarcimenti pagati da Baghdad al Kuwait, che dovrebbero poi essere successivamente reinvestiti da quest’ultimo in progetti sul suolo iracheno. Ora tutti questi sforzi di appianare il problema tra i due paesi vicini rischiano di sfumare grazie alla maggioranza sunnita nel parlamento kuwaitiano che non vede di buon occhio i “fratelli” sciiti che governano a Baghdad.

Oltre a tutti questi nodi il paese deve fare i conti con problemi a livello regionale, con particolare riferimento alla minaccia dell'Iran di una chiusura dello stretto di Hormuz. Il Kuwait si sta prodigando per trovare soluzioni alternative al trasporto di greggio e dei gas naturali; fonti principali della sua ricchezza. Ecco perché i prossimi mesi possono spingere il Kuwait “nell’occhio del ciclone”, come si legge in un editoriale del quotidiano arabo “Al Safir”. (irb)