Atlantide
14.02.2012 - 20:25
Analisi
 
Siria: come sarà la guerra civile, se scoppierà
Roma, 14 feb 2012 20:25 - (Agenzia Nova) - Sulla Siria si addensano nuvole sempre più nere, anche se il regime è riuscito a respingere abbastanza efficacemente il primo attacco concentrico sferrato nei suoi confronti con l’uso combinato di armi e massicce manipolazioni dell’informazione. Il presidente Bashar al Assad deve molto verosimilmente la propria sopravvivenza all’abilità con la quale i russi lo hanno difeso, prima schierando loro navi davanti al porto di Tartus e poi intraprendendo una battaglia diplomatica al Consiglio di sicurezza dell’Onu, nella quale la delegazione di Mosca ha rinverdito le tradizioni di una grande scuola. L’impressione generale, tuttavia, è che lo scontro sia ben lungi dall’essersi esaurito. Le forze propulsive che sono alle spalle della “primavera araba” sono infatti troppo potenti perché si possa pensare di fermarle con uno scontro tra feluche.

Inoltre, la sconfitta riportata al Palazzo di Vetro dal l’ambasciatore Usa all’Onu, Susan Rice, e dal segretario di Stato, Hillary Clinton, pone in gioco da questo momento il prestigio dell’amministrazione degli Stati Uniti. Se Assad rimane al potere, da adesso è Barack Obama che perde, per di più mentre si trova in piena campagna elettorale. Proprio per questo, è impensabile che la situazione tenda alla stabilità.

I tentativi di provocare il cedimento del regime ed il coinvolgimento della comunità internazionale al fianco degli insorti si stanno moltiplicando, come è agevole verificare dalla quantità di notizie ed immagini sempre più traumatiche che vengono rimbalzate dalle televisioni satellitari militanti, come Al Jazeera, alcune delle quali non esiterebbero a riciclare immagini in realtà girate in Egitto o Yemen nei mesi scorsi. E si intensificano le consultazioni tra i paesi che hanno deciso di scommettere sulla caduta del regime di Damasco. Il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, si è fermato per quasi una settimana a Washington, proprio nel periodo in cui la capitale Usa è stata raggiunta anche dal presidente del Consiglio italiano, Mario Monti, e dal ministro degli Esteri, Giulio Terzi.


Dopo la Libia, più difficile precipitare un conflitto umanitario

Dopo i fatti di Libia, tuttavia, avviare un esercizio della cosiddetta “responsabilità di proteggere” non è cosa facile. I meccanismi d’innesco dei conflitti umanitari sono ormai conosciuti e chi ha interesse ad ostacolarli ha sviluppato delle contromisure. Questo è certamente il caso del Cremlino. L’invio di una squadra navale russa nelle acque territoriali siriane ha certamente svolto un ruolo nel rallentare la corsa verso un intervento militare umanitario contro il regime di Damasco. Ma non è detto che la Russia vada fino in fondo, ora che ha comunque dimostrato senza sostenere costi eccessivi di essere ancora in grado di difendere i suoi interessi ben al di là del cosiddetto “estero vicino”, in cui alcuni la vorrebbero incapsulare, magari nella speranza d’indebolirla in un secondo momento, gradualmente, in altro modo. La situazione resta complessa, per il numero degli attori coinvolti e le variabili che sono in gioco.

Che comunque Assad sia in una situazione difficilissima lo prova anche la recente conversione della Chiesa cattolica, che ha rotto il silenzio sulla crisi siriana per invitare il regime di Damasco a soddisfare le richieste della comunità internazionale. Ovviamente, si tratta di un messaggio tutto da decifrare, ma che di certo segna una svolta rispetto alla tutela dello status quo, al quale i caldei tengono particolarmente in ragione dello stato di eguaglianza formale davanti alla legge che il partito Baath ha garantito loro rispetto ai musulmani in questi decenni.

La Chiesa però non vuol perdere, non può correre il rischio di trovarsi dal lato sbagliato della barricata, giacché a pagare lo scotto dell’eventuale errore di valutazione sarebbero i suoi fedeli locali. Se adesso si schiera, il segnale non può essere trascurato. Tra l’altro, vale la pena di sottolineare come la stessa Santa Sede stia subendo un’offensiva senza precedenti che, sfruttando la divaricazione dei partiti interni cui fanno capo l’ex segretario di Stato, cardinale Angelo Sodano, ed il suo successore, Tarcisio Bertone, ha duramente colpito la fazione più filo-tedesca della Chiesa, quella che incidentalmente è anche maggiormente desiderosa di far progredire il dialogo con la cristianità ortodossa, cioè proprio con la Russia.

Gli interrogativi sollevati sul tempo residuo di questo pontificato riducono obiettivamente la forza interna di Benedetto XVI. Così come portare allo scoperto la candidatura alla successione del cardinal Angelo Scola – distintosi a Venezia proprio nella gestione del dialogo con le chiese ortodosse – rappresenta un colpo alle sue aspirazioni.


