Atlantide
19.12.2011 - 18:14
ANALISI
 
Egitto: l’esercito passa alle maniere forti. Poche speranze per piazza Tahrir
Roma, 19 dic 2011 18:14 - (Agenzia Nova) - A dieci mesi dalle dimostrazioni che condussero alla defenestrazione di Hosni Mubarak, la situazione politica in Egitto resta tesa e lontana da una qualsiasi parvenza di normalità. Tuttavia, gli eventi degli ultimi giorni gettano una luce nuova sulla dinamica della lotta in atto, confermando altresì alcune interpretazioni degli eventi dello scorso febbraio. Piazza Tahrir si è nuovamente riempita, ma questa volta a caricare i giovani internauti è intervenuto con decisione proprio quell’esercito che in passato li aveva difesi dagli sgherri delle forze di sicurezza del vecchio regime. Ci sono stati parecchi morti, ufficialmente una dozzina, probabilmente molti di più, mentre le nostre televisioni sono state raggiunte da immagini eloquenti di violenze che non hanno risparmiato neanche le donne.

La circostanza può sorprendere soltanto coloro che avevano ingenuamente visto nella vittoria dei manifestanti all’inizio dell’anno l’esito di una spontanea conversione dei militari alla causa della democrazia, anziché il risultato di una cinica lotta interna al regime che aveva per posta in palio il ricambio ai suoi vertici. Neanche in Egitto, infatti, abbiamo assistito ad un vero scontro tra piazza e palazzo. Siamo stati invece testimoni di una complessa partita a scacchi giocata tra elementi diversi dello stato attraverso la gestione delle rivendicazioni dei dimostranti, nella quale le Forze armate si sono valse delle proteste dei giovani per affrontare e disarmare le forze di sicurezza fedeli ai Mubarak, allo scopo di accelerarne l’uscita di scena e recuperare il controllo delle nomine alle massime cariche del paese.

Gli eventi sono però sfuggiti al controllo, prendendo una piega imprevista soprattutto per effetto dell’ingresso sulla scena della Fratellanza musulmana, che ha colto le opportunità dischiuse dalle aperture democratiche fatte dai militari per uscire allo scoperto e candidarsi al governo del paese. L’avanguardia liberale dell’Egitto, che credeva di dover trattare soltanto con il vecchio regime ed i militari, si è così trovata a sua volta spiazzata, stretta nelle morse di un negoziato tra le principali forze organizzate del paese e con pochissime possibilità di far valere le proprie aspirazioni.

Un primo tentativo di sabotare la convergenza sempre più evidente tra Forze armate ed islamisti si è verificato in occasione delle dimostrazioni dello scorso novembre che, nelle intenzioni dei loro promotori, dovevano servire, da un lato, ad ottenere la cessione del potere da parte dei militari e, dall’altro, a provocare il rinvio delle elezioni politiche, alle quali i laici sapevano di esser impreparati. Le più recenti manifestazioni di questi giorni si collegano direttamente al fallimento di quelle precedenti e si svolgono in condizioni ancora meno favorevoli. Non pare perciò difficile pronosticare per i giovani di piazza Tahrir una rovinosa sconfitta.

I risultati emersi dal completamento del primo dei tre turni previsti per la Camera bassa del Cairo sono stati infatti molto negativi per i protagonisti della primavera araba egiziana, che hanno ottenuto percentuali minime, insufficienti ad assicurare loro un ruolo significativo nella costruzione del nuovo Egitto, a fronte del successo della Fratellanza musulmana e soprattutto dei salafiti che, anche grazie al sostegno saudita, hanno saputo imbastire un’aggressiva quanto efficace campagna nelle aree più povere e svantaggiate del paese.

