Atlantide
06.12.2011 - 10:57
ANALISI
 
Russia: la sconfitta elettorale di Putin, cause e conseguenze
Roma, 6 dic 2011 10:57 - (Agenzia Nova) - Era da tempo noto che alle elezioni legislative del 4 dicembre 2011 il partito di Vladimir Putin, Russia unita, avrebbe subito un significativo calo di consensi. Incerta ne era soltanto la misura. Si sapeva, però, che il mantenimento della soglia di voti e di seggi necessaria a modificare la Costituzione non era più alla portata della formazione leader del panorama politico russo, anche se la si riteneva comunque in grado di conservare agevolmente la maggioranza assoluta. Proprio perché una prestazione grigia era nell’aria, alcune settimane fa, nell’annunciare la propria ricandidatura al Cremlino, l’attuale primo ministro russo aveva gravato il presidente federale e suo rivale, Dmitrj Medvedev, dell’ingrato compito di guidare la difficile campagna di Russia unita.

In questo modo, infatti, Putin contava di cogliere due risultati: evitare la paternità della probabile sconfitta e scaricarne le conseguenze su Medvedev, personalità della cui fedeltà e visione politica il premier russo nutriva dubbi da diversi mesi. Il presidente Medvedev, in effetti, proprio dal pulpito del Cremlino, aveva più volte rivolto pesanti critiche al governo diretto da Putin, permettendo tra l’altro agli Stati Uniti d’identificarlo come un possibile interlocutore alternativo dell’Occidente, apparentemente più malleabile del suo predecessore e mentore. Alcune vicende della recente politica estera russa paiono in questo senso rivelatrici di tutta un’evoluzione.

Se nell’agosto 2008 era stato infatti Putin a dirigere le operazioni nel breve conflitto combattuto contro la Georgia a sostegno delle repubbliche separatiste di Abkhazia ed Ossezia del Sud, nella scorsa primavera è stato invece il presidente Medvedev a disporre il voto di astensione che avrebbe permesso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di approvare la risoluzione 1973, dando il via alla campagna aeronavale contro il regime libico del colonnello Muhammar Gheddafi. Emblematicamente, Putin tacque per un paio di settimane, prima d’intervenire e bollare l’attacco a Tripoli come un’inopportuna crociata. Di qui la sfiducia che potrebbe aver indotto il primo ministro a disfarsi del presidente Medvedev. Anche a livello di staff, i rapporti tra le squadre al servizio delle due massime autorità russe risultavano significativamente degradati.

La sconfitta patita alle elezioni del 4 dicembre, che hanno visto Russia unita ridimensionata a poco meno del 50 per cento dei voti, costerà molto probabilmente a Medvedev la guida del governo federale che verrà formato quando Putin tornerà al Cremlino. C’è anche già chi pronostica, sulle basi del disastro elettorale di questi giorni, un avvicendamento più veloce alla testa del paese, con le dimissioni anticipate del presidente federale, che potrebbero accelerare lo scambio di consegne che dovrebbe aver luogo due mesi dopo le presidenziali del prossimo 4 marzo.

Per il governo, invece, potrebbero risalire le azioni di Aleksej Kudrin, di cui recentemente proprio Medvedev aveva chiesto la testa. Si vedrà. E’ forse più importante, però, notare come all’indebolimento di Putin possano aver contribuito proprio l’evidente divaricazione tra i due diarchi, favorita dalle scelte politiche di Washington, e la decisione del primo ministro di risolverla a proprio favore. Se così fosse, Putin avrebbe comunque pagato a carissimo prezzo il suo successo.

