Atlantide
28.02.2012 - 10:45
ANALISI
 
Afghanistan: il rogo di Bagram può compattare le fazioni contro l’Occidente?
Roma, 28 feb 2012 10:45 - (Agenzia Nova) - C’è forse un dato nuovo in Afghanistan e non è positivo: i disordini che da una settimana circa lo scuotono stanno forse compattando contro la Nato le maggiori etnie e fazioni esistenti nel paese. A provocare materialmente questo risultato sconfortante, è stata l’infelice decisione assunta da un ufficiale statunitense, che ha disposto la distruzione di alcune copie del Corano sequestrate ai detenuti del carcere di Bagram, a seguito della scoperta che questi se ne servivano per trasmettersi reciprocamente dei messaggi in codice.

La notizia è stata divulgata lo scorso 21 febbraio, probabilmente da uno dei dipendenti locali che assicurano i basilari servizi logistici e di pulizia a tutte le basi internazionali afgane, ed è stata immediatamente presentata ad arte come l’ennesimo atto sacrilego compiuto dalle forze occidentali, determinando un’ondata di proteste di particolare violenza ed intensità che si è estesa rapidamente all’intero Afghanistan. Anche se in passato non sono mancati infortuni simili, questa volta si notano degli elementi di novità che sarebbe imprudente sottovalutare, perché sembrano delineare un quadro che potrebbe anche preludere ad una svolta decisiva nella storia di questo conflitto.

In segno di protesta, intanto, sono scesi nelle strade tanto i pashtun dell’est e del sud, quanto i tagichi e gli uzbechi del nord e dell’ovest, dando vita ad una reazione unitaria e nazionale che in Afghanistan non si vedeva dagli anni Ottanta. Non vi partecipano - per adesso - soltanto gli sciiti hazara di Bamiyan. Su queste basi è facile pronosticare un incremento immediato di simpatie e consensi per l’azione della guerriglia, che potrà conquistare spazio anche laddove ha sempre faticato a ritagliarsene.

Secondariamente, ad assumere iniziative contro gli occidentali sono adesso anche elementi di provata fede al governo di Kabul: pare in effetti che i due ufficiali statunitensi uccisi il 25 febbraio dentro il ministero dell’Interno siano stati freddati addirittura da un agente del potente servizio segreto di Karzai, l’Nsd. Se fosse confermata, sarebbe circostanza grave, perché mentre dentro la polizia e l’esercito afgano si entra con una certa facilità, è sicuro che accedere all’Nsd, o comunque ottenere le autorizzazioni necessarie a frequentare certi ambienti particolarmente protetti, richiede il superamento di una selezione molto più accurata. L’incidente del Corano potrebbe quindi aver permesso all’insurrezione di farsi largo anche dentro il fronte dei lealisti “autentici”, rendendo ancor meno sicura la condizione in cui i militari occidentali sono costretti ad operare e riducendo la propensione della Nato a collaborare con la polizia e l’esercito di Kabul.

Infine, non va sminuito neanche il modo in cui le forze di sicurezza internazionali hanno reagito alle dimostrazioni, sia sul piano della comunicazione che su quello delle contromisure adottate sul campo. Alla crisi è stata infatti data una risposta goffa e tardiva, come se i comandi alleati avessero rinunciato a priori a diffondere e difendere un proprio punto di vista sull’accaduto, facilitando così enormemente il compito alla propaganda ostile alla Nato ed agli Stati Uniti. In questa circostanza, l’abitudine invalsa a promettere un’inchiesta si è rivelata insufficiente a tamponare la falla, ed ha anzi legittimato i peggiori sospetti.

Sul terreno, poi, si è adottata una postura esageratamente passiva: nella maggior parte dei casi, in presenza di assalti alle basi è stato infatti rimesso alle forze di sicurezza afgane l’ingrato incarico di sparare sulle folle, circostanza che difficilmente contribuirà ad elevarne status e prestigio interno. In altri, si sono deliberate vere e proprie fughe: com’è accaduto ad esempio nella strategica città settentrionale di Taloqan, abbandonata agli afgani dai cinquanta militari tedeschi che la presidiavano, subito dopo l’apparizione alle sue porte di alcune centinaia di dimostranti. Nelle stesse ore, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania disponevano inoltre il ritiro dei propri consiglieri da tutte le amministrazioni di Kabul. Scelte evidentemente rinunciatarie, queste appena descritte, in cui è difficile non vedere l’espressione di uno stato d’animo da imminente rimpatrio e fine delle ostilità.

Si tratta, sotto ogni punto di vista, di un vero e proprio disastro, al quale fortunatamente si sono sottratti per il momento i nostri militari, forse anche perché ormai estranei al controllo di Herat, unica città dell’Ovest afgano dove si siano registrati incidenti. A quanto è dato di capire, il quadro è al momento piuttosto deprimente. In una settimana di disordini, un centinaio di persone ha già perso la vita ed altre 4-500 risultano ferite in modo più o meno grave. Ma ciò che fa maggiormente pensare è il clima di rassegnazione e di resa che pare essersi impadronito dell’Isaf e del contingente statunitense in particolare, che non sono certamente rimasti indifferenti ai più recenti annunci sull’anticipo delle operazioni di combattimento e sul ridimensionamento dei programmi di sviluppo concepiti per le forze di sicurezza afgane. (g.d.)
 
