Atlantide
12.01.2012 - 17:38
Analisi
 
I probabili veri obiettivi dell’accresciuta pressione sull’Iran
Roma, 12 gen 2012 17:38 - (Agenzia Nova) - In Medio Oriente sono state aperte diverse partite di grande importanza per il futuro degli equilibri regionali e non solo. L’attenzione dei media internazionali si è appuntata principalmente sull’Iran, in ragione delle manovre militari incrociate che, a cavallo tra il vecchio ed il nuovo anno, hanno visto mobilitate le forze aeronavali statunitensi e la marina della repubblica islamica. Grande preoccupazione ha destato, in questo contesto, la minaccia, agitata da Teheran, di ricorrere al blocco dello stretto di Hormuz qualora la comunità internazionale tentasse effettivamente di strangolare con sanzioni particolarmente efficaci l’economia iraniana, per indurre il regime a rinunciare alle proprie ambizioni nucleari.

A prescindere dall’effettiva concretezza della ritorsione prospettata dall’Iran – su cui molti analisti sono dubbiosi, mentre altri ritengono facile per Teheran ostruire gli stretti affondando delle navi nelle zone dove i fondali sono più bassi - quanto è accaduto costituisce motivo di riflessione sotto molteplici punti di vista, non sempre adeguatamente posti in luce dalla stampa e dai grandi network televisivi internazionali, che meritano qualche considerazione.

In primo luogo, a dispetto di quanto si osserva, non è nell’aria alcuna iniziativa militare importante di Israele o degli Stati Uniti contro Teheran. Il fatto stesso che gli israeliani ne parlino apertamente rende poco credibile l’eventualità, in quanto incompatibile con la tradizionale segretezza con la quale i militari dello Stato ebraico avvolgono tipicamente la preparazione dei loro più audaci blitz.

Tel Aviv non discute pubblicamente se, quando e come attaccare. Decide in silenzio e poi esegue la sua mossa offensiva. E’ stato così in occasione del raid del 1981 contro il reattore Osirak nell’Iraq di Saddam Hussein e nel più recente colpo condotto contro il misterioso impianto siriano di Al Kibar distrutto nel settembre 2007. Anche la guerra dei sei giorni cominciò sostanzialmente all’improvviso. La ragione di questo comportamento è che il conseguimento dell’effetto sorpresa è giudicato essenziale nella cultura strategica israeliana. Non è pertanto realistico ipotizzare che i militari ed i loro dirigenti politici pensino proprio questa volta di rinunciarvi.

Il motivo del rumoroso dibattito promosso sull’argomento deve essere quindi un altro, tutto politico. Israele desidera probabilmente stanare l’amministrazione Obama e costringerla ad assumere in Medio Oriente una posizione più aderente a quella mantenuta fino al recente passato, diremmo fino alla vigilia del discorso con il quale, nella primavera del 2009 l’attuale presidente americano dischiuse per la prima volta alle autorità iraniane la possibilità di un riconoscimento del loro diritto a produrre energia elettronucleare.

Tale apertura equivaleva infatti ad un via libera anche al nucleare militare iraniano, posto che la tecnologia per produrre le bombe atomiche è la medesima richiesta alla produzione di elettricità, ed era osteggiata da Israele perché alterando un tratto fondamentale della politica estera statunitense anticipava quanto sarebbe accaduto in seguito anche nei confronti delle articolazioni sunnite dell’Islam politico, che durante il 2011 sarebbero state accompagnate da Washington nella loro scalata al potere in una parte importante del mondo arabo.

L’opposizione statunitense al nucleare iraniano di questi giorni è quindi molto presumibilmente solo di facciata e non sostanziale. Come lo è quella di Israele, anche se per motivi diversi. Per quanto riguarda Obama, oltre ai benefici attesi da un appeasement con l’Islam, giova ricordare come le bombe di Teheran giustificherebbero la permanenza a lungo termine dell’America nel Golfo Persico, a tutela degli Emirati che sarebbero esposti all’eventuale ricatto atomico iraniano. Mentre Tel Aviv potrebbe comodamente dissuadere la repubblica islamica nella stessa maniera in cui lo fecero americani e sovietici durante la guerra fredda. Risulta tra l’altro che circa tre anni fa emissari dei due governi si siano incontrati per definire congiuntamente, in segreto, delle procedure per l’eventuale gestione di crisi del genere di quella insorta a Cuba nel 1962.

