Atlantide
18.01.2012 - 16:42
ANALISI
 
Italia: l’azione diplomatica e la strategia del governo Monti
Roma, 18 gen 2012 16:42 - (Agenzia Nova) - Per comprendere davvero il decreto “salva-Italia” non è all’economia che occorre guardare, ma alla politica estera. L’intensificazione dell’attività internazionale di Mario Monti sta infatti gettando un fascio di luce sulla strategia prescelta dal governo italiano per cercare di allontanare le finanze pubbliche dal rischio di default.

Considerando le sue mosse delle ultime settimane, si ha la netta impressione che il premier abbia adottato la strada dell’accentuazione del rigore non perché creda che sia questa effettivamente la soluzione. Questa preoccupazione appare oggi meramente secondaria: Monti sa perfettamente che difficilmente l’Italia potrà uscire dalla crisi che l’attanaglia senza che muti qualcosa nel contesto in cui il paese è calato. E’ perciò probabile che Monti, in cuor suo, abbia ben chiaro come, optando per l’intransigenza, abbia posto l’Italia sulla stessa traiettoria della Grecia. Con tasse in aumento e tagli pronunciati alle spese, è in effetti palese anche ai fautori più irriducibili dell’ortodossia finanziaria come il governo abbia varato alla fine dello scorso anno una manovra pro-ciclica dall’evidente impatto recessivo.

Come già Romano Prodi nell’autunno 2006, Monti si è invece risolto ad imboccare questa via tortuosa soprattutto nella speranza di poter poi negoziare da una presunta posizione di forza gli interessi italiani nei confronti dei più forti partner dell’Eurozona, come Francia e soprattutto Germania. Non è detto che il tentativo riesca, ma nel frattempo il giudizio sull’operato del premier merita di essere sospeso. Può infatti ancora farcela.

Nell’incontro avuto all’Eliseo con il presidente francese, Nicolas Sarkozy, Monti ha cercato per la prima volta di far blocco con i nostri cugini transalpini, che condividono con l’Italia l’interesse ad ottenere una riforma della politica monetaria europea che permetta alla Bce di alleviare le sofferenze dei paesi dell’Ue maggiormente indebitati. Poi si è recato da Angela Merkel, cui ha chiesto apertamente un cambiamento degli orientamenti della Germania in materia di gestione della crisi economica, non senza far precedere il suo faccia a faccia con la Cancelliera da un intervento sulla stampa tedesca in cui, per la prima volta, il premier italiano anticipava la possibile emersione di un forte movimento antieuropeista anche in Italia.

E’ interessante rilevare come alcuni media internazionali di grande prestigio abbiano reagito all’iniziativa del presidente del Consiglio. Il New York Times, quotidiano liberal vicino alle posizioni dell’amministrazione del presidente Barack Obama, ha elogiato il tentativo di Monti. Il francese Le Figaro, testata di proprietà della Dassault e per forza di cose filo-governativa, ha a sua volta sottolineato l’obiettiva convergenza d’interessi esistente tra Roma e Parigi nei confronti della Germania, pur evidenziando come il premier italiano sia tornato a Palazzo Chigi sostanzialmente a mani vuote. E’ naturale che sia così, considerando l’obiettiva differenza di prestigio che divide il nostro paese dalla Francia e la naturale ambizione del presidente transalpino, che è impegnato in una difficile campagna per la sua rielezione, a guidare il processo di riforma dell’Ue e dell’Eurozona. Da questa combinazione di passi e di commenti sembra possibile trarre alcune indicazioni sulle intenzioni del nostro governo ed il contesto internazionale entro il quale si muove.

Per attenuare i vincoli che gravano sulle finanze italiane, Monti ha prima provveduto a ristabilire la credibilità del governo di Roma nei confronti dei suoi partner europei e poi ha provato a presentarsi all’incasso forte dell’apparente via libera francese. Si tratta di un disegno non privo di una sua coerenza, che tuttavia sarebbe più adatto ad un esclusivo club di gentlemen inglesi anziché all’arena nella quale i principali leader europei lottano allo spasimo per gli interessi nazionali dei loro paesi e per la propria sopravvivenza politica. In effetti, ai fini della trattativa da condurre con le controparti europee, una situazione più critica del nostro paese avrebbe forse accresciuto il peso negoziale di Monti, consentendogli di agitare con maggior convinzione la propria disponibilità a far saltare il banco.