Siria: aumenta il rischio d’incidenti suscettibili di precipitare un conflitto
Roma, 28 feb 2012 10:45 - (Agenzia Nova) - Resta tesa la situazione in Siria, rispetto alla quale si segnalano egualmente degli elementi di novità. Il primo è rappresentato dall’acuirsi della crisi nella cruciale città di Homs, che si trova sostanzialmente al centro del fronte delle proteste, che si estende lungo tutta la linea di faglia esistente tra la Siria a maggioranza cristiana ed alawita, fedele al regime, e quella sunnita che invece vi si oppone. E’ in quella città che hanno trovato recentemente la morte la corrispondente di guerra statunitense Marie Colvin ed il fotografo francese Remi Ochlik. Non è chiaro se la loro uccisione sia stata o meno il frutto di un incidente, ma secondo alcune ricostruzioni le forze di sicurezza fedeli al regime di Damasco avrebbero effettivamente preso di mira le antenne satellitari impiegate dalla stampa internazionale, nell’intento di intimidirla o comunque metterla nelle condizioni di non poter descrivere il conflitto. Sotto il profilo politico si è trattato di un grave errore compiuto dai lealisti, che sembra ricalcare quelli compiuti in passato, in circostanze analoghe, da personaggi del calibro di Slobodan Milosevic e Muhammar Gheddafi.

Che il presidente Bashar al Assad fatichi tuttora a comprendere la logica di funzionamento dei conflitti contemporanei, in cui il controllo dello spazio mediatico conta più di quello che si riesce a stabilire sul terreno, lo provano del resto anche alcune sue dichiarazioni recenti, che muovono proprio dalla constatazione di questa situazione di supremazia territoriale ed inferiorità comunicativa per rivendicare al suo regime una posizione di vantaggio che in realtà è piuttosto discutibile. In effetti, proprio il clamore determinato dalla morte dei due inviati ha spalancato le porte della città di Hama al Comitato internazionale della Croce Rossa, che sta provvedendo a distribuire dei soccorsi ed evacuare i feriti mentre tratta le condizioni per accedere anche ad Homs. E’ di fatto un primo grimaldello, che introduce per Damasco un elemento di rischio addizionale.

Dato l’approccio alla crisi abbracciato da Assad, non è infatti da escludere che in questo clima possano verificarsi ulteriori infortuni, magari nella forma di un attacco ai soccorritori, che certamente accrescerebbe sensibilmente la pressione diretta ad ottenere un intervento militare esterno. Quest’ultimo potrebbe a quel punto prendere la veste dell’imposizione di una no fly zone intorno ad alcune aree della Siria e magari implicare anche l’avvio di una campagna di attacchi aerei mirati, in difesa della popolazione. E’ invece da ritenersi impraticabile, almeno per adesso, l’apertura di un corridoio umanitario verso Homs, che è troppo lontana sia dalla frontiera turca che da quella giordana.

A tali ipotesi resistono tuttora Russia e Cina. Ma l’atteggiamento russo potrebbe mutare dopo la rielezione di Vladimir Putin, che è attesa per il prossimo 4 marzo, specialmente se Mosca ottenesse qualche forma di compensazione per il suo ammorbidimento. Si dice che la portaerei “Admiral Kuznetsov” abbia già lasciato le acque di Tartus per tornare verso le proprie basi, anche se restano in zona altre navi di minori dimensioni ed i russi hanno comunque provveduto ad ammodernare la direzione della contraerea di Damasco. A quel punto, con i russi relativamente più malleabili, diventerebbe improbabile un’opposizione esclusivamente cinese ad un esercizio della Responsability to Protect in Siria.

La situazione è comunque in evoluzione, anche perché ha fatto una sua mossa interessante anche il regime, facendo votare una riforma costituzionale che in prospettiva porrebbe fine al dominio politico del Partito Baath a Damasco. E’ tuttavia difficile che una soluzione alla crisi possa effettivamente essere pilotata a questo stadio da Assad: tra le parti in lotta, infatti, ci sono ormai stati troppi morti perché si possa immaginare il raggiungimento di un compromesso. Non esistono le indispensabili basi fiduciarie per negoziare.

E così la macchina che prepara la guerra va avanti. Il cosiddetto “Gruppo degli amici della Siria” che raggruppa gli stati ostili al regime di Assad, ha reso evidente l’esistenza di un certo numero di governi favorevoli ad armare l’insurrezione, riproponendo contro Damasco lo stesso approccio adottato 18-19 anni fa a vantaggio dei musulmani bosniaci. Nel frattempo, nel Consiglio affari generali dell’Unione Europea è stato deciso di considerare il Comitato nazionale siriano come legittimo interlocutore dell’Europa, proprio nel giorno in cui è divenuta evidente la frantumazione del raggruppamento. Altre pedine, quindi, sono state mosse nella direzione di un conflitto. Molto dipenderà da Assad. Se indulgerà alla tentazione d’insistere sulla via delle rappresaglie, è difficile che la comunità internazionale pazienti ancora a lungo. (g.d.)