Mezzaluna
13.01.2012 - 18:54
Analisi
 
Iran: sanzioni e crisi nucleare, gli ayatollah chiamati a scelte cruciali
Roma, 13 gen 2012 18:54 - (Agenzia Nova) - Proprio mentre sta cercando di diventare una potenza regionale influente sullo scenario geopolitico del Medio-Oriente, la Repubblica islamica dell’Iran si trova davanti ad una serie di sfide internazionali, regionali e interne che appaiono cruciali per il suo destino. Si tratta infatti di decidere se continuare fino in fondo la politica del muro contro muro con l’amministrazione Usa, che a sua volta sembra intenzionata a proseguire un crescente pressing contro Teheran per costringerla a rinunciare al suo controverso programma nucleare. Oppure, la Repubblica islamica deve escogitare qualche forma di compromesso per venire a capo, non solo delle sue ambizioni nucleari ma anche di una serie di nodi nella regione, dall’Iraq al Libano sino alla crisi siriana e all’eterna questione palestinese.

Problemi complicati e di difficile soluzione, certo: ma la politica degli stati si basa sul pragmatismo, dottrina di certo non sconosciuta agli ayatollah di Teheran e che alla fine potrebbe portare a qualche apertura. Questo almeno è quel che pensano gli ottimisti, che rifiutano l’idea di un ennesimo conflitto in una regione così strategica nel mondo come quella del Golfo Persico, dove passa quasi il 40 per cento dell’energia mondiale. Sulla base di questo “duplice sblocco” del rapporto fra comunità internazionale e Iran, l’escalation mediatica in corso dopo le recenti manovre della Marina militare iraniana nelle acque del Golfo appare totalmente strumentale.

Se è vero, infatti, che la minaccia di Teheran di chiudere lo stretto di Hormuz sembra mera propaganda in quanto l’Iran è consapevole delle gravi implicazioni che un tale passo avrebbe per l’intera comunità internazionale, è altrettanto verosimile che anche Washington si guardi bene dal farsi coinvolgere in un conflitto armato, mentre si avvicina la data delle elezioni presidenziali in un contesto di crisi economica e finanziaria internazionale. Gli ayatollah iraniani si sono del resto dimostrati abili ed astuti nei confronti delle vicende di due paesi al loro confine, come l’Iraq e l’Afghanistan, entrambi occupati militarmente da truppe straniere, principalmente della grande potenza d’oltreoceano.

E’ certo che gli iraniani abbiano tramato contro i marine in entrambi i paesi, ma lo hanno fatto senza mai uscire allo scoperto, proprio per la consapevolezza della propria inferiorità militare. La domanda è se un simile pragmatismo sia ancora valido in questa attuale fase di crisi acuta. Difficile rispondere di sì, se si ascoltano le dichiarazioni di Ahmadinejad, secondo cui l’Iran sarebbe sul piede di guerra. Inoltre, in parallelo all’agitarsi delle acque del Golfo, l’eventualità che Israele colpisca i siti nucleari iraniani sembra frasi sempre più prossima nelle dichiarazioni e nei numerosi incontri tra responsabili israeliani e statunitensi. Il che non esclude, ovviamente, imprevedibili sviluppi.

Uno di essi è rappresentato dall’omicidio del giovane scienziato iraniano, Mustafa Ahmadi Roshan, ucciso mercoledì scorso in un attentato nel cuore di Teheran. La morte del 32enne Roshan è la quarta quest’anno che colpisce gli scienziati iraniani che lavorano al programma nucleare dell'Iran. Gli omicidi di scienziati, così come le azioni di pirateria informatica per colpire tecnologicamente il programma atomico iraniano, dimostrano che la “guerra non guerreggiata” proseguirà anche nella prossima fase. Tanto più che si tratta di una guerra che non comporta rischi da parte di chi la conduce, e a quanto pare si sta dimostrando efficace.

La recente escalation di polemiche ha fatto emergere non pochi problemi interni all’Iran, che iniziano a costituire un serio peso politico per il regime di Teheran. La prima questione è senz’altro quella rappresentata dalla già difficile situazione economica, che promette di aggravarsi ulteriormente per via dell’inasprimento delle sanzioni della comunità internazionale. Il crollo del valore della moneta locale (il riyal negli ultimi mesi ha subìto un calo del 30 per cento rispetto alle principali valute) sta avendo i suoi effetti sulla vita della popolazione, che importa gran parte dei suoi bisogni dall’estero.

Inoltre, le ultime sanzioni imposte dall’amministrazione Usa di Barack Obama contro la banca centrale sono destinate nel prossimo futuro a incidere fortemente sull’esportazione del petrolio, principale fonte di ricchezza dell’Iran. Un colpo davvero doloroso da un punto di vista finanziario, se si pensa che il greggio costituisce l’80 per cento delle entrate del tesoro iraniano. Oltre ai problemi economici, non è da sottovalutare il rischio di un’esplosione delle tensioni su grande scala delle numerose minoranze etniche e religiose. Un problema che sta prendendo sempre più corpo tra la popolazione non persiana del paese. Gli arabi nel sud, così come i curdi nel nord ovest e i turcomanni nel nord, oltre ai baluchi ed altri popoli iranici, sono tutte minoranze che mostrano segni di insofferenza.

I media iraniani sono pieni di notizie su scontri, arresti e omicidi, oltre che su attentati che vengono compiuti, a ritmi sempre più frequenti, dai gruppi armati di queste etnie. La questione viene presa molto sul serio da Teheran, perché complessivamente queste minoranze costituiscono il 40 per cento dei poco più di 70 milioni della popolazione del paese. Tanto più che ciascuna di queste etnie vive su un territorio che ha continuità geografica con paesi limitrofi, come Pakistan, Afghanistan, Azerbaijan e Iraq: tutti paesi alle prese con il terrorismo e il traffico di stupefacenti.

Infine c’è la questione tutta interna all’Islam, che riguarda la divisione tra sciiti e sunniti, come nel caso delle minoranze che si trovano lungo i confini irano-pachistani e quelli irano-afgani. Tutto questo significa che il problema delle etnie potrebbe travalicare l'ambito nazionale ed anche regionale per diventare un fattore del confronto dell’Iran da una parte e Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele dall’altra. Stati, questi, che in comune hanno tutto l’interesse a incoraggiare le minoranze della periferia nella loro ribellione contro il centro. Non è da escludere, infatti, che questo fattore di ribellione possa tornare utile alle potenze occidentali per logorare dal punto di vista economico e sociale il regime di Teheran.

Dando per scontato che una guerra all’Iran non sia nei programmi di Washington, ci sarebbe da aggiungere come ulteriore elemento destabilizzante la potenzialità dell’opposizione riformista della cosiddetta “Onda verde”, che nel 2009 ha saputo imporsi agli occhi del mondo per la sua forte protesta in occasione della contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad. La rivolta venne repressa, ma le elezioni parlamentari della prossima primavera potrebbero rappresentare un'occasione di riscossa per l'opposizione laica e riformista. Crisi economica, questione delle minoranze e voglia di libertà e riformismo sono ingredienti che formano un mix esplosivo per qualsiasi regime, e gli ayatollah ne sono consapevoli.
(a.f.a.)