Atlantide
06.02.2012 - 20:54
Analisi
 
Siria: successo tattico della Russia all’Onu, ma la crisi si avvita
Roma, 6 feb 2012 20:54 - (Agenzia Nova) - E’ fallito il tentativo di provocare la caduta di Bashar al Assad con uno spregiudicato esercizio di disinformazione, coinciso con la presentazione alle Nazioni Unite di un progetto di risoluzione predisposto dalla Lega araba, che mirava a chiedere le dimissioni del rais di Damasco e la condanna della violenta repressione in atto. Ma la crisi siriana non per questo scema d’intensità. Anzi, persiste un significativo rischio di guerra. A differenza di quanto accadde un anno fa sulla Libia, questa volta Russia e Cina non hanno ceduto e, dopo aver respinto una formulazione di compromesso, evidentemente ritenuta insoddisfacente, hanno opposto il loro veto in Consiglio di sicurezza.

Vale la pena di sottolineare come il confronto diplomatico sia stato accompagnato da tutta una serie di significativi segnali politici, tra i quali spicca la decisione del gigante energetico russo Gazprom di ridurre il flusso degli approvvigionamenti energetici diretti all’Europa occidentale. Questa mossa, formalmente giustificata in modo ineccepibile dalla necessità russa di soddisfare prioritariamente le esigenze di un mercato interno alle prese con la stessa eccezionale ondata di freddo che sta colpendo anche noi, appare particolarmente interessante, in quanto dimostrazione del grado di sofisticazione assunto in questo frangente dalla strategia di Mosca.

La Federazione Russa sta efficacemente utilizzando tutta la strumentazione a sua disposizione, impiegando in un disegno coerente diplomazia, forza militare e coercizione economica. Le reazioni stizzite seguite al veto russo-cinese provano che i russi hanno usato brillantemente le proprie carte. E’ auspicabile tuttavia che il Cremlino si arresti prima che le sue iniziative alienino definitivamente le simpatie che la Russia ha saputo conquistarsi negli ultimi anni presso numerosi governi europei.

Lo scacco subito da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Lega araba all’Onu, naturalmente, non chiude la questione siriana, che domina da almeno due mesi la grande politica internazionale. Ne modifica semplicemente i termini. E’ molto probabile, in effetti, che gli scontri e le notizie relative ai massacri compiuti dalle forze di sicurezza fedeli al regime tendano nei prossimi giorni e settimane ad intensificarsi sensibilmente. Non si tratterà certamente di sola manipolazione delle informazioni: tutt’altro, la lotta è infatti durissima, come può esserlo ogni qual volta sia in gioco la sopravvivenza di interi sistemi politici e delle personalità che li dirigono.

Gli insorti, tra i quali si dice prevalgano gli elementi riconducibili alla Fratellanza musulmana, chiedono nelle piazze nulla di meno dell’epurazione degli sciiti alawiti e dell’espulsione dalla Siria di tutti i cristiani, rei di aver finora sostenuto un regime che ha loro assicurato per decenni l’eguaglianza confessionale. In queste condizioni, le mediazioni sono veramente difficili da immaginare. Le violenze dovrebbero quindi moltiplicarsi, anche perché gli insorti sono consapevoli del fatto che solo un intervento internazionale può portare al loro successo, ed accumulare vittime serve perfettamente lo scopo. Può sembrare cinico, ma l’entità della posta in palio giustifica anche il ricorso a mezzi estremi. La tv satellitare qatariota Al Jazeera, che è ormai organica al cartello che sostiene la causa della “primavera araba”, mantiene da settimane propri droni in volo sulla Siria proprio per documentare quanto accade. Occorre pertanto prepararsi al flusso di notizie ed immagini drammatiche che ci sommergerà nel prossimo futuro, turbando profondamente le coscienze.

Sulla base dell’impatto emotivo che tutto quanto precede genererà inesorabilmente, la Lega araba dovrebbe riuscire a varare una deliberazione che spiani la strada all’uso della forza contro il regime siriano, sfruttando una dilatazione del diritto-dovere d’ingerenza umanitaria sancito con la proclamazione della cosiddetta “responsabilità di proteggere” operata dalle Nazioni Unite in occasione del summit mondiale del 2005, sulla scorta delle raccomandazioni di una commissione internazionale insediata dal governo canadese dopo la guerra del Kosovo. A quel punto, insieme ai paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo e della stessa Lega araba, potrebbero muoversi contro Assad turchi, francesi, britannici, americani e, forse, anche noi italiani, con una coalizione ad hoc simile nella concezione a quella che avviò la campagna contro Muhammar Gheddafi nel marzo scorso.

