Mezzaluna
30.12.2011 - 11:17
Analisi
 
Medio Oriente: dopo la "primavera araba", il 2012 sarà l’anno della guerra all’Iran?
Roma, 30 dic 2011 11:17 - (Agenzia Nova) - “Se quello che sta per finire è stato l’anno delle rivolte arabe contro regimi repressivi e corrotti, non è da escludere che il nuovo anno sarà quello di un attacco militare alla repubblica islamica iraniana per distruggere, o almeno ostacolare, le crescenti ambizioni nucleari di Teheran”. Con questa premessa, il direttore del quotidiano panarabo “al Quds al Arabi” inizia un suo editoriale che dipinge a tinte fosche il futuro prossimo del Medio Oriente, destinato, a giudizio dell’autore, ad andare incontro a un’ennesima guerra nel 2012.

Secondo Abdel Bari Atwan, autorevole direttore del foglio palestinese, alcuni paesi arabi, “in particolare i ricchi emirati del Golfo”, dubitano che un attacco all’Iran possa avvenire davvero, e credono che in realtà vi sia una "tacita alleanza” tra gli Stati Uniti e gli ayatollah di Teheran in funzione anti-araba. “La realtà, tuttavia, appare diversa", scrive Atwan, dicendosi convinto che “gli iraniani hanno raggirato gli americani a proposito dell'Iraq”. Un teorema, il suo, che si basa su quanto raccontato da Ahmed al Chalabi, politico sciita che d’accordo con Teheran avrebbe convinto l’allora amministrazione Usa del presidente George W. Bush ad entrare in guerra contro Saddam Hussein, prevedendo gli esiti “catastrofici” del conflitto per la grande potenza sia a livello militare che finanziario ed umano.

Ed ora, afferma il direttore di "al Quds al Arabi", non si può escludere che Washington "voglia vendicarsi, esattamente come si vendicò con l’ex Unione Sovietica in Afghanistan”. Il quotidiano non crede che l’amministrazione del presidente Barack Obama, che ha ritirato tutte le sue truppe dall’Iraq e così, scrive, ha “consegnato il paese agli iraniani” dopo avere perso “mille miliardi di dollari” e circa 5 mila soldati, “subisca senza reagire” il fatto di essere caduta nella presunta trappola tesa dagli ayatollah.

Tra gli Usa e l’Iran, dice sempre Atwan, “c’è una battaglia che ha per posta il petrolio e il gas”, ed è questo l'elemento chiave, al di là del problema d'impedire a Teheran il possesso di armi nucleari con cui minacciare Israele. Come prova, il giornalista porta l’esempio dell'intervento militare occidentale in Libia, che non sarebbe stato promosso per portare la democrazia nell’ex regno del colonnello Muhammar Gheddafi, ma piuttosto “a causa delle immense riserve petrolifere e di gas” scoperte di recente nel Golfo della Sirte. Atwan osserva inoltre che la “maggior parte delle truppe Usa ritirate dall’Iraq” sono state dislocate in Kuwait ed in altri paesi dell’area, come la Giordania, e quindi “sono pronte ad essere utilizzate in un’altra guerra regionale ben più grande”.

Il fatto, poi, che negli ultimi giorni si stia parlando sempre più insistentemente di un embargo sull’esportazione del greggio iraniano, viene visto come “una mossa per provocare le reazioni di Teheran”. Insomma, gli Stati Uniti starebbero ripetendo lo stesso “scenario” usato contro il regime iracheno di Saddam Hussein e “con gli stessi pretesti”, ovvero accusando l’Iran di voler ottenere armi di distruzione di massa. “Stiamo aspettando che il fiammifero accendo la miccia della guerra”, è l’opinione del quotidiano, che segue una linea profondamente ostile all’Occidente.

La prospettiva di un blocco delle esportazioni del petrolio iraniano è vista come una provocazione rivolta a Teheran perché in ritorsione chiuda lo strategico stretto di Hormuz: cosa tra l’altro minacciata a più riprese dagli ayatollah iraniani. Attraverso questo stretto passa qualcosa come il 40 per cento del greggio mondiale estratto dai colossali giacimenti del Golfo Persico: ovvero 18 milioni di barili al giorno, provenienti dall'Arabia Saudita, ma anche da Kuwait, Emirati arabi uniti, Qatar e Iraq. Se gli iraniani chiudessero lo strategico passaggio, questo equivarrebbe a “una dichiarazione di guerra”, perché l’Occidente non lo accetterebbe mai.

Sulla prospettiva di chiusura dello stretto di Hormuz, la polemica è già infuocata. "Il libero flusso di beni e servizi attraverso lo stretto è vitale per la prosperità regionale e globale", ha detto, un giorno dopo l'ultima la minaccia iraniana di bloccare la via d'acqua, il portavoce della Quinta Flotta Usa, che ha base nel Bahrein e segue il passaggio delle navi nelle acque del Golfo Persico. “Chiunque minacci d'interrompere la libertà di navigazione nello stretto internazionale", ha proseguito il portavoce, "si pone fuori dalla comunità delle nazioni. Qualsiasi interruzione non sarà tollerata“. Al monito della Quinta Flotta è seguito quello del Pentagono, secondo cui ogni tentativo di chiudere lo stretto creerebbe “un problema gravissimo".

Proprio in acque prossime allo stretto di Hormuz, la marina militare iraniana ha appena concluso una serie di grandi esercitazioni che hanno viste impegnate numerose navi. Significativo il nome scelto per le manovre: Velayat, ovvero "supremazia". Il comandante delle operazioni, l'ammiraglio iraniano Habibollah Sayyari, ha assicurato che "per noi chiudere lo stretto sarebbe più facile che bere un bicchier d’acqua”. Secondo Atwan, ce n'è abbastanza per dire che “il Fronte iraniano è candidato ad accendersi con l’inizio del nuovo anno".

E in questi giorni, al di là della propaganda del regime che ostenta sicurezza, nella capitale iraniana Teheran serpeggia tra la gente la paura. Una paura che sta contagiando i seguaci dello stesso clero che gestisce il potere. Un religioso vicino al regime ha confidato a “Nova”, sotto anonimato: “Se non si farà marcia indietro, questa volta temo che con l’embargo ci faranno fare la fine dell’Iraq”. Il riferimento è al lungo embargo degli anni ’90 imposto dalle Nazioni Unite contro il paese vicino, dopo l’invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam Hussein.