Mezzaluna
21.12.2011 - 17:39
Analisi
 
Medio Oriente: i militari Usa lasciano l’Iraq, ma arrivano le tensioni tra Baghdad e Ankara
Roma, 21 dic 2011 17:39 - (Agenzia Nova) - Non sono passati neanche cinque giorni dall’ammainabandiera dell’esercito Usa in Iraq, che nel paese arabo è scoppiata una crisi politica. Forse la peggiore e la più pericolosa dalla caduta, nel 2003, dell'ex regime del dittatore Saddam Hussein. Quel che sta avvenendo in questi giorni a Baghdad è inoltre destinato forse a rimescolare le carte del già precario equilibrio politico in Medio Oriente. In particolare, per alcuni commentatori arabi e turchi, "liberatosi dall’occupazione militare Usa, l’Iraq si sta aggiungendo alla lista dei paesi mediorientali avversi alla Turchia", potenza regionale che ha rafforzato la sua influenza nella regione grazie alla primavera araba.

Una lista che oltre al regime alawita siriano comprende anche il governo libanese a trazione sciita della milizia filo-iraniana Hezbollah. Il tutto coordinato da Teheran per formare un asse sciita, che conta anche sull'insoddisfazione emersa tra le file dei Fratelli musulmani sunniti nei confronti del premier turco Recep Tayyip Erdogan, ritenuto “troppo invadente” in merito alle vicende del loro paese. A fare da detonatore all’esplosiva situazione che si è venuta a creare in Iraq, è stato un mandato d’arresto emesso contro il vice presidente, leader dei sunniti, Tareq al Hashemi, per il suo presunto ruolo nell’organizzazione e nel finanziamento di attentati contro alcuni funzionari di governo sciiti a partire dal 2009.

L’annuncio dell’arresto è arrivato dopo che la televisione di stato irachena aveva trasmesso alcuni filmati in cui tre uomini, identificati come guardie del corpo di al Hashemi, ammettevano di aver progettato e commesso una serie di attentati posizionando bombe nei luoghi dove sarebbero passati i convogli che trasportavano funzionari sciiti. Per fare questo, avevano aggiunto, avrebbero ricevuto finanziamenti dallo stesso vice presidente iracheno. Uno degli uomini ha dichiarato che al Hashemi gli aveva personalmente consegnato una busta con 3.000 dollari dopo uno degli attacchi.

Subito dopo l’arresto di al Hashemi, a cadere in disgrazia è stato un altro esponente sunnita di punta: il vice primo ministro Saleh al Mutlaq. Il premier Nouri al Maliki ha minacciato infatti di dimettersi dal suo incarico nel caso in cui non venisse espulso dal parlamento il suo vice al Mutlaq, reo di avere paragonato lo stesso al Maliki al deposto e giustiziato dittatore Saddam Hussein. Nei giorni scorsi, era stato il presidente del parlamento iracheno, Osama al Nujaifi, anche lui esponente sunnita, a criticare il governo di al Maliki per il sostegno offerto al regime siriano in seno alla Lega araba.

In comune, Al Hashemi, al Mutlaq e al Nujeifi, oltre ad essere leader della minoranza sunnita, hanno il fatto di essere tutti e tre amici dichiarati del governo turco e ritenuti dai media sciiti “la testa della lobby di Ankara” in Iraq. Per il quotidiano libanese “Al Safir”, i tre leader “hanno sempre coordinato le loro mosse con Ankara, al punto da ricevere ordini direttamente dal ministero degli Esteri turco, qualche volta attraverso i loro telefonini cellulari”. Il quotidiano governativo iracheno “al Sabah” va oltre, e riferisce di aver appreso che le guardie del corpo di al Hashemi, arrestate l’altro ieri, “hanno ricevuto addestramenti in Turchia sull’uso delle pistole munite di silenziatori” che avrebbero utilizzato negli omicidi di cui sono ora accusate.

Questa avversione nei confronti del governo di Ankara è emersa anche dalle dichiarazioni rilasciate da al Maliki al quotidiano statunitense “Wall Street Journal” durante la sua recente visita a Washington. In quell’occasione, il premier sciita iracheno aveva detto che i pericoli per l’Iraq non provengono dall’Iran, ma dalla Turchia, accusata senza tanti giri di parole di “interferire negli affari interni iracheni tramite alcuni gruppi, alcuni rappresentanti politici e l'ambasciata, e questo l’Iraq non l'accetta".

