Mezzaluna
25.01.2012 - 18:01
ANALISI
 
Iran: "guerra" delle sanzioni contro Teheran si allarga ad Africa ed America Latina
Roma, 25 gen 2012 18:01 - (Agenzia Nova) - La “guerra” delle sanzioni dichiarata dagli Stati Uniti e dall’Unione europea per costringere Teheran a rinunciare alle sue ambizioni nucleari non conosce confini: anche l’Africa e l’America Latina, finora lontane dal campo di battaglia, sono diventate terreni di manovra. E’ quanto emerge da corrispondenze e indiscrezioni apparse sulla stampa statunitense ed araba, confermate tra l’altro dagli avvenimenti degli ultimi giorni. Per quanto riguarda il Continente nero, c’è quello che ormai la stampa araba filo-iraniana con il quotidiano libanese “Assafir chiama “l’arma africana”. Diplomatici Usa e vari gruppi di pressione occidentale stanno tentando di limitare le relazioni commerciali dell’Africa con l’Iran, in particolare perché negli ultimi anni tali relazioni hanno registrato una crescita costante.

Queste pressioni hanno portato molte società africane a pensare di abbandonare gli affari con l’Iran: si parla per esempio dell’intenzione della Sonangol, l’ente di Stato dell'Angola per l’energia, di ritirarsi dall’accordo sul gas siglato con Teheran. Aziende come Sonangol e la sudafricana Sasol sono infatti entrate nel mercato energetico iraniano sulla scia del graduale disimpegno delle compagnie occidentali. Di fatto, le esportazioni petrolifere dall’Iran verso l’Africa sub-sahariana sono aumentate da 1,36 miliardi di dollari Usa nel 2003 a 3,60 miliardi nel 2010.

Dopo aver fatto tappa in Cina, Giappone e Corea del Sud nelle settimane passate, senza peraltro ottenere risultati di rilievo, il vice segretario per l’Energia statunitense, Daniel Poneman, nel suo tour africano dei giorni scorsi ha toccato proprio il Sudafrica, che conta sul greggio di Teheran per un quarto delle sue importazioni. L’esponente Usa ha discusso con il ministro per l’Energia sudafricano la possibilità di procedere ad una sostituzione della fonte di approvvigionamento alternativa a quella iraniana. Washington ha anche sollevato la questione con l’Angola, che al momento sembra stia considerando l’eventualità di uscire da un affare sul gas iraniano. E la stessa Sasol, che detiene una quota del 50 per cento di Arya Sasol Polymer - una joint venture con Pars Petrochemical Company of Iran - per il timore di essere a sua volta sanzionata sta valutando la cessione della sua quota, come ha rivelato in questi giorni il “Wall Street Journal”.

Per quanto concerne invece l’America Latina, molte cose sono cambiate dal 2007, anno della prima visita del presidente iraniano nel subcontinente latino. Giunto al suo quinto tour sudamericano due settimane fa, Mahmoud Ahmadinejad si è dovuto arrendere all’evidenza dei fatti: il Brasile, suo solido alleato fino al 2010, da quando ha eletto un presidente donna gli ha definitivamente voltato le spalle. Dilma Rousseff ha troncato i rapporti con l’Iran appena salita al potere, dichiarando in un’intervista al "Washington Post" di non essere d’accordo con la decisione del suo predecessore "Lula" da Silva di sostenere il programma nucleare iraniano in sede Onu. La Rousseff ha aggiunto inoltre che come donna non poteva accettare di sostenere indirettamente “pratiche di carattere medioevale” applicate quotidianamente nel paese mediorientale.

