Atlantide
13.12.2011 - 10:35
ANALISI
 
Russia: la crisi politica si aggrava, ma Putin resta saldo
Roma, 13 dic 2011 10:35 - (Agenzia Nova) - La crisi politica esplosa in Russia con le recenti elezioni legislative si è aggravata, facendo emergere un dissenso insospettabile, almeno nelle sue dimensioni, nei confronti della diarchia che ha governato a Mosca negli ultimi anni. Molte decine di migliaia di persone sono scese nelle strade, inscenando nella capitale le più grandi dimostrazioni di protesta dai tempi dello scioglimento dell’Unione Sovietica. Non vi sono stati incidenti, sia per la prudenza dei manifestanti che per la scelta delle forze di polizia di permettere l’espressione del dissenso, limitandosi a creare un perimetro di sicurezza intorno ai principali palazzi del potere moscovita.

Non sono pochi gli osservatori che ritengono di vedere in quanto sta accadendo i prodromi di una rivoluzione colorata, che sarebbe in questo caso “bianca”, o di una vera e propria replica delle sommosse della recente “primavera araba”. Ma pare in effetti difficile, almeno per il momento, che la situazione possa sfuggire di mano, anche perché non si vede da quale raggruppamento di persone e d’interessi possa venire un’autentica insidia agli attuali equilibri interni alla Federazione.

I dati ufficiali delle elezioni per il rinnovo della Duma hanno confermato il partito del premier e del presidente nelle vesti di attore dominante sulla scena politica russa, seppure non più dotato del potere di modificare unilateralmente la costituzione del paese. Edinaja Rossija, Russia unita, resterebbe al centro del sistema politico nazionale persino nell’ipotesi in cui risultassero comprovate le accuse secondo le quali la formazione governativa si sarebbe appropriata con metodi truffaldini di almeno un 20 per cento di consensi in più rispetto a quelli effettivamente ottenuti.

Questo fattore rappresenta un elemento di forte diversità rispetto agli scenari verificatisi in Georgia ed Ucraina. Se a Tbilisi e Kiev c’era infatti stato un autentico duello tra i candidati dell’establishment e quelli “rivoluzionari”, come Viktor Jushenko e Mikhajl Saakashvili, le maggiori forze politiche che hanno ottenuto significative rappresentanze nel parlamento russo sono collaterali al putinismo: figli in qualche modo di un Dio minore, sia i comunisti di Gennadij Zjuganov che i liberal-nazionalisti di Vladimir Zhirinovskij sono infatti compartecipi del sistema di potere creato dal premier, come prova la facilità con la quale possono essere visti sulle televisioni russe.

Non sembra esistere neanche una spinta esterna al sistema politico che stia promuovendo un’istanza irresistibile di cambiamento e rinnovamento: non s’intravede, infatti, nessuna ingerenza delle Forze armate e delle personalità emergenti del mondo economico e finanziario. Putin fronteggia quindi soltanto una parte dell’opinione pubblica, proprio quella che più ha tratto benefici dalle politiche perseguite in questi anni dall’attuale primo ministro, che è composta da quella classe media che forse per la prima volta nella storia russa ha avuto accesso ad un livello accettabile di benessere: troppo poco perché l’ipotesi di un cambiamento radicale degli assetti di potere a Mosca possa considerarsi realistica.


Probabili conseguenze sulla politica estera

Non vi è dubbio che all’appannamento dell’immagine di Putin abbiano concorso sia gli investimenti fatti dagli Stati Uniti nella promozione del suo amico e rivale, il presidente Dmitrij Medvedev, che la discutibile operazione che ha portato l’attuale primo ministro ad auto-ricandidarsi per il Cremlino, in parte impostasi peraltro agli occhi di Putin come una necessità proprio per restituire compattezza ed impermeabilità ad un sistema politico-istituzionale dimostratosi nel 2011 non privo di vulnerabilità. Di qui le accuse degli ultimi giorni rivolte dal premier russo agli americani, sospettati di aver finanziato e sostenuto in vario modo un impiego offensivo del web contro la leadership federale, con l’effetto se non altro di indebolirne il prestigio internazionale.

