Mezzaluna
14.12.2011 - 18:47
ANALISI
 
Siria: mediazione irachena, forse l’ultima occasione per Assad prima di un intervento straniero
Roma, 14 dic 2011 18:47 - (Agenzia Nova) - La mediazione offerta dal governo iracheno per far cessare le violenze in Siria sembra rappresentare l’ultimo tentativo di risolvere politicamente la lunga crisi del paese arabo prima che si faccia concreto il rischio di un intervento armato esterno. Molti sono i segnali in tal senso, oltre a notizie non confermate dal Medio Oriente, le quali inducono molti osservatori a pensare che gli Stati Uniti stiano per scegliere una soluzione di forza: un golpe militare all’interno dell’esercito per rovesciare il regime del presidente Bashar al Assad, oppure una replica dell’esempio libico, anche se condotto probabilmente con modalità diverse.

Il governo iracheno ha annunciato ieri che l’opposizione siriana ha risposto positivamente all’invito del premier, Nouri al Maliki, di recarsi a Baghdad per dar vita ad una mediazione tra la stessa opposizione e il regime di Damasco. L’annuncio di Baghdad segue di un giorno l’incontro di al Maliki con il presidente Usa, Barack Obama, avvenuto lunedì alla casa Bianca ed è difficile escludere che l’iniziativa di Baghdad non sia legata ai colloqui con Washington. Secondo il quotidiano panarabo “al Hayat”, il testa a testa tra Obama e al Maliki non sarebbe stato così “diplomatico”: i due leader avrebbero avuto profonde divergenze riguardo soprattutto la questione siriana.

Proprio su questo fronte il presidente Usa, evidentemente indispettito, secondo il quotidiano arabo sarebbe arrivato a chiedere ad Al Maliki come mai finora il suo governo non abbia fatto pressioni a favore delle dimissioni del presidente siriano Bashar al Assad, domandando polemicamente se gli iracheni lo ritengano forse “meno despota” di Saddam Hussein. Baghdad, infatti, forse anche per le pressioni di Teheran, principale alleato di Damasco, non ha preso una netta posizione contro il regime siriano, e la mediazione offerta in extremis avrebbe come obiettivo la salvaguardia del presidente al Assad da quel che si sta per abbattere sul suo regime.

Ci sono infatti sin troppi segnali di un cambiamento di rotta da parte della comunità internazionale e di quella araba, che finora non è andata oltre timide sanzioni contro la feroce repressione del regime di Damasco, che dall’inizio della rivolta popolare scoppiata lo scorso marzo ha causato cinquemila vittime, secondo quanto denunciato dalle Nazioni Unite. La settimana scorsa, per esempio, è stato il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ad accusare la Siria di essere dietro l’attentato di qualche giorno prima contro il contingente francese dell’Unifil nel sud del Libano.

Inoltre, stanchi del tira e molla di Damasco per l’invio di una delegazione di osservatori della lega araba per monitorare sul terreno la situazione, i ministri degli Esteri arabi si riuniranno sabato nella capitale del Qatar, Doha, per prendere decisioni che si preannunciano “dure e risolutive” nei confronti del regime del presidente Assad, come riferisce oggi il quotidiano panarabo “al Quds al Arabi”. Che la misura sia colma lo si intuisce anche da varie indiscrezioni, sempre più insistenti anche se non confermate ufficialmente, che circolano su internet ma anche sulla grande stampa. Lunedì, per esempio, il quotidiano britannico “Daily Telegraph” ha parlato di piano franco-statunitense per favorire un golpe militare contro Assad.

Citando fonti diplomatiche occidentali il giornale britannico ha rivelato che gli Stati Uniti e la Francia starebbero cercando di liberare la Siria da Assad provocando una scissione all’interno del suo regime. I sostenitori di questa opzione pensano di favorire l'ammutinamento di alcuni comandanti dell’esercito, che poi attuerebbero un golpe contro Assad. Questa soluzione sarebbe la meno dannosa per il popolo siriano, ma prevedrebbe un ruolo decisivo da parte della Turchia per la sua realizzazione. Maggiori dettagli sulle "manovre" in corso emergono dalle informazioni che circolano in rete.

L’attivista Sibel Edmonds ha riferito domenica scorsa che “gruppi militari stranieri, stimati in centinaia di individui”, hanno preso posizione nella città di al Mafraq, nella Giordania settentrionale, al confine siriano. La presenza di truppe straniere è stata segnalata anche da un ufficiale militare giordano, che ha chiesto di rimanere anonimo. L’ufficiale ha detto che centinaia di soldati che parlano lingue diverse dall’arabo sono stati visti durante gli ultimi due giorni (a partire da domenica) muoversi avanti e indietro a bordo di veicoli militari tra la base aerea Re Hussein di al Mafraq, a dieci chilometri dal confine siriano, e in prossimità dei villaggi giordani vicino al confine, tra cui Albaej, l’area intorno alla diga di Sarhan, e i villaggi di Zubaydiah e al-Nahdah.

Una fonte di “Debka”, sito d’intelligence militare israeliano, che conferma la presenza in Giordania di “forze speciali Usa”, ha identificato un centro di comando Usa-Nato nel villaggio di al Houshah, vicino ad al Mafraq e al confine siriano. “Alcune delle forze Usa, che hanno lasciato giovedì scorso la base aerea di Ain al Assad, nella provincia di al Anbar in Iraq, non sono tornate negli Stati Uniti o presso la loro base in Germania, ma sono state trasferite in Giordania durante le ore serali, scrive “Debka”. “Almeno un velivolo statunitense per il trasporto di personale militare è atterrato nella base aerea Principe Hassan che si trova a circa 100 km ad est della città di al Mafraq”, ha riportato invece un’altra fonte.

Per il sito “Debka”, che curiosamente non menziona Israele, gli stati che stanno operando attivamente per rovesciare il regime siriano sarebbero Usa, Francia, Turchia, Giordania, Qatar e Arabia Saudita. Comunque stiano le cose, dopo la soluzione della crisi nello Yemen dove è stato formato un governo di salvezza nazionale, anche la crisi siriana sembra essere ormai vicina all'epilogo. (a.f.a.)