Alle parole sono seguiti i fatti e nel marzo 2011, per la prima volta da un decennio, la delegazione brasiliana ha sostenuto una mozione Usa per l’invio di un relatore speciale in Iran nel contesto di investigazioni riguardanti presunte violazioni dei diritti umani. E così nel tour latinoamericano iniziato lo scorso nove gennaio da parte di Ahmadinejad alla ricerca di un modo per liberarsi dalla morsa delle sanzioni, Brasilia non era una tappa contemplata. Le tappe obbligate del viaggio latinoamericano sono perciò diventate Venezuela, Nicaragua, Cuba ed Ecuador, ovvero i paesi del blocco dell’Alternativa Bolivariana (Alba), con la pesante assenza della Bolivia di Evo Morales.

Ma è evidente che la mancata tappa di Brasilia ha infastidito Teheran: “La presidente brasiliana ha distrutto tutto quello che aveva costruito Lula da Silva”, ha dichiarato due giorni fa al quotidiano brasiliano “Folha do Sao Paolo” il consigliere del presidente iraniano, Ali Akbar Juanafikr. Lula, infatti, che ha lasciato la carica di presidente del Brasile lo scorso anno, nel 2010 si era recato in Iran svolgendo il ruolo di mediatore e riuscendo assieme al premier turco Recep Tayyip Erdogan a raggiungere l’accordo – mai portato a termine – dello scambio del combustibile con l’Iran in cambio del suo uranio. Nei mesi successivi a quella visita, ricorda oggi il “New York Times”, le esportazioni brasiliane alla Repubblica islamica hanno registrato un’impennata. Nel 2011, infatti, il Brasile ha superato la Russia diventando il più grande esportatore di carne bovina su mercato iraniano.

Negli ultimi mesi, tuttavia, gli scambi commerciali tra i due paesi hanno registrato una forte battuta d’arresto. Infatti dopo che le esportazioni del Brasile verso il paese centroasiatico avevano raggiunto i 2,1 miliardi di dollari nel 2010 - raddoppiando così quasi gli 1,2 di miliardi dell’anno precedente - attualmente non sono poche le aziende brasiliane che si lamentano per le difficoltà che riscontrano dalle autorità del loro paese in merito al conseguimento della licenza di esportazione verso l’Iran, come ricorda il quotidiano di New York. Il “New York Times”, infatti, riferisce quanto detto da Francisco Tura, presidente dell’Unione brasiliana degli allevatori di volatili, il quale ha osservato che “dalla fine di ottobre abbiamo constatato un significativo regresso degli acquisti da parte iraniana".

Tura ha aggiunto che i responsabili dell’Ambasciata iraniana nella capitale brasiliana gli avevano assicurato che l’export brasiliano sarebbe stato sempre benvenuto in Iran. Interrogato dal quotidiano di New York in merito alle dichiarazioni critiche del consigliere di Ahmadinejad, un portavoce del ministero degli esteri brasiliano non ha voluto commentare, assicurando tuttavia che “le relazioni con l'Iran sono ancora forti”. Sarà così, ma gli amici anticapitalisti di Teheran hanno riservato una calorosa accoglienza al presidente iraniano, a cominciare dalla prima tappa: palazzo Miraflores, a Caracas.

L’incontro tra Ahmadinejad e Chavez si è perfettamente inserito nel solco di quelli già visti, con la conclusione di alcuni accordi di cooperazione economica e scientifica: dal 2006 ad oggi sono state all’incirca 300 le intese di questo tipo siglate tra i due paesi. Non sembra che intese del genere siano più in programma tra Teheran e Brasilia. Il motivo e da chiedere a quelli di Washington che si sono prodigati a spiegare con estrema precisione che cosa sarebbe potuto accadere in caso di conclusione di qualche rilevante accordo commerciale.

“Stiamo contattando i paesi della regione per spiegare le sanzioni applicate dalla nostra nuova legislazione nei confronti di chi commerci con la Banca Centrale iraniana”, ha dichiarato William Ostick, portavoce dell’ufficio latinoamericano del Dipartimento di Stato Usa, in riferimento alla legge approvata dal presidente Usa Barack Obama il 31 dicembre scorso. Di certo, una visita di stato in Brasile avrebbe allontanato la sensazione di isolamento iraniana.