Giacché il dissenso non è proprio libero di assumere in Russia le forme che prende da noi, è chiaro che al risultato delle recenti elezioni debbono aver concorso anche alcuni processi non proprio limpidissimi. Una parte del sistema che ha garantito il quadro di potere degli ultimi undici anni deve aver mutato le proprie preferenze e forse cercato di recuperare parte dei margini di manovra perduti dopo la restaurazione della cosiddetta “verticale del potere”, sfruttando i malumori della gente. Dove tutto questo possa portare, è presto per dirlo. Russia unita continuerà infatti a controllare comunque la vita politica e le attività del governo russo, anche perché nel sistema politico di Mosca non sta emergendo alcuna vera alternativa, ma dei significativi problemi interni ed una certa instabilità non sono affatto da escludere.


La politica estera russa e il pericolo mediterraneo

Effetti importanti potrebbero riscontrarsi soprattutto sul terreno della grande politica internazionale, specialmente se il governo federale russo decidesse di ricompattare su quel terreno un’opinione pubblica in evidente fermento. In questo caso, degli irrigidimenti sarebbero da mettere in preventivo. Già in campagna elettorale lo stesso Medvedev aveva tentato di alzare i toni, annunciando l’adozione nella regione baltica di Kaliningrad di misure per contrastare le future difese antimissilistiche che l’Alleanza atlantica vorrebbe allestire senza alcuna partecipazione significativa della Russia. In questa prospettiva, però, il teatro di maggior rilevanza è certamente quello siriano.

Mosca ha in effetti deciso alcuni giorni or sono d’inviare una propria squadra navale nelle acque territoriali di Damasco, secondo alcune fonti per interdire le forniture di materiali d’armamento dirette agli insorti che contestano il regime di Bashar al Assad e comunque dimostrare il coinvolgimento di alcuni paesi della regione nel sostegno ai dimostranti, ma più probabilmente per dissuadere Turchia e Lega Araba dal fare passi in avanti sulla via dell’esercizio della cosiddetta “responsabilità di proteggere”, già invocata dalla Francia contro Gheddafi nel marzo scorso.

Tre navi da guerra hanno lasciato gli ormeggi ed il 6 dicembre dovrebbe salpare anche la portaeromobili Kuznetsov, il cui arrivo eleverà sensibilmente il profilo del coinvolgimento russo nella crisi. A meno che la mossa non sia concordata con gli israeliani, come pure qualcuno sostiene, l’iniziativa assunta dal governo russo potrebbe avere gravi implicazioni. Qualora, ad esempio, magari con l’incoraggiamento degli Stati Uniti, la Lega Araba invocasse davvero il ricorso alla forza contro Assad, agendo da organizzazione regionale di sicurezza collettiva in regime di supplenza dell’Onu, e la Turchia accettasse di fornire parte cospicua delle forze da utilizzare, i russi si troverebbero nella scomoda posizione di dover decidere cosa fare.

Resistere al fianco di Assad comporterebbe lo scoppio di un conflitto di maggiori proporzioni, che non è interesse di nessuno provocare in questo difficile momento. Un ritiro, però, esporrebbe Putin ad una figuraccia assai simile a quella che costò il posto a Nikita Kruschev dopo la crisi dei missili a Cuba. Il Mediterraneo e la “primavera araba” si confermano così rispettivamente come un’area ed un processo caratterizzati da dinamiche profondamente destabilizzanti.

A complicare ulteriormente il quadro, contribuiscono anche i primi risultati in arrivo dall’Egitto. Lo scrutinio delle schede del primo terzo del paese che ha votato, infatti, sta evidenziando un successo straordinario delle formazioni salafite, cioè aderenti alla variante più intransigente dell’Islam politico, alle quali è stato attribuito quasi il 24 per cento dei consensi, contro il 35 per cento circa della Fratellanza musulmana. Se tali tendenze risulteranno confermate, ed i militari cederanno effettivamente ai politici eletti lo scettro del potere, è chiaro che ben difficilmente il governo egiziano potrà onorare le promesse di moderazione fatte da alcuni settori della Fratellanza, con le ovvie conseguenze del caso, sia sul piano interno che su quello internazionale. Nord Africa e Medio Oriente continuano a riservare sorprese. (g.d.)