Come si presenta la situazione sul terreno

Immaginando che sia in atto un tentativo di trasformare l’urto interno alla Siria in un conflitto internazionale tra il regime di Damasco ed un certo numero di paesi, ci si può chiedere a quale approccio si farà ricorso per pervenirvi. Il metodo più efficace è quello che passa per la creazione d’incidenti obiettivamente inaccettabili, che rendano indifendibile la posizione di Assad. A questo obiettivo sembra tendere la richiesta della Lega Araba alle Nazioni Unite, affinché queste autorizzino lo schieramento di un certo contingente di caschi blu in Siria, che potrebbero fungere da esche ed agnelli sacrificali per vincere la ultime esitazioni e costringere i russi ad un atteggiamento differente e più permissivo.

Di per sé, si tratta comunque di un significativo passo in avanti sulla strada dell’intervento rispetto alle condanne e ventilate sanzioni di qualche giorno fa. Sembra però improbabile che all’Onu si raggiunga il consenso necessario. La palla dovrebbe perciò restare per ora nell’ambito della Lega Araba, con l’organizzazione che potrebbe decidere un passo simile autonomamente, inviando in teatro un bel contingente di caschi “verdi”, e poi cercare a posteriori una legittimazione e magari pure una copertura aerea occidentale. Ciò non vuol dire che il passo appena fatto sia inutile, o puramente interlocutorio, perché la mossa ottiene comunque il risultato di sdoganare e rendere “accettabile” l’idea di un intervento internazionale a finalità umanitaria, concorrendo a preparare il campo di battaglia futuro.

Finora si è parlato di misure coercitive non militari, ora s’inizia a discutere di uomini sul terreno, tra l’altro mentre secondo numerose fonti opererebbero già sul suolo siriano ristrette aliquote di forze straniere: britannici e qatarioti, contro Assad; iraniani, a difesa del suo regime. Sarà pertanto opportuno familiarizzarsi con le realtà del terreno, che sono sconosciute al grande pubblico, che ne sente parlare senza aver alcuna cognizione di come sia fatta la Siria.

Per quanto si protenda verso est, questo paese gravita essenzialmente sul suo lato mediterraneo, che non a caso è quello dove si sono concentrati sciiti alawiti e cristiani, mentre i sunniti dominano nell’interno più arido, che giace ad immediato ridosso dell’Al Anbar iracheno. L’asse delle maggiori città corre parallelamente alla linea di costa, congiungendo da sud a nord la capitale Damasco ad Aleppo, all’estremo opposto. L’insurrezione ha per ora tre maggiori focolai: a sud, intorno a Deraa, prossima al confine giordano; al centro del principale asse di comunicazione interno, all’altezza di Homs, ed infine più a nord, dalle parti di Idlib.

Il grosso della rivolta è costituito da movimenti sunniti riconducibili all’Islam politico, dalla Fratellanza musulmana ai raggruppamenti salafiti, includendo frange del jihadismo qaedista che ormai non disdegnano più il supporto occidentale alla loro causa, dopo il fallimento della strategia dello scontro frontale perseguita da Osama Bin Laden e culminata negli attacchi alle Torri gemelle di New York. Dall’altro lato, si trovano invece i difensori sciiti del regime, che appartengono alla setta degli alawiti – credenti in attesa dello svelamento dell’Imam nascosto – nonché i sostenitori baathisti della laicità dello stato ed i cristiani caldei, con sostegni esterni garantiti, oltre che dalla Russia, anche da Iran ed Iraq.

A meno che non faccia proseliti l’idea di una missione d’interposizione dei caschi blu o verdi, magari protetti dal cielo, un intervento internazionale di grosse dimensioni su Homs pare improbabile, stante la presenza della Marina russa davanti al porto di Tartus. Idlib è invece facilmente raggiungibile dalla Turchia, mentre Deraa è apparentemente alimentabile solo dalla Giordania, a causa del dominio di Hezbollah sul Libano meridionale, dove però insiste l’Unifil II, e della posizione non precisamente di supporto agli insorti assunta da Israele. Qualsiasi intervento dal Mediterraneo dovrebbe poi attraversare zone dove è improbabile che l’insurrezione trovi eccezionali sostegni.

Tutto lascia prevedere che, in caso di conflitto, si comincerà ad agire dal lato settentrionale del paese, senza tuttavia trascurare di ricercare colpi ad effetto, facilmente mediatizzabili, magari dopo un lungo lavorìo, anche in prossimità della capitale, dove si decideranno le sorti del regime. Combatterebbero soprattutto arabi e, al limite, i turchi, con gli occidentali sullo sfondo, prendendo parte ad una sanguinosa guerra civile. E’ bene esser consapevoli fin d’ora che l’urto all’orizzonte non potrà essere facilmente risolto in breve tempo, né in maniera indolore. (g.d.)