Atlantide
25.01.2012 - 17:35
Analisi
 
Prove d’intesa fra talebani e Fratellanza musulmana in vista del ritiro Usa dall’Afghanistan?
Roma, 25 gen 2012 17:35 - (Agenzia Nova) - In Afghanistan la situazione permane confusa, ma mostra qualche spunto di un certo interesse per le prospettive future del conflitto. Il fatto nuovo è che l’ipotesi di trattative tra talebani e Stati Uniti ha assunto una concretezza inedita, che risulta sia dall’insieme dei contatti intervenuti tra le parti negli ultimi mesi che dal disegno politico complessivo in cui il negoziato potrebbe aver luogo.

Stando a quanto “New York Times” e “Washington Post” hanno recentemente rivelato, emissari americani e del Mullah Omar starebbero in effetti avendo abboccamenti dal novembre 2010, anche grazie, pare, all’intermediazione svolta dai servizi segreti tedeschi. Precedenti tentativi, com’è noto, non erano andati a buon fine a causa dell’inserimento nel processo di un presunto impostore o, più probabilmente, per interferenze esterne d’altra natura, magari provocate ad arte da settori degli apparati di sicurezza pakistani desiderosi di far assumere a Islamabad un ruolo di più elevato profilo nella vicenda. Incontri si sarebbero comunque tenuti a Monaco di Baviera – riflesso evidente della partecipazione dell’intelligence di Berlino all’operazione – e a Doha. Ed avrebbero preparato l’apertura proprio in Qatar di un ufficio di rappresentanza, di cui gli uomini del Mullah Omar potranno servirsi per incontrare liberamente chi vorrà vederli e parlare con loro.

Dal canto suo, per aprire il negoziato con la guerriglia, un passo che avrebbe la stessa rilevanza di quello che preparò il ritiro statunitense dal Vietnam, l’amministrazione del presidente Barack Obama si è impegnata a favorire il trasferimento da Guantanamo di alcuni prigionieri di cui i talebani desiderano fortemente la liberazione.

Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha naturalmente tentato di opporsi ad entrambe le misure – apertura della rappresentanza in Qatar e rilascio dei jihadisti detenuti a Camp X-Ray – ma è stato infine indotto a piegarsi, malgrado il processo che si profila sia destinato inevitabilmente a determinare l’archiviazione della stagione politica che l’attuale capo dello stato ha interpretato nell’Afghanistan degli ultimi dieci anni. L’uomo che sta giungendo a Roma, pertanto, è il passato del suo paese, non il futuro.

A rendere particolarmente interessante la svolta è però soprattutto la circostanza che all’individuazione di Doha quale sede dell’ufficio di rappresentanza talebano non abbiano concorso solo considerazioni di parte statunitense attinenti al ruolo che il Qatar ha saputo ricavarsi nel sostegno dato alla “primavera araba”, ma altresì il coinvolgimento nell’operazione, in qualità di mediatore, del predicatore della rete satellitare “al Jazeera”, Yussuf Al Qaradawi, ritenuto un esponente di spicco della Fratellanza musulmana.

In pratica, tra le condizioni che permetterebbero agli Usa di trattare l’uscita dalla palude afgana figurerebbe una specie di fittizia estensione a Kabul del processo che ha portato in una parte cospicua del mondo islamico alla marginalizzazione del jihadismo qaedista.

L’eventuale asse fra talebani e Fratelli musulmani esigerebbe ovviamente una specie di abiura dell’Islam radicale Deobandi, che è stato finora il credo condiviso degli studenti coranici. E proprio questa rappresenta l’incognita più forte che grava sul tentativo intrapreso dagli Stati Uniti. Perché proprio sul terreno dell’affiliazione religiosa è presumibile che sauditi e pachistani agiranno per evitare il divorzio dei talebani dalla loro causa e far deragliare anche questo giro di consultazioni che starebbe per cominciare.

Ce n’è comunque abbastanza per ritenere che anche sul piano politico qualcosa di nuovo stia apparendo nel panorama politico, invero piuttosto desolante, dell’Afghanistan.
 
Nel vivo la lotta nel Partito repubblicano per la designazione dello sfidante di Obama
Roma, 25 gen 2012 17:35 - (Agenzia Nova) - A proposito degli Stati Uniti, vale la pena di gettare uno sguardo sulla campagna elettorale per le presidenziali del prossimo novembre, che sta entrando nel vivo.

Per non indebolire le possibilità di riconferma di Barack Obama, che risentirebbero pesantemente di un’eventuale sfida interna, il Partito democratico non ha finora espresso candidature alternative di consistenza. Per questo motivo, pur svolgendosi formalmente anche in campo democratico, con Obama che ha finora incassato il 98 per cento dei consensi in Iowa, Nevada e New Hampshire, di fatto le primarie riguardano quest’anno soltanto i repubblicani, tra i quali sono emerse finora quattro aspiranti alla presidenza.