Il collegamento tra la crisi in Siria e quella del nucleare iraniano

Ci si deve allora interrogare sulle ragioni di questo forcing attuato nelle ultime settimane nei confronti dell’Iran. Lasciando da parte i consueti riferimenti alle esigenze elettorali di questo o quel leader politico, rispetto a questo quesito sono immaginabili diverse possibili spiegazioni, che non si escludono a vicenda e sono anzi in una certa misura conciliabili. Quella più ragionevole porta ad ipotizzare un collegamento tra la crisi nucleare con l’Iran e la rivolta in atto in Siria. Se contro Damasco si prepara un nuovo esercizio della cosiddetta “responsabilità di proteggere”, cioè un conflitto umanitario simile a quello condotto contro la Libia di Gheddafi, la pressione su Teheran potrebbe essere funzionale al disegno di costringere la repubblica islamica ad un ruolo marginale, per isolare ulteriormente Assad, in modo tale da poterlo più facilmente attaccare.

E’ quella siriana, in effetti, la crisi più seria dell’area, non quella in atto con l’Iran, dato il coinvolgimento della Russia dal lato di Assad e le possibili ripercussioni che un crollo del regime di Damasco finirebbe per dispiegare, creando un vuoto di potere nella regione che dovrebbe essere riempito dai sauditi o dai turchi, prospettiva che in verità non rassicura più di tanto neanche Israele.

Ma c’è anche un’altra chiave di lettura. I recenti giochi di guerra nel Golfo hanno prodotto una novità interessante. Per la prima volta dal 1979, in Iran sono tornati alla ribalta i vertici delle forze armate regolari, che hanno conquistato una visibilità mediatica mondiale. E’ un fatto potenzialmente molto importante, se si tiene conto che finora il regime aveva sempre privilegiato nella sua comunicazione e nella gestione degli asset più importanti del paese i pasdaran, direttamente dipendenti dalla suprema guida religiosa iraniana.

Non va escluso che la generazione in una certa misura artificiosa delle tensioni cui abbiamo assistito possa legarsi all’idea di inserire un cuneo nel complesso apparato politico-istituzionale e militare della repubblica islamica, contrapponendo con più forza il presidente Mahmoud Ahmadinejad all’ayatollah Ali Khamenei ed i militari ai miliziani che costituiscono l’ala più dura del regime.

Non è chiaro, tuttavia, cosa si conti di fare perseguendo questo disegno, che avrebbe un senso soprattutto se si scommettesse sulla destabilizzazione completa dell’Iran, che danneggerebbe soprattutto Europa e Cina, in ragione dell’impatto che avrebbe sui prezzi petroliferi, e sarebbe quindi conforme al paradigma strategico al quale attualmente gli americani improntano la loro condotta, che contempla senza difficoltà la creazione di un certo grado di caos nel sistema internazionale.

Il rafforzamento del potere civile iraniano rispetto a quello religioso, inoltre, potrebbe permettere agli Stati Uniti di acquisire quell’interlocutore di cui necessitano per la grande riconciliazione cui ambiscono da almeno un decennio. Altra cosa che induce a ritenere poco probabile che gli israeliani intendano davvero demolire la repubblica islamica.

Per gli altri attori coinvolti più o meno a distanza in quanto sta accadendo in Medio Oriente, sembra infine opportuno ricordare come un eventuale cambio di regime a Teheran difficilmente implicherebbe la rinuncia dell’Iran al suo programma nucleare, che è condiviso dalla gran parte del paese ed è un’aspirazione nazionale sin dai tempi dello scià. Ora più che mai, risulta quindi importante distinguere le argomentazioni della propaganda dall’analisi della realtà geopolitica degli interessi concreti in gioco.
(g.d.)