Atlantide
25.05.2009 - 21:19
ANALISI
 
Usa ed Israele sempre più lontani dopo il vertice Obama-Netanyahu
Roma, 25 mag 2009 21:19 - (Agenzia Nova) - L’incontro tra il nuovo premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ed il Presidente statunitense Barack Obama ha infine confermato la progressiva divaricazione degli interessi e degli obiettivi perseguiti in Medio Oriente dallo Stato ebraico e dagli Stati Uniti. Nella sua recente visita a Washington, il 18 maggio scorso, il capo del governo israeliano ha ribadito infatti alla Casa bianca la propria contrarietà alla nascita di uno Stato palestinese indipendente, sottolineando come l’attuale forma di autogoverno sia il massimo che oggi Gerusalemme possa concedere all’Autorità nazionale guidata da Abu Mazen. Netanyahu ha inoltre nuovamente sollecitato l’amministrazione Obama a porre un termine temporale definito ai propri tentativi di negoziare un accordo con l’Iran che conduca rapidamente all’arresto del suo programma nucleare. Dal canto suo, il Presidente statunitense ha invece insistito sulla formula dei due Stati indipendenti in Palestina, la cui realizzazione è evidentemente considerata come una precondizione indispensabile per l’inizio di un vero processo di distensione nella regione mediorientale.

In un certo qual modo, a parti politicamente invertite, si è quindi riproposta la stessa dialettica che aveva dominato l’ultimo scorcio dell’amministrazione guidata da George W. Bush, con il capo della Casa bianca impegnato a sostenere la democratizzazione del Libano ed il completamento del processo di costruzione dello Stato palestinese, e la leadership israeliana invece maggiormente interessata a restaurare la dissuasione presso tutti i propri vicini: da Beirut a Gaza, passando per il Sudan. Il contrasto, quindi, non è più tra uomini, se mai a questo livello vi sia stato qualche problema di rilievo tra le due parti: ma concerne invece i diversi interessi perseguiti e la percezione che ne hanno le élites americane ed israeliane. Gli Stati Uniti hanno responsabilità globali e si concentrano sugli equilibri planetari, mentre Gerusalemme considera ovviamente prioritario ciò che capita in prossimità delle sue frontiere e si disinteressa di quello che accade a grande distanza da quello che riconosce come il suo perimetro di sicurezza.

Che Washington sia tentata dal “grande scambio” con Teheran non deve quindi sorprendere, perché l’America ha bisogno di un Iran non ostile per stabilizzare sia l’Afghanistan che l’Iraq, e soprattutto non può permettersi di spingere la Repubblica islamica nelle braccia di Cina e Russia, proprio nel momento in cui il mondo si ristruttura su linee sempre più chiaramente multipolari. A certe condizioni, anzi, non è neanche da escludere che gli Stati Uniti finiscano con l’accettare l’ipotesi di una Persia nucleare, potendo comunque far valere nei suoi confronti efficaci meccanismi di dissuasione ed essendo dopotutto l’eventuale bomba degli Ayatollah una eccellente ragione per giustificare agli occhi dei sauditi e dei loro più stretti alleati la permanenza di forze armate americane nel Golfo.

Per Israele, invece, sarebbe la fine della incontrastata supremazia militare regionale e della pressoché assoluta libertà d’azione di cui lo Stato ebraico ha goduto negli ultimi decenni. La frattura non potrebbe essere più profonda. L’auspicio è che la dirigenza di Gerusalemme non ne tragga la conclusione che l’unico modo per tutelare i propri interessi di sicurezza è la strada di un attacco militare preventivo, anche se la tentazione di sferrarlo diventa ogni giorno più forte. (g.d.)
 