D’altra parte, è presumibile che il presidente del Consiglio abbia un asso nella manica, che sarebbe il sostegno degli Stati Uniti, il cui verosimile obiettivo in questa stagione elettorale che culminerà nel voto presidenziale del prossimo novembre è quello di ottenere una correzione della politica monetaria europea in senso espansivo, in quanto suscettibile di riverberarsi anche sulle condizioni dell’economia statunitense, accrescendo le chance di riconferma alla Casa Bianca dell’attuale presidente.


Pressioni Usa sull’Italia?

In altre parole, per tutta una serie di ragioni contingenti, a Barack Obama non interesserebbe tanto, per il momento, distruggere la divisa unica europea, come molti invece sospettano, quanto ottenere una politica monetaria della Bce conforme alle esigenze della ripresa statunitense, cioè di fatto ancillare rispetto a quella della Federal Reserve. Non avendola ancora ottenuta, è prevedibile che le tensioni continueranno.

Un primo segnale inquietante, in questo senso, è venuto proprio dalla decisione dell’agenzia di rating Standard & Poor’s, che venerdì 13 novembre ha proceduto dopo la chiusura di Wall Street (cioè con modalità tali da ridurre gli effetti collaterali sulla Borsa Usa) ad una massiccia revisione al ribasso delle proprie valutazioni sul merito di credito di alcuni paesi dell’Eurozona. La Germania ne è uscita indenne, ma il danno arrecato alla reputazione dei titoli di stato francesi, che hanno perso la tripla A, e di quelli italiani, ora declassati a poco più di spazzatura, è tale che anche Berlino finirà in qualche modo per scontare gli effetti di questa aggressione. Per fronteggiare il pericolo di un’ondata di panico alla riapertura dei mercati, pare in effetti che la Bce abbia provveduto a sostenere la domanda dei titoli di stato più esposti all’assalto della speculazione, intervenendo massicciamente sul mercato secondario.

Ma non è chiaro per quanto ancora potrà andare avanti questo meccanismo, finora rivelatosi non risolutivo, che comunque accresce il rischio sistemico di fallimenti generalizzati, come lo stesso Mario Monti ha fatto capire nell’audizione svolta il 16 gennaio al Parlamento europeo. Tanto più che nelle scorse settimane l’istituto di emissione europeo aveva già provveduto a rifornire di liquidità le banche che avrebbero sottoscritto i titoli di stato italiani e spagnoli recentemente messi all’asta, ponendo a loro disposizione diverse centinaia di miliardi di euro.

La spirale viziosa si sta quindi avvitando, con banche sempre più appesantite dal fardello di titoli sovrani destinati alla svalutazione, ed una Bce costretta per ragioni ideologiche ed istituzionali a drogare il mercato dei capitali invece di assumere l’unico provvedimento in grado, secondo premi Nobel del calibro di Paul Krugman e Joseph Stiglitz, di restaurare immediatamente la credibilità degli stati fortemente indebitati. Il recente declassamento rappresenta un onere per tutti, tedeschi inclusi, che sono i veri destinatari finali dell’attacco portato da Standard & Poor’s ed ai quali viene implicitamente chiesto di autorizzare l’istituto di emissione europeo a procedere ad acquisti di stock di debito pubblico direttamente dagli stati.

La Merkel è notoriamente ostile a questa ipotesi. Ma legittima qualche speranza il fatto che il governo federale abbia recentemente dato mandato alla sua antica banca centrale, la Bundesbank, di fare operazioni di questo tipo qualora le aste dei titoli di stato tedeschi andassero male. Certamente non basta, ma una prima barriera simbolicamente importante è caduta. Il sentiero per raggiungere questo risultato prima che qualche grosso paese dell’Unione vada in default, per quanto “controllato”, è ancora aperto, ma ormai molto stretto e sempre più impervio. Occorre essere consapevoli come passi proprio per l’Italia, che funge in questo momento da ariete degli interessi statunitensi in Europa, ma che persino in questo difficile contesto sta forse riuscendo a ritagliarsi uno spazio per tutelare le proprie esigenze. (g.d.)