Atlantide
21.02.2012 - 11:18
Analisi
 
L’India ferma due militari italiani, i primi prigionieri dal 1991
Roma, 21 feb 2012 11:18 - (Agenzia Nova) - A volte la politica internazionale riserva delle sorprese. E’ questo il caso dell’incidente verficatosi tra Italia ed India a proposito della morte di due pescatori, uccisi da colpi d’arma da fuoco esplosi a largo della costa indiana mercoledì 15 febbraio scorso: non lontano da dove si trovava un mercantile italiano, la Enrica Lexie, una delle poche navi a beneficiare del programma di protezione concordato tra la Marina Militare Italiana e Confitarma.
Sono già sul banco degli imputati due marò del Battaglione San Marco, i cui commilitoni non più tardi di un mese fa erano stati giustamente celebrati per il successo ottenuto nel respingere un attacco simile al largo della Somalia, permettendo la cattura di un significativo numero di pirati.
Stavolta è andata diversamente. Le autorità dell’India, che a loro volta da tempo tengono un atteggiamento assai intransigente nei confronti dei pirati somali, rei di aver tenuto in ostaggio lo scorso anno fino a cento marittimi indiani, hanno infatti accusato i nostri uomini imbarcati a bordo del Lexie di essere responsabili di quello che definiscono senza mezzi termini un doppio omicidio.
Dal momento che gli avvenimenti si sarebbero svolti in acque internazionali ed i nostri marò avrebbero agito da una nave italiana, il nostro paese reclama l’esclusività della propria giurisdizione e quindi il diritto di giudicare i militari che l’India ha costretto a sbarcare dal mercantile Lexia ed ora trattiene sul suo territorio. Non sembra tuttavia che gli interlocutori indiani siano stati particolarmente colpiti dalle argomentazioni prodotte dalla Farnesina.
Non ha certamente giovato all’Italia l’eccesso di prudenza mostrato nelle prime ore successive agli eventi. Il basso profilo adottato per non offendere la suscettibilità degli indiani è stato invece probabilmente scambiato per un’indiretta ammissione di colpevolezza, incoraggiando le autorità di Nuova Delhi ad assumere un atteggiamento più aggressivo.
Il Lexia è stato costretto ad entrare nel porto di Kochi, a consentire l’ingresso a bordo della polizia indiana e a permettere che questa traesse in arresto due dei nostri militari imbarcati per difenderlo.
Secondo ricostruzioni abbastanza ragionevoli pubblicate da alcuni giornali italiani, comunque, il 15 febbraio scorso i nostri militari avrebbero effettivamente aperto il fuoco contro un’imbarcazione il cui equipaggio si stava avvicinando con intenti palesemente ostili al mercantile che erano incaricati di proteggere, determinando l’allontanamento degli attaccanti. Sarebbero stati avvistati uomini armati e sparati colpi in aria, senza che nessuno tuttavia osservasse perdite.
Quello stesso giorno, risulta aver sostenuto un conflitto a fuoco con una nave militare anche il peschereccio sul quale lavoravano i due civili uccisi. Di qui l’idea che potesse trattarsi dello stesso episodio. Tuttavia le testimonianze prodotte dagli italiani descrivono un’imbarcazione diversa rispetto a quella su cui sono morti i due malcapitati marittimi indiani. Ed anche il punto dove è avvenuto lo scontro che ha coinvolto il Lexia sarebbe piuttosto lontano da quello in cui navigava il peschereccio indiano colpito. Qualcosa quindi non quadra.
Su queste basi, vi è chi sospetta che in realtà i combattimenti siano stati due, coinvolgendo non una, ma due imbarcazioni civili indiane e forse una vedetta della Guardia costiera indiana. Se così fosse, saremmo in presenza di un tentativo indiano di occultare le responsabilità delle proprie forze navali, dando al contempo in pasto alla propria opinione pubblica un capro espiatorio che avrebbe anche il vantaggio di identificarsi con i militari di un paese straniero.
Il sentimento nazionalista indiano non va infatti sottovalutato, specialmente nell’imminenza di una consultazione elettorale che, ancorché locale, coinvolgerà qualcosa come 200 milioni di persone, e per di più a pochi giorni di distanza dal colpo di stato che ha insediato alla testa delle Maldive un nuovo governo filocinese.
E’ proprio per pervenire all’accertamento di questa possibilità che l’Italia ha chiesto che sui corpi dei pescatori uccisi venisse condotta un’autopsia, senza peraltro ottenere alcun successo. Tuttavia, il mistero resta. E rimane anche il mistero del perché dei sei militari a bordo del Lexie, la polizia indiana ne abbia fatti sbarcare solo due. Su quali basi è stata fatta la scelta?