E’ molto probabile, a questo punto, che i vertici dello stato russo, una volta ricompattatisi per far fronte alle nuove minacce, cerchino proprio all’estero un riscatto. E l’occasione potrebbe offrirla proprio il Mediterraneo sul quale si affaccia anche il nostro paese. Il nodo cruciale è la crisi siriana, alla gestione della quale Mosca ha dato segno di voler concorrere, schierando una propria squadra navale, che ha già raggiunto le acque territoriali sottoposte alla sovranità di Damasco.

L’interpretazione prevalente della mossa vuole che con questa iniziativa la Russia abbia cercato di rendere palese la propria opposizione all’esercizio della “responsabilità di proteggere” che Lega Araba, Turchia ed un certo altro numero di paesi, tra i quali Francia e Stati Uniti, starebbero cercando di promuovere da qualche settimana, per pervenire all’imposizione di una no-fly zone su almeno parte della Siria, se non a forme d’intervento ancora più intrusive. Vi è infatti chi propone l’istituzione di aree rifugio per gli oppositori, safe havens protette internazionalmente ed interdette ai militari dell’esercito di Damasco o, ancora, l’apertura in territorio siriano di corridoi umanitari da sfruttare successivamente per rafforzare dall’estero l’insurrezione che si batte da mesi contro Bashar al Assad.

I russi sanno, in effetti, che non è possibile in astratto escludere che in assenza di una decisione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sia proprio la Lega araba, agendo da organizzazione regionale di sicurezza collettiva, a legittimare un intervento militare umanitario lesivo della sovranità siriana. E proprio per questo motivo, con le sue navi, la Federazione russa avrebbe inteso farsi riconoscere tra i paesi disponibili a difendere con la forza l’attuale regime di Damasco.

E’ tuttavia un gioco, come si è sottolineato la scorsa settimana, assai rischioso. Perché se anche Israele fosse effettivamente favorevole alla deposizione di Assad, come a parole vorrebbe far credere, al momento della verità i russi dovrebbero resistere di fronte alla pressione congiunta di arabi, turchi ed israeliani. Lo scenario sarebbe insostenibile ed indurrebbe certamente la Marina russa a fare marcia indietro, compromettendo le residue speranze di Putin di riuscire a risalire la china e forse anche quelle di rimanere al potere. Esiste però un’alternativa assai inquietante, che sarebbe bene esplorare e tenere ben presente. Mosca potrebbe aver concordato le proprie recenti iniziative proprio con una Tel Aviv più desiderosa di arrestare l’espansione geopolitica della Turchia ed arginare la marea montante della Fratellanza musulmana, che non di spezzare la mezzaluna sciita che attualmente congiunge l’Iran al Libano meridionale.

Alcuni segni non andrebbero in effetti sottovalutati. Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri dello stato ebraico e cittadino sovietico di nascita, si è recato nei giorni scorsi a Mosca, dove tra l’altro si è affrettato a riconoscere la regolarità delle elezioni russe. Inoltre, più recentemente, un missile russo partito dal Kazakhstan ha messo in orbita un satellite israeliano. Forse è ancora troppo poco per indurre a ritenere ormai nato un asse russo-israeliano. Ma si tratta di fatti significativi, che intervengono per giunta in una fase ed in un contesto dove ormai tutto è fluido e possibile. Le conseguenze sarebbero importanti anche per noi italiani, che ci accingiamo in gennaio ad assumere nuovamente la responsabilità di guidare l’Unifil II nel Libano meridionale.

Non è in effetti sfuggito a chi di dovere come i francesi stiano considerando l’idea di preparare una linea di attacco alla Siria proprio sfruttando il Libano come trampolino. E’ perciò realistico ritenere che il recente attentato costato la vita a cinque militari transalpini dalle parti di Tiro sia stato una specie di avvertimento di Damasco e dell’Hezbollah nei confronti di Parigi. Se le cose stessero effettivamente così, l’Italia rischia di trovarsi inconsapevolmente sulla linea del fronte nel caso in cui scoppiasse un conflitto per determinare il nuovo equilibrio politico interno alla Siria, con la Russia, appoggiata da Israele, impegnata a contrastare turchi e sauditi. Uno scenario obiettivamente da incubo, che rappresenterebbe una sfida alla stessa pace mondiale e rispetto al quale si pone fin d’ora il problema di stabilire che parte ci schiereremo e cosa faremo. (g.d.)