La mancata visita di Frattini a Teheran
Roma, 25 mag 2009 21:19 - (Agenzia Nova) - Mercoledì scorso, pare senza alcuna consultazione preventiva dei partner comunitari, il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, avrebbe dovuto recarsi in visita a Teherah, in vista della preparazione della conferenza internazionale sull’Afghanistan, inserita nel quadro delle iniziative della presidenza di turno del G8. L’idea originaria alla base dell’incontro di fine giugno a Trieste era quella di offrire a Stati Uniti ed Iran un primo tavolo d’alto livello al quale sedersi e trattare problemi di interesse comune. Già in marzo tuttavia, dopo aver chiesto ragguagli a Frattini, il dipartimento di Stato Usa aveva assunto nelle proprie mani il dossier, inviando un proprio alto funzionario al vertice moscovita dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, un evento al quale erano presenti anche esponenti iraniani, e successivamente promuovendo un’altra conferenza sull’Afghanistan sotto l’egida congiunta di Onu e Nato, svoltasi all’Aja con la partecipazione del segretario di Stato, Hillary Clinton, e di alti rappresentanti del governo di Teheran.

Il percorso per Trieste si è fatto quindi rapidamente difficile, anche se è forse prematuro considerare l’evento completamente compromesso. Quanto è accaduto la scorsa settimana rischia comunque di complicare notevolmente l’impresa. Secondo l’autorevole quotidiano britannico Financial Times, il viaggio di Frattini doveva rimanere segreto e non era stato in alcun modo concordato in sede europea, anche se il titolare del Foreign Office, David Miliband, era comunque riuscito ad averne notizia ed aveva tentato sino all’ultimo momento di ottenerne la cancellazione. Rispetto alle accuse, la diplomazia italiana ha ricordato giovedì come in realtà la necessità di una missione preparatoria in vista della conferenza di Trieste fosse nota da tempo, respingendo così l’addebito che si volesse porre i partner dell’Unione Europea di fronte al fatto compiuto.

Se c’è una ragionevole probabilità che l’Italia si sia mossa al di fuori della concertazione comunitaria – dopotutto la circostanza non sarebbe nemmeno un fatto inedito – maggiori dubbi sussistono invece circa il fatto che il governo del nostro paese non avesse informato delle proprie intenzioni almeno gli Stati Uniti. La stampa britannica sostiene a questo proposito la tesi che anche Washington fosse stata lasciata all’oscuro e che in ogni caso non condividesse l’iniziativa assunta dalla diplomazia italiana, ma il 21 maggio il ministro Frattini ha smentito con decisione questa ricostruzione, aggiungendo che la Farnesina aveva anticipato l’imminente visita in Iran anche al governo israeliano. Resta comunque il fatto che il mancato viaggio del ministro degli Esteri italiano a Teheran ha irritato gli Stati europei del cosiddetto gruppo dei 5+1 che tratta con la Repubblica islamica sul nucleare, senza che gli americani siano intervenuti a coprire in qualche modo il movimento fatto dal nostro paese. A completare la frittata ha poi pensato il Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, chiedendo improvvidamente al capo della diplomazia italiana di andarlo ad incontrare nei pressi del sito di lancio dal quale era stato appena sperimentato con successo un missile balistico di gittata pari a duemila chilometri, il Sajjil 2, che sarebbe teoricamente in grado di minacciare direttamente la sicurezza di Israele. A Frattini non è rimasto altro da fare che cancellare malinconicamente all’ultimo minuto la trasferta.

Occorre peraltro sottolineare che le cose potevano andare anche peggio. Riesce infatti difficile immaginare cosa sarebbe potuto accadere se lo spostamento dell’incontro da Teheran a Semnan fosse stato richiesto all’arrivo del nostro ministro in Iran, anziché poco prima del decollo da Roma. L’incidente comunque rimane. Per ricucire, la Farnesina invierà quanto prima in Iran il rappresentante speciale che il governo ha nominato per l’Afghanistan ed il Pakistan, l’ambasciatore Attilio Massimo Iannucci, che è anche direttore generale del ministero competente per l’Asia meridionale e l’estremo Oriente, quasi a voler ulteriormente rimarcare che i contatti in corso non concernono le relazioni dell’Iran con l’Italia e la comunità internazionale, dominio invece della Direzione generale per il Medio Oriente e l’Africa settentrionale, guidata da Cesare Maria Ragaglini, ma esclusivamente la determinazione dell’apporto che Teheran può dare alla stabilizzazione afghana.