E’ evidente che una simile uscita allo scoperto di Baghdad nei confronti di Ankara è destinata a ridisegnare la carta delle relazioni regionali, e soprattutto ad allargare il cerchio degli “avversari” della politica e della potenza turca nella regione. Ne è convinto il quotidiano turco “Milliyet”, il quale ha scritto che “il ritiro americano dall’Iraq non ha lasciato alcun vantaggio, e questo significa il crollo della strategia statunitense nella regione”, ed anzi “rafforza la convinzione che sarà l’Iran a succedere agli Stati Uniti nell’influenza” sul paese arabo. Che siano gli ayatollah di Teheran a subentrare ai militari Usa costituirebbe evidentemente per Ankara una sconfitta.

Del resto, è stata la stessa Turchia a porsi fuori dall’Iraq quando nel 2003 si rifiutò di prendere parte all’intervento militare internazionale, vietando persino l’uso delle basi Nato sul proprio territorio per lanciare operazioni d’attacco contro l’esercito di Saddam Hussein. Una decisione dettata dall’ambizione di Ankara di espandere la propria influenza nel mondo arabo, che aveva unanimemente avversato l’invasione dell’Iraq. L’anno scorso, del resto, Ankara aveva già tentato d'incidere sugli equilibri politici in Iraq in funzione anti-iraniana, senza tuttavia riuscirci: dopo le elezioni legislative del marzo 2010, la Turchia ha cercato vanamente d'impedire un secondo mandato sia per il premier sciita al Maliki che per il presidente curdo Jalal Talabani.

A suo tempo, la giornalista turca Ashley Edlin scrisse che “la fallimentare politica sunnita” della Turchia in Iraq aveva spinto Erdogan a cercare un rimedio mediante una visita in Libano nell’autunno del 2010 per controbilanciare il viaggio nello stesso paese del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Alla prova dei fatti, il viaggio del premier turco nel paesi dei Cedri non ebbe alcun successo: due mesi dopo questa visita, durante la quale Erdogan ignorò del tutto un leader del calibro di Najib Mikati,che divenne soltanto due mesi dopo primo ministro del governo di Beirut, grazie proprio al sostegno della milizia filo-iraniana degli Hezbollah.

Inoltre, è dall’inizio della crisi siriana che la posizione irachena ha subìto una svolta in una direzione non gradita alla Turchia, che aspirava a fare dell'Iraq una propria zona d'influenza, o almeno una realtà equidistante nella disputa tra Ankara e Teheran. In base a questa ambizione, Ankara aveva firmato con Baghdad un “Consiglio di cooperazione strategica”, un trattato che però non è mai stato ratificato dal parlamento iracheno, e che forse non vedrà mai la luce. Per Samih Abdis, editorialista turco di “Milliyet”, nel mondo arabo “il malcontento nei confronti della Turchia sta crescendo".

Secondo Abdis, infatti, la partecipazione della Turchia, che non è un paese arabo, alle riunioni dei ministri degli Esteri in seno alla lega degli Stati arabi “non è stata vissuta bene”, da quegli stati della Lega che rilevano “un'ingerenza” non gradita nelle loro vicende interne. L’editorialista ritiene inoltre che, soprattutto in Egitto, il paese arabo più grande per numero di abitanti, “esiste un malcontento nei confronti del ruolo della Turchia nella regione”. Un malcontento che giudica il “modello turco” non adeguato alla popolazione che vive lungo le rive del Nilo. Riguardo alla crisi siriana, la Turchia è accusata d'interferire negli affari interni di un paese arabo, aiutando addirittura l’opposizione con armi e logistica; cosa del resto dichiaratamente ammessa dai leader turchi.

La crisi siriana, la collaborazione allo scudo missilistico Nato eretto in funzione anti-iraniana e l’eterno conflitto tra sunniti e sciiti, tutto interno all’Islam, sono i motivi che stanno all’origine della disputa tra Iran e Turchia, che va oltre la concorrenza tra due potenze regionali. Di recente alti comandanti dell’esercito iraniano hanno apertamente minacciato di colpire lo scudo missilistico in territorio turco nel caso di un attacco israeliano, ricevendo come risposta che l'esercito di Ankara prenderà “tutte le misure militari necessarie per affrontare qualsiasi scenario".

Al momento, i maggiori rilievi critici rivolti alla Turchia provengono dagli amici del regime siriano. Tuttavia, non è detto che una volta caduto il regime di Bashar al Assad, la cattiva immagine di Ankara sia destinata a sparire del tutto. L’impressione che la Turchia di Erdogan sia ben voluta tra la popolazione araba corrisponde sostanzialmente a realtà, ma non sarebbe prudente per i leader turchi dare per scontato che duri in eterno: nella memoria storica di molti arabi, sunniti e sciiti, la lunga epoca vissuta sotto il dominio dell’impero ottomano è tuttora un ricordo per nulla gradito. (a.f.a.)