Il “front runner” del Grand Old Party, il candidato cioè che gode al momento dei favori del pronostico, è Mitt Romney, un mormone che venne sconfitto quattro anni fa da John McCain. Ma è seguito “a ruota” dall’ex Speaker del Congresso, Newt Gingrich, riemerso dopo anni trascorsi in una relativa oscurità, con Ron Paul e soprattutto il sorprendente Rick Santorum nella posizione di outsider. E la situazione è in rapida evoluzione.

Romney è stato governatore del Massachusetts ed è ritenuto da allora un centrista. Proprio per questo, ha problemi con i repubblicani più intransigenti, che tra l’altro gli rimproverano gli interventi compiuti nella sanità del suo stato. Tende ad accreditare di sé l’immagine di un tecnocrate concreto. In politica estera, sostiene Israele, è a favore di un incremento delle spese militari e dell’adozione di un atteggiamento più intransigente tanto nei confronti della Cina quanto verso la Russia. Ma sostiene anche la causa del ritiro dall’Afghanistan.

Gingrich è invece un conservatore a tutto tondo, prossimo a think tank come l’American Enterprise Institute e la Hoover Foundation, dove si raggruppano i più puri tra i liberisti statunitensi. Non a caso, ha aperto anche a Sarah Palin, che lo ha peraltro esplicitamente sostenuto in South Carolina. In caso di vittoria a novembre, ha affermato Gingrich, a Sarah Palin verrebbe affidato un importante incarico politico. Circostanza interessante, Gingrich possiede un dottorato in Storia europea moderna. In politica estera, è un forte sostenitore di Israele e un critico del calendario di ritiro dall’Afghanistan delineato da Barack Obama. E’ altresì ostile a Putin e teme che la “primavera araba” possa divenire anti-cristiana.

Anche Paul è stato al Congresso, è vicinissimo al Tea Party ed è considerato un conservatore libertario, fautore cioè dello stato minimo e di una intransigente difesa dei diritti della persona dagli abusi del potere, approccio che estende anche alla politica estera, nella forma di un incondizionato isolazionismo. E’ nota la sua opposizione al Patriot Act varato sotto George W. Bush. E’ ostile a qualsiasi ipotesi di attacco all’Iran. Ha criticato l’attacco alla Libia e si è espresso contro un eventuale uso della forza ai danni della Siria.

Santorum, infine, è un cattolico considerato vicino all’Opus Dei, circostanza che rende prevedibile una sua corsa dalle prospettive assai limitate. E’ peraltro di un certo interesse la sua crociata contro le teorie concernenti il cambiamento climatico, che ritiene il prodotto di una cospirazione scientifica. In politica estera, si caratterizza come un sostenitore dell’approccio neoconservatore ed è quindi favorevole ad una politica di promozione anche armata della democrazia e di incondizionato sostegno ad Israele. Considera la Cina un pericolo.

Per ottenere la nomination repubblicana, occorrerà aggiudicarsi almeno 1.144 delegati in vista della Convenzione nazionale, che si terrà tra il 27 ed il 30 agosto prossimi. Per il momento, gli stati in cui gli elettori registrati repubblicani si sono già potuti esprimere sono l’Iowa, il New Hampshire ed il South Carolina. Seguirà a breve la Florida, che rappresenta un test decisamente più importante. Gingrich risulta attualmente in vantaggio nei sondaggi che riguardano questa tornata.

Tra i quattro maggiori candidati in lizza, tre sono riusciti ad aggiudicarsene uno a testa, ma nella competizione di quest’anno ciascuno stato assegnerà delegati anche a coloro che hanno perduto, seguendo un criterio proporzionalista che rende importante la competizione pressoché ovunque.

Dopo un nuovo riconteggio, è emerso che Santorum ha vinto di stretta misura in Iowa, mentre Romney ha prevalso in New Hampshire e Gingrich in South Carolina. In termini di delegati, Romney guida con 34, fra i quali 16 superdelegati (personalità che partecipano di diritto alla scelta del candidato presidenziale); seguono Gingrich, con 28, con un solo superdelegato; Ron Paul, che non ha vinto in nessuno Stato, ma si è comunque aggiudicato dieci delegati, e Rick Santorum, con otto, con un superdelegato. In termini di voti e percentuali, Romney è sempre in testa, con poco più di 294 mila voti (30,1 per cento), in lieve vantaggio su Gingrich (282 mila, 28,9 per cento) che è però in rimonta, Ron Paul (161 mila, 17,2 per cento) e Santorum (155 mila, 16,5 per cento).

Siamo chiaramente soltanto agli inizi e forse più che a questi dati occorrerebbe guardare a quelli concernenti le risorse disponibili per farsi un’idea delle differenti possibilità dei candidati rimasti in lizza, comunque una percentuale trascurabile rispetto a quelle che è già riuscito a garantirsi Barack Obama. E’ quindi veramente arduo, al momento, prevedere in che modo l’attuale inquilino della Casa Bianca possa perdere il suo incarico.

Dal punto di vista politico, i candidati repubblicani scontano la presenza di un forte condizionamento a destra, rappresentato dal movimento dei Tea Party, che nessuno di loro può trascurare completamente, ma che in prospettiva allontana ciascuno dagli elettori di centro, strategici per la conquista della presidenza a novembre.