Atlantide
30.11.2011 - 20:40
Analisi
 
Ue: nubi sul futuro dell’euro. E dell’Italia
Roma, 30 nov 2011 20:40 - (Agenzia Nova) - Sul futuro dell’euro e del nostro paese continuano ad addensarsi nubi che il positivo lunedì della Borsa non ha certamente dissolto. I problemi sul tappeto sono molteplici ed ancora una volta chiamano in causa un doppio livello di analisi: su un piano, ci sono infatti gli sviluppi della partita in corso a cavallo dell’Atlantico tra i difensori dell’euro e coloro che invece spingono nella direzione di una crisi definitiva della divisa unica; su un altro, invece, c’è la spinosa questione della ripartizione dei costi da sostenere per assicurare un futuro al processo d’integrazione europea.

Per quanto riguarda gli aspetti transatlantici del confronto, le novità degli ultimi giorni sono essenzialmente due: la prima è l’articolo con il quale il “New York Times” ha rivelato nel fine settimana come le maggiori banche internazionali si stiano preparando allo scenario dell’euro-catastrofe. Il prestigioso quotidiano liberal della grande metropoli nord-americana ha probabilmente riferito voci concernenti informazioni vere, ma la semplice circostanza di aver dato loro un’eco planetaria ha fatto correre seri rischi all’apertura della settimana sui principali mercati finanziari mondiali.

La seconda è invece lo scoop fatto dal corrispondente de “La Stampa” di Torino negli Usa, Maurizio Molinari, che ha rivelato come sia allo studio del Fondo monetario internazionale un piano per concedere all’Italia un prestito che potrebbe essere pari anche a 600 miliardi di euro. Sarebbe quindi in preparazione l’erogazione di un credito che equivarrebbe al 30 per cento del reddito nazionale italiano e ad una percentuale appena inferiore del debito. Tale prestito verrebbe accordato ad un tasso relativamente agevolato, pari al 5 per cento, con un risparmio di uno-due punti rispetto agli interessi attualmente pagati dalla Repubblica italiana sui titoli venduti al mercato. Il denaro sarebbe in parte fornito dalla stessa eurozona, dal momento che l’Fmi non disporrebbe al momento di tutta la cifra giudicata necessaria all’operazione.

Con questi 600 miliardi di credito ottenuto dall’estero, il governo guidato da Mario Monti potrebbe affrontare le dolorose riforme richieste all’Italia, senza imporre sul momento sacrifici particolarmente apprezzabili ai contribuenti ed elettori del nostro paese: questi saprebbero, certamente, che l’esecutivo si muove nel solco di un programma definito all’estero, ma rimarrebbero quiescenti in quanto non costretti immediatamente a pagarne gli inevitabili gravi costi sociali. Tuttavia, proprio il prestito da 600 miliardi ideato per proteggerla dagli assalti della speculazione internazionale impedirebbe all’Italia di ricorrere a suo piacimento al mercato per finanziarsi, giacché in presenza di questi interventi scatta una specie di diritto di prelazione dell’Fmi, che scoraggerebbe qualsiasi risparmiatore a comprare titoli della Repubblica. La nostra dipendenza dal Fondo diventerebbe conseguentemente assoluta, agevolando enormemente il perfezionamento di alcune operazioni che si sospetta ci sia interesse a condurre nei confronti del nostro paese.

La scorsa settimana, con straordinario tempismo, la Commissione Europea ha attivato le procedure prescritte per intimare al Tesoro italiano la cessione delle golden share che il nostro governo mantiene in una serie di aziende giudicate strategiche in ragione del loro core business, come Eni, Enel e Finmeccanica. La notizia ha ottenuto un certo risalto sulla stampa internazionale, in particolare dallo spagnolo El Pais, ma non da noi, a dispetto delle rilevanti conseguenze che potrebbe avere, giacché alcune gemme del sistema produttivo italiano potrebbero essere liberamente scalate, senza peraltro ricavarne risorse significative ai fini dell’abbattimento del debito. Qualora la concessione del prestito andasse in porto nelle dimensioni di cui si è parlato nello scorso fine settimana, è molto probabile che su tale misura possa realizzarsi rapidamente una convergenza tra autorità europee e Fmi.

Preoccupa, infine, anche quanto ha rivelato il quotidiano tedesco Bild, secondo il quale la cancelliera tedesca, Angela Merkel, ed il presidente francese, Nicolas Sarkozy, avrebbero progettato una specie di nuova cooperazione rafforzata, per dar vita ad un vero e proprio nucleo duro dell’Eurozona, al quale si parteciperebbe soltanto dopo aver ulteriormente modificato la costituzione economica ed accettando la possibilità che eventuali deviazioni dall’ortodossia fiscale diventino titolo per espropriare gli stati non virtuosi di parte della propria residua sovranità. Questa manovra renderebbe possibili mutamenti traumatici dei rapporti di potenza interni all’Europa: si tratterebbe di cambiamenti e trasferimenti di ricchezza di una scala che in passato era immaginabile conseguire soltanto con il ricorso alla guerra.

Proprio per questi motivi, un passaggio del premier per le aule parlamentari e l’apertura di un vasto ed approfondito dibattito nazionale sulla questione paiono più che mai opportuni e necessari. (g.d.)
 
Nord Africa: dopo la Tunisia, gli islamisti conquistano il Marocco
Roma, 30 nov 2011 20:40 - (Agenzia Nova) - Dal voto di venerdì 25 novembre, in Marocco, è uscito vincitore il movimento che in quel paese interpreta le istanze dell’Islam politico: il Partito della giustizia e dello sviluppo, o Pjd, uscito dalle urne con la maggioranza relativa e ben 107 seggi, che tuttavia non gli basteranno a governare in solitudine, avendo il parlamento di Rabat 395 scranni. Come si è già verificato in Tunisia con An-Nahda, quindi, anche in Marocco nascerà necessariamente un esecutivo di coalizione, il cui maggiore socio di minoranza sarà il partito laico che aveva dominato la scena politica negli scorsi anni, l’Istiqlal, o Indipendenza, cui appartiene il premier uscente, Abbas El Fassi, e che si è aggiudicato una sessantina di seggi.

Appare chiaro, a questo punto, come sia l’intero Nord Africa ad essere influenzato da una tendenza comune, di cui i movimenti islamisti beneficiano più di qualsiasi altra forza politica, avendo a lungo rappresentato dentro la società la principale opposizione a forze e regimi giudicati inefficienti quando non apertamente corrotti.

La vittoria dell’Islam politico è un esito probabile anche in Egitto, dove a prevