Atlantide
30.01.2012 - 22:39
Analisi
 
Siria: la sopravvivenza del regime ad un tornante decisivo
Roma, 30 gen 2012 22:39 - (Agenzia Nova) - Anche se i fatti sono incerti, avvolti come sono dalla spessa coltre delle contrapposte propagande, è acuta la sensazione che la crisi in atto in Siria sia giunta ad un tornante decisivo. E non può più essere escluso che si assista in tempi rapidi alla sua definitiva internazionalizzazione. Si parla di defezioni in massa dalle fila dell’esercito fedele al regime e di scontri che avrebbero lambito la capitale siriana, inducendo la famiglia di Bashar al Assad a considerare la prospettiva di una fuga precipitosa. Dei disertori in divisa avrebbero addirittura iniziato a presidiare l’aeroporto di Damasco per sbarrare all’uomo forte della Siria ogni possibile via di riparo all’estero.

Ovviamente, non è detto che le informazioni siano corrette. Al contrario, un certo grado di manipolazione è probabile e le verifiche sono comunque difficili. Al punto in cui il confronto tra il regime e gli insorti è ormai giunto, tuttavia, appare del tutto secondario che quanto ci viene detto sia vero o meno. Il dato rilevante è infatti un altro: per la prima volta viene messa in dubbio la capacità del regime di difendersi nella sua roccaforte; affiorano perplessità sull’effettiva forza residua di cui dispone e quanto si dice al riguardo è comunque ritenuto verosimile.

Come già successo in Libia, si sta generando l’impressione di un’accelerazione irresistibile degli eventi, che tenderebbe inesorabilmente a far pendere la bilancia nella direzione dei sostenitori del cambiamento. Ed è questo a contare, perché conferisce energia al tentativo, animato principalmente dalla Lega Araba e dalla Turchia, di promuovere alle Nazioni Unite l’approvazione di una risoluzione che condanni la repressione attuata dagli Assad, dischiudendo le porte ad un nuovo esercizio di quella responsability to protect che è stata già invocata con successo all’Onu il 17 marzo scorso per legittimare l’attacco alla Libia del colonnello Muhammar Gheddafi.

Che il grosso o parte importante delle Forze armate siriane abbia cambiato bandiera o meno, è inoltre rivelatrice la circostanza che, per bloccare questa deriva, nelle ultime ore si sia mossa la diplomazia russa, mettendo a disposizione la sede di Mosca per ospitare delle trattative dell’undicesima ora tra il regime e gli oppositori. Nella serata di lunedì si è altresì appreso di un tentativo di mediazione intrapreso in loco dallo stesso ambasciatore russo a Damasco, Sergej Kirpichenko, che avrebbe deciso di incontrarsi con una delegazione del Comitato che rappresenta l’insurrezione. Si tratta di sviluppi che attestano in modo eloquente l’estrema concitazione del momento.

In precedenza, sempre oggi, si era avuto modo di constatare un significativo interessamento delle autorità siriane nei confronti della proposta avanzata dal Cremlino, a riprova di un oggettivo aggravamento della situazione sul terreno. Forse Assad non è ancora agli sgoccioli, ma i rapporti di forza tra gli apparati di sicurezza del suo regime e chi lo sta sfidando, con il supporto di Arabia Saudita, Qatar e Turchia, sono in ogni caso cambiati. L’Iran, messo nell’angolo con un’abile diversione strategica che ha rinfocolato artificiosamente nelle ultime settimane la controversia sui suoi programmi nucleari, è stato sostanzialmente posto nella condizione di non interferire più di tanto. A riprova, nel caos delle ultime ore, da Teheran è giunto soltanto un debole invito, rivolto tanto ai siriani quanto alla comunità internazionale, affinché concedano alle riforme promesse dal regime il tempo di dispiegare i propri effetti.

E’ quindi tutto possibile. Per conto della Lega Araba, il Marocco ha presentato in Consiglio di sicurezza la bozza di una proposta di risoluzione che intenderebbe sottoporre al voto. Russi e cinesi hanno preannunciato il proprio veto, ma non è detto che alla fine non negozino una via d’uscita, specialmente se dovessero convincersi che la comunità internazionale si muoverebbe contro Assad anche senza un mandato delle Nazioni Unite.

Alla riunione del Palazzo di Vetro in cui la situazione ed il testo proposto dalla delegazione marocchina verranno esaminati, prevista per il 31 gennaio, parteciperanno certamente sia il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, che il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, che si è imbarcato rapidamente per New York per sostenere apertamente la posizione della Lega Araba all’Onu. Il rischio che si vada verso un conflitto sta quindi aumentando pericolosamente. Ed è bene esser coscienti che la prospettiva di un nuovo intervento armato “umanitario” coinvolgerebbe molto presumibilmente anche l’Italia, il cui attuale governo attua una politica estera assai vicina a quelle di Francia e Stati Uniti, che appoggiano apertamente la causa della “primavera araba”.


La posizione dell’Italia

Il capo della diplomazia italiana, Giulio Terzi, ha già dischiuso più volte la porta ad un possibile ruolo del nostro paese in uno scenario del genere ed è probabilmente anche per questo motivo che il governo considera strategica la presenza di truppe nazionali nell’Unifil II, la missione militare internazionale che opera nel Libano meridionale. In effetti, la partecipazione italiana ad eventuali combattimenti non è affatto da escludere. Sarebbe anzi certa nel caso in cui l’Alleanza atlantica deliberasse di fornire una copertura aerea agli insorti o alle truppe terrestri che stati come la Turchia potrebbero esser tentati di mettere a disposizione.

Dopo la sterzata filorussa degli ultimi anni, il governo di Roma sta cercando di riaccreditarsi come uno dei più leali ed affidabili alleati degli Stati Uniti, dalle inossidabili credenziali filo-occidentali, e si muoverà anche in questa circostanza di conseguenza. Sul piano interno italiano vale la pena di sottolineare come stiano già schierandosi con gli insorti uomini importanti del Pdl, come l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, ed è presumibile che presto escano allo scoperto anche esponenti del “terzo polo” e del Pd.

Le conseguenze della defenestrazione del regime di Assad, ormai praticamente sicura, saranno senza dubbio importanti. Verranno ad esempio compromessi i collegamenti terrestri tra l’Iran e l’Hezbollah libanese, che è al potere a Beirut. Gli sciiti arretreranno rispetto ai sunniti che, tramite la Fratellanza musulmana o qualche movimento d’ispirazione salafita, assumeranno il potere anche a Damasco. Gerusalemme si troverà a quel punto a confinare con un secondo governo emanazione dell’Islam politico, dopo quello che si profila in Egitto, e sarà costretto a fare i conti con una Turchia più assertiva che mai.

Sarà un duro colpo anche per la Chiesa cattolica: i dimostranti che si accingono a cacciare Assad, infatti, oltre alla morte degli alawiti, che hanno dominato la scena politica siriana dai tempi dell’ascesa del partito Baath, chiedono da mesi a viva voce la deportazione a Beirut di tutti i cristiani siriani. E’ forse per questo motivo che dal Vaticano non si odono ancora reazioni. (g.d.)