Mezzaluna
04.01.2012 - 18:07
ANALISI
 
Libia: il paese sull’orlo del caos, spadroneggiano le milizie armate
Roma, 4 gen 2012 18:07 - (Agenzia Nova) - La Libia uscita dal crollo del regime imposto dal colonnello Muhammar Gheddafi sembra ormai sull’orlo del caos. A sostenerlo pubblicamente non sono giornalisti e commentatori, ma lo stesso Mustafa Abdel Jalil, il capo del Consiglio di transizione dei ribelli che governa l’ormai ex Jamahiriya. Jalil ha chiaramente affermato di temere l’esplosione imminente di una sanguinosa guerra civile, visto il caos che domina sovrano nel suo paese a causa alle scorribande di milizie armate dei contrapposti orientamenti. Il monito va preso molto sul serio, proprio perché proviene dall’uomo che occupa la massima carica istituzionale della nuova Libia.

Dal 23 ottobre, giorno della proclamazione ufficiale della liberazione della Libia, la situazione si è fatta via via più incandescente. In quarant’anni di dominio assoluto, Gheddafi era riuscito infatti a mantenere unito un paese intrinsecamente diviso, e la sua morte si è dimostrata soltanto il pretesto per una nuova escalation di tensioni. Le notizie, anche se scarne, disegnano un quadro preciso della situazione nel paese, e quel che emerge è già sufficiente per allarmare i libici. Da quando sono finite le operazioni della Nato, i media internazionali hanno smobilitato uomini e strutture sia da Tripoli che da Bengasi, da cui scoppiò la prima scintilla della rivolta popolare. Da allora, inevitabilmente, è calato l’interesse per gli sviluppi successivi e ancora di più per gli avvenimenti meno appariscenti della fase post-Gheddafi.

A riaccendere i riflettori sullo scenario libico sono stati gli ultimi scontri a fuoco scoppiati a Tripoli tra elementi appartenenti alle “Brigate di Misurata” ed altri che fanno capo al Consiglio militare della capitale. Si è trattato di scontri sanguinosi e di non poco conto, se si pensa che hanno causato la morte di sei persone ed il ferimento di altre decine. Nella nuova Libia, dove imperversano i gruppi armati, sono almeno quattro le milizie principali. Una è quella della città di Zintan, che ancora oggi controlla l’aeroporto di Tripoli e alcuni quartieri ad esso vicini. Le stesse milizie hanno tuttora in custodia il figlio di Gheddafi, Seif al Islam, dopo averlo catturato nella notte del 18 novembre scorso, e sono state poi coinvolte in pesanti sparatorie presso la località di Wamis, 190 km a sud di Tripoli, con la tribù dei Masciascià, ex sostenitrice di Gheddafi.

Altre milizie sono le forze del Consiglio militare che fa capo a Abdelhakim Belhaj, ex qaedista nonché fondamentalista islamico dichiarato. Poi ci sono le “Brigate di Misurata” che, forti della cattura dell’ex rais presso un tombino di una strada di Sirte, pretendono di contare sempre più sulla scena politica del paese. Anche questi combattenti di Misurata, come prima di loro quelli di Zintan, hanno conquistato la loro fetta di territorio a Tripoli, occupando la sede dell’intelligence del deposto regime nella capitale. Solo per ultime, infine, vengono le unità del cosiddetto “esercito nazionale”, che fanno capo al governo provvisorio.

La maggior parte delle stazioni di polizia restano chiuse, e molti ufficiali si lamentano perché le milizie rendono impossibile lo svolgimento del loro lavoro. Il consiglio comunale di Tripoli aveva stabilito che entro il 20 dicembre tutte le milizie provenienti da altre città avrebbero dovuto lasciare la capitale. In caso di mancato rispetto dell'ordinanza, era stato annunciato il blocco di tutte le strade, che sarebbero rimaste accessibili solo ai mezzi dell’esercito e ai veicoli del governo. Nulla di ciò è avvenuto, e non è chiaro in che modo l’ordinanza potrà essere fatta rispettare.

Gli abitanti della capitale sono stanchi dei posti di blocco istituiti da queste variegate milizie per le strade della città. A Tripoli come a Bengasi, chi non spara scende in strada a protestare. Di volta in volta sparuti gruppi di persone organizzano cortei per esprimere il loro disagio davanti a un simile caos. Finora, il Consiglio nazionale di transizione non è riuscito a mantenere le promesse di estendere il suo controllo sul territorio. E in assenza di un’autorità centrale funzionante, sono questi gruppi armati a detenere il potere reale nelle strade, non solo della capitale ma in tutto il paese. Non sembra inoltre che una tale situazione possa migliorare. Anzi, sono in molti, come riferisce la libera stampa libera, ad essere convinti che sia destinata a degenerare.

Il rischio, ormai concreto, è il riorganizzarsi di alcuni gruppi rimasti leali all’ex regime di Gheddafi. Un significativo segnale in tal senso è stato la ripresa delle trasmissioni dell’ex tv ufficiale della Jamahiriya: trasmissioni che avvengono per giunta sulle stesse vecchie frequenze, rese possibili grazie al satellite “Nilsat” di proprietà dell’Egitto. Fatto che è stato preso talmente sul serio dalle Brigate di Zintan, che il loro capo, Abdallah Naker, ha minacciato il governo del Cairo di chiudere le frontiere della Liba con l’Egitto.

In assenza di un pur vago proposito di riconciliazione nazionale, sarebbe imprudente escludere a priori che i seguaci del vecchio regime tentino di serrare le loro file. In questo caos di armi e scontri tra insorti di opposte fazioni, le grandi tribù, come quelle di al Maqareha e Warfalah, legate a Gheddafi, potrebbero trovare il clima adatto per rialzare la testa, anche e soprattutto ricorrendo alla violenza, proprio come a suo tempo fecero le tribù sunnite in Iraq dopo la caduta del regime del sunnita Saddam Hussein. E’ inoltre evidente che Jalil, l’attuale capo del Cnt, non sembra essere un "uomo forte", né appare in possesso di un carisma tale da imporre la propria personalità su tutti.

Dopo un quarantennio di dittatura, con la caduta di Gheddafi i libici avevano posto grandi speranza di libertà nel futuro, che però ormai appare incerto e pieno d'insidie. Ma forse è ancora troppo presto per arrivare a conclusioni sul destino del paese. In fondo, la nuova era in Libia è cominciata da appena pochi mesi. Le premesse, tuttavia, vanno al momento tutte in un'unica direzione, molto lontana dalle speranze dei libici. (a.f.a.)