Il rischio, tuttavia, che la Repubblica islamica boicotti l’appuntamento di Trieste rimane elevato, tanto più che la riserva sulla partecipazione di autorità iraniane non è stata ancora sciolta. Un’eventuale vittoria di Ahmadinejad alle presidenziali del prossimo 12 giugno potrebbe accrescerlo significativamente. Per quanto riguarda i rapporti con i nostri partner europei, invece, non vi è dubbio che il traguardo dell’auspicato inserimento dell’Italia nel 5+1 si è ulteriormente allontanato e che le relazioni con alcuni Stati hanno subìto un netto peggioramento. (g.d.)
 
Ulteriore raffreddamento dei rapporti euro-russi
Roma, 25 mag 2009 21:19 - (Agenzia Nova) - Il vertice Ue-Russia, conclusosi il 22 maggio scorso in Siberia orientale, ha evidenziato una volta di più come i rapporti tra Mosca e l’Unione europea siano in significativo deterioramento, appena una settimana dopo il vertice di Soci tra il premier italiano, Silvio Berlusconi, e quello russo, Vladimir Putin, che era culminato nella firma di un’intesa strategica tra Eni e Gazprom per il gasdotto South Stream e che era stato considerato estremamente soddisfacente da entrambe le parti. Il fallimento era nell’aria. Dopo la crisi energetica dello scorso inverno, l’Unione europea ed in particolare alcuni fra i suoi Stati membri di maggior peso, inclusa la stessa Germania, hanno infatti iniziato ad esigere maggiori garanzie alla Federazione russa ed era naturale che si approfittasse dell’appuntamento di Khabarovsk per esercitare nuove pressioni. Di contro, la delegazione guidata dal Presidente federale, Dmitrij Medvedev, ha rifiutato di assumere impegni nella direzione auspicata dagli europei, in ragione dell’imprevedibilità del comportamento ucraino. Nuove crisi non potrebbero essere escluse, ha detto a chiare lettere il leader del Cremlino, specialmente se Kiev si ostinasse a non onorare i debiti contratti.

Non è difficile prevedere che su queste basi acquisterà rapidamente nuova forza il partito di chi in Europa sostiene la necessità d’investire maggiori risorse nell’allestimento di rigassificatori e nel completamento del Nabucco, che sarà la più importante condotta di alimentazione dell’Europa al di fuori del controllo russo. Diversi paesi considerati non ostili a Mosca, come l’Austria e la Bulgaria, vi si sono del resto già gettati a capofitto. La Russia ha manifestato altresì preoccupazioni nei confronti della neonata Associazione orientale, nata a Praga il 7 maggio scorso come esito della proposta polacco-svedese di dar vita ad una partnership per l’Est avanzata durante il trascorso 2008. Mosca teme in effetti che la nuova Associazione possa con il tempo divenire uno strumento della penetrazione verso Est dell’Unione ed ha conseguentemente auspicato che la membership del foro appena costituito non venga utilizzata in futuro per porre le sei repubbliche extra-Ue che vi hanno aderito – Bielorussia, Moldavia, Ucraina, Georgia, Armenia ed Azerbaigian – di fronte ad una scelta secca tra l’Europa comunitaria e la salvaguardia dei rapporti bilaterali intrattenuti da ciascuna di loro con la Federazione russa.

I russi hanno altresì constatato l’indisponibilità dell’Unione europea a promuovere seriamente un confronto tanto sull’ipotesi, accarezzata da Medvedev, di dar vita ad un nuovo trattato paneuropeo sulla sicurezza, quanto sulla proposta di emendare il testo della Carta europea dell’energia. La conclusione sembra chiara: i burrascosi rapporti tra il Cremlino e l’Alleanza atlantica erano da tempo sotto osservazione. Da Khabarovsk giunge adesso l’inequivocabile segnale che sta emergendo anche un’imprevista rivalità euro-russa. Ed ancora una volta l’Italia è nel mezzo. (g.d.)
 