Di fatto, quindi, i promotori della rivoluzione egiziana hanno finito per trovarsi isolati, nella posizione di terzo incomodo, un po’ come i copti, e sembra pertanto probabile che li attenda un destino gramo. Non è per caso che, intervenendo il 13 dicembre scorso ad un convegno sulla primavera araba promosso congiuntamente dal Cnel e dallo Iai a Roma, uno dei cofondatori del Movimento 6 aprile, Ahmed Maher, abbia esplicitamente chiesto agli europei di non assicurare alcun appoggio a coloro che si apprestano ad assumere il potere in Egitto, paragonando gli islamisti in ascesa ai vecchi regimi autoritari deposti negli scorsi mesi. L’impressione, tuttavia, è che i principali paesi europei, trainati dalle scelte fatte all’inizio di quest’anno dagli Stati Uniti, abbiano già preso le loro decisioni e si accingano proprio a garantire riconoscimento e sostegno alle forze emergenti che stanno per conquistare o spartirsi il potere al Cairo. (g.d.)
 
Siria: si muove anche Mosca
Roma, 19 dic 2011 18:14 - (Agenzia Nova) - Degna di nota è l’iniziativa diplomatica recentemente assunta dalla Russia alle Nazioni Unite per cercare di alterare in qualche modo il corso d’azione che sembra preludere ad un nuovo intervento militare “umanitario”, questa volta nei confronti di Damasco, ovviamente in nome della “responsabilità di proteggere” i diritti umani violati dal regime di Bashar al Assad.

Dopo aver inviato una propria squadra navale nelle acque territoriali siriane ed averla successivamente rinforzata con l’ammiraglia della Marina - la portaerei Admiral Kuznetsov che si muove seguita come un’ombra da uno stuolo di navi statunitensi e britanniche - il Cremlino ha presentato a sorpresa al Palazzo di Vetro una propria proposta di risoluzione che contempla la condanna di tutte le violenze in corso. Una mossa di particolare astuzia, che ha messo sullo stesso piano tutte le parti belligeranti e che è stata intrapresa tanto per conquistare simpatie alla moderazione della Russia in Medio Oriente, quanto, probabilmente, per stanare sauditi ed iraniani, sospettati di essersi recentemente accordati in segreto su una soluzione di compromesso alla crisi.

Non è neanche da escludere un tentativo di Mosca tendente a dimostrare lo stato di avanzamento dei preparativi anche diplomatici avviati in vista di un ricorso alla forza. In effetti, le reazioni occidentali non si sono fatte attendere e sono state tutte di segno negativo, cosa che induce effettivamente a ritenere possibile che proprio verso uno scontro militare si vada. Oltre ai movimenti navali, è stato notato il riposizionamento in Giordania di parte delle truppe Usa in uscita dall’Iraq, che non promette nulla di buono.

Per evitare la prova delle armi, o forse più maliziosamente proprio per avvicinarla, si è risolta ad una propria ulteriore iniziativa anche la Lega Araba, che ha raggiunto un accordo con Damasco per l’invio in Siria di propri osservatori. Precedenti mosse di tenore analogo, in effetti, non hanno mai dato esito positivo, contribuendo a rendere più difficile e precaria internazionalmente la posizione di Assad. E va ricordato come proprio la Lega Araba possa adottare una deliberazione in grado di legittimare un eventuale attacco contro Damasco, in mancanza di una risoluzione dell’Onu che potrebbe in effetti rivelarsi difficile da ottenere. Lo sviluppo sarebbe nefasto proprio in ragione della presenza nel teatro di navi russe che, con il premier Vladimir Putin in evidenti difficoltà sul piano interno, non potrebbero essere ritirate senza che Mosca perda la faccia e vi siano conseguenze sulla stessa stabilità politica della Federazione.

La situazione si fa quindi sempre più pericolosa per tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Per noi, non è tanto in gioco il destino del contingente che manteniamo nel Libano meridionale, e che potrebbe inopinatamente trovarsi in prima linea, quanto gli effetti sugli equilibri mediterranei e globali dispiegati da una battaglia per la Siria che coinvolgesse non solo Turchia e paesi arabi moderati, ma altresì, e dagli opposti lati della barricata, Stati Uniti, Federazione Russa ed Israele. Si tratta in effetti di uno scenario da incubo, con vaste ripercussioni sulla sicurezza nazionale italiana e dell’Europa, che rimane ancora poco probabile, ma che non può più essere del tutto escluso. (g.d.)