E’ appena il caso di ricordare come proprio la posizione della Russia renda questi sviluppi particolarmente delicati. E’ possibile infatti che alla fine i russi si ritirino, magari dopo aver ricevuto qualche contropartita nella stessa Siria o su qualche altro dossier di loro interesse, come successe del resto dopo la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Ma non si può neanche escludere che invece s’impuntino, provocando così una crisi di maggiori proporzioni, allo scopo di far uscire allo scoperto Washington.

Un ulteriore e non trascurabile motivo di preoccupazione è rappresentato dall’oggettivo problema che una nuova vittoria dell’Islam politico costituirebbe tanto per Israele, che non a caso è a favore dello status quo, quanto per l’Iran. Proprio l’assoluta necessità di fermare la “primavera araba” e modificare in qualche modo la politica perseguita in Medio Oriente dall’amministrazione del presidente Barack Obama, potrebbe in effetti incoraggiare Gerusalemme ad attaccare la Repubblica islamica dopo la caduta di Assad.

Si dice che l’eventualità sarebbe gradita persino ad alcuni settori del sistema politico iraniano, che vedono in un conflitto limitato con Israele un utile strumento per frenare la frammentazione del regime fondato nel 1979. C’è quindi ragione di ritenere che entrambe le parti si stiano preparando ad un’opzione del genere, che non avrebbe per posta in palio il nucleare di Teheran, in realtà un falso problema, ma l’arresto del processo di ristrutturazione geopolitica che sta sconvolgendo Nord Africa e Medio Oriente dal gennaio 2011. (g.d.)
 
Afghanistan: Obama scopre le sue carte
Roma, 6 feb 2012 20:54 - (Agenzia Nova) - Il disordine non è destinato ad aumentare soltanto in Medio Oriente, ma anche in Afghanistan, dove a partire dalla metà del 2013 il contingente militare statunitense cesserà di condurre operazioni di combattimento per dedicarsi esclusivamente all’attività addestrativa. Lo ha reso noto il 2 febbraio scorso il segretario alla Difesa Usa, Leon Panetta, cogliendo alla sprovvista tutti gli alleati che partecipano con proprie truppe all’Isaf, inclusa l’Italia.

E’ bene chiarire come tutto questo rientri in un processo di riconciliazione avviato con il movimento talebano, che sta procedendo a Doha, in Qatar, senza alcuna partecipazione dell’Alleanza atlantica e che già contempla tutta una serie di gesti distensivi di grande valenza simbolica. Tra questi, merita di essere segnalata la disponibilità già attestata da Washington a liberare alcuni detenuti al momento reclusi a Guantanamo, di cui i vertici politici della guerriglia afgana chiedono il rilascio.

L’unico paese occidentale che sembra aver anticipato l’ultima mossa degli Stati Uniti è - ancora una volta - la Francia del presidente Nicolas Sarkozy. La circostanza non è casuale. L’impressione è infatti che l’inquilino dell’Eliseo sia l’unico leader occidentale ad aver compreso il disegno strategico abbracciato dall’amministrazione di Barack Obama e trarne tutte le conseguenze, cercando di estrarre tutti i benefici possibili da quanto gli Stati Uniti stanno cercando di fare, tanto nel Mediterraneo, dove Parigi è in prima fila nel sostegno alla “primavera araba”, quanto in Asia Centrale.

Il ridimensionamento anche qualitativo del profilo della missione militare statunitense in Afghanistan dovrebbe a questo punto imporre anche all’Italia di considerare un ripensamento, se si vuole evitare che i nostri militari di stanza nel quadrante occidentale del paese facciano la sorte degli ultimi mohicani. Riduzioni del nostro contingente sono infatti ormai possibili senza ledere in alcun modo il rapporto bilaterale con gli Stati Uniti, di cui non si farebbe altro che mimare le scelte. (g.d.)