Ad Obama piace Marchionne, ma non Berlusconi
Roma, 25 mag 2009 21:19 - (Agenzia Nova) - Nel 1994, quando per la prima volta assunse la presidenza del Consiglio, Silvio Berlusconi cercò di seguire la tradizionale politica internazionale di Giulio Andreotti: attenzione privilegiata al mondo arabo, dialogo con la Russia, buoni rapporti con l'Iran. Il suo governo durò poco più di sei mesi, non è dato quindi sapere se e quanto questa politica possa aver danneggiato il governo di allora. Nel 2001 l'attacco alle Torri gemelle di New York offrì a Berlusconi l'occasione per modificare radicalmente linea politica. L'Italia offrì pieno sostegno alla guerra in Afghanistan e, poi, a quella in Iraq, affermandosi come uno dei più fedeli alleati dell'amministrazione di George W. Bush, e dello Stato d'Israele. Questo sostegno, assieme all'eccellente rapporto personale instaurato con Bush, consentì a Berlusconi di sviluppare rapporti di strettissima vicinanza con la Russia di Vladimir Putin, e di mantenere relazioni di leale collaborazione commerciale anche con Paesi come l'Iran e la Libia. Il quadro politico internazionale, tuttavia, è ormai radicalmente mutato.

Alla Casa bianca siede un Presidente - Barack Obama - che non ha mostrato alcuna particolare simpatia per Berlusconi. La Russia, dimostratasi incapace di ristrutturare la propria economia, ha patito grandemente la crisi economico-finanziaria ed ha nel frattempo subito un'involuzione autoritaria. Oggi Mosca non pare interessata a sviluppare la propria partnership con l'Occidente, quanto piuttosto a fomentare l'instabilità globale per far rialzare i prezzi degli idrocarburi, sfruttando la propria posizione di fornitore unico di gas all'Europa. Un interesse condiviso dall'Iran e da un altro Paese nettamente ostile agli Usa: il Venezuela. Ciò nonostante, Berlusconi ha proseguito la sua politica filo-russa e filo-libica, senza peraltro aumentare in maniera significativa la presenza militare italiana in Afghanistan: un passo che sarebbe stato certamente ben accolto alla Casa bianca. In questo scenario, il ritorno dei libici nella finanza italiana, e ancor più l'accordo appena raggiunto da Eni con Gazprom per il potenziamento del gasdotto South Stream, non possono essere considerati con favore dall'amministrazione Usa. Quest'ultimo, in particolare, rischia di vanificare la strategia americana in Asia centrale e nel Caucaso, che grazie al pipeline Nabucco mira a sottrarre queste regioni all'influenza politico-strategica della Russia.

Vale la pena di ricordare che due dei principali interlocutori di Tripoli in Italia s'incontrano in Mediobanca: il presidente dell'istituto, Cesare Geronzi, e il finanziere franco-tunisino Tarak Ben Ammar, da sempre amico intimo di Berlusconi. Quanto alla Russia, l'uomo chiave dei rapporti con Gazprom è naturalmente l'Ad di Eni, Paolo Scaroni che, come Geronzi, coltiva da anni eccellenti rapporti con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta. Anche Berlusconi è presente in Mediobanca controllando direttamente, con Fininvest, e indirettamente, con Mediolanum, il 5 per cento dell'istituto. L'alleanza Geronzi-Berlusconi è fortemente sostenuta dai soci francesi di Mediobanca, il cui rappresentante, il finanziere Vincent Bolloré, è grande amico del Presidente Nicolas Sarkozy, a sua volta amico ed alleato di Berlusconi. Per semplificare, dunque, l'affermazione di Berlusconi e Geronzi ha significato in Europa il saldarsi di un asse italo-francese, capace di contenere l'influenza della Germania. Non deve sorprendere, dunque, il fatto che il governo tedesco segua le cose italiane con sentimenti molto simili a quelli che si provano a Washington.

Letta alla luce di queste considerazioni, la grande operazione tentata dall'Ad di Fiat, Sergio Marchionne, con Chrysler ed Opel, assume un'importanza cruciale. Mentre Berlusconi subisce l'attacco della magistratura, un'altra Italia - cosmopolita, non sboccata, "presentabile" - muove e vince negli Usa e forse, domani, in Germania. A sostenerla c'è il Presidente Usa in persona, Barack Obama, che elogia Marchionne e la Fiat pubblicamente. Ci sono le principali banche italiane - Intesa e UniCredit - che accompagnano Fiat nello scorporo dell'auto. La contropartita sta nella partecipazione del governo Usa all'azionariato della prossima "Grande Fiat", ma anche la Germania chiede una compensazione per dare il via libera a Marchionne in Opel. Potrebbe essere il passaggio delle quote di Telecom Italia da Telefónica a Deutsche Telekom? (f.s.)