Sembra che nelle ore concitate che hanno preceduto l’ingresso del mercantile italiano nelle acque territoriali indiane, e quindi l’approdo al porto di Kochi, la Marina Militare abbia chiesto al comandante del Lexie di non aderire agli inviti rivoltigli dalle autorità indiane. Ma è chiaro che i rapporti di forza sul posto non lasciavano alternative. E adesso la frittata è fatta. Per la prima volta dai tempi di Bellini e Cocciolone, i piloti abbattuti durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, militari italiani sono prigionieri di uno stato estero, che li accusa di aver commesso degli omicidi come si trattasse di semplici privati.
 
Probabile che si negozi uno scambio, su cosa non è dato sapere
Roma, 21 feb 2012 11:18 - (Agenzia Nova) - E’ molto probabile che gli indiani cercheranno di imbastire un negoziato per il rilascio dei nostri marò. Per strappare le condizioni a loro più favorevoli, è presumibile che gli indiani facciano tutto ciò che è in loro potere per accrescere la tensione: si inseriscono in questo contesto anche gli accenni alla possibilità che ai nostri soldati possa essere comminata addirittura la pena capitale.
Date le circostanze, l’Italia dovrebbe cedere abbastanza facilmente. E’ appena il caso di sottolineare come la circostanza rappresenterebbe un’umiliazione per tutto il paese, specialmente se si tiene conto del fatto che per liberare alcuni nostri connazionali, le autorità italiane hanno recentemente contribuito economicamente al riscatto dei marittimi indiani che i somali trattenevano come ostaggi insieme a loro.
Comunque, l’intera vicenda è istruttiva. L’Italia sarà infatti costretta per la prima volta a trattare con una potenza emergente, nei confronti della quale non dispone di alcuna particolare leva di influenza. Il tentativo intrapreso dal governo Prodi di sviluppare una più intensa cooperazione economica e politica bilaterale non ha infatti avuto alcun particolare seguito dopo il ritorno al potere di Silvio Berlusconi. Non esistono interessi indiani che possiamo unilateralmente sottoporre a sanzioni.
Non fosse cambiato il posizionamento internazionale del nostro paese, avremmo forse potuto sollecitare un’attiva mediazione russa, nella speranza di trarre beneficio dagli eccellenti rapporti tradizionalmente intrattenuti da Mosca con Nuova Delhi. Ma questa strada non pare più così agilmente percorribile come in passato.
Anche se il suo peso specifico nell’Asia meridionale è piuttosto trascurabile, sembra a questo punto opportuno sollecitare la solidarietà europea ed atlantica, puntando sul comune impegno di Italia ed India a sostegno del governo di Hamid Karzai in Afghanistan, se non altro per abbassare il prezzo.
Non giova alla causa dei nostri militari neanche la delicata situazione in cui si trova Sonia Ghandi, che non potrà in alcun modo intercedere senza compromettere la propria immagine di personalità politica esclusivamente consacrata all’interesse nazionale dell’India.
Da questa storia, tuttavia, emergono anche altri elementi meritevoli di una riflessione.
Impressiona ad esempio il fatto che si sia dovuto proprio in questa circostanza scoprire che a fianco della pirateria somala esista una pirateria indiana localmente non meno insidiosa di quella che infesta il Golfo di Aden e che i nuclei militari di protezione seguono il destino dei nostri mercantili fino allo Sri Lanka. Nessuno ne aveva parlato prima.
Nella prospettiva dell’imbarco di team composti da guardie private, poi, quanto sta accadendo dovrebbe indurre a chiedersi che cosa potrebbe accadere se ad esser coinvolti in futuri infortuni del genere fossero non militari ma dei “contractor” privi di appropriate tutele giuridiche.
Superando le resistenze opposte a lungo dai rispettivi apparati marittimi militari, molti stati si stanno risolvendo a questa soluzione, nell’impossibilità di assicurare un’adeguata protezione a tutto il naviglio in transito per le acque infestate dalla pirateria. Ma esistono evidentemente dei pericoli finora non presi in considerazione.
Se anche noi prenderemo con convinzione questa strada, la Marina si sottrarrà di certo al rischio di ulteriori problemi. E’ però da oggi chiaro che per le guardie private che s’imbarcheranno esiste un rischio supplementare, rappresentato dalla possibilità di interferenze con le operazioni condotte da forze navali militari appartenenti ad altri paesi.
Dovranno quindi essere esaminati e discussi molti dettagli ed è forse auspicabile che presso il ministero degli Esteri o quello della Difesa venga al più presto istituito un tavolo tecnico di coordinamento, allargato alle Forze Armate, a Confitarma e alle organizzazioni rappresentative del mondo delle guardie private, per operare una ricognizione congiunta delle minacce da affrontare e possibilmente concordare delle procedure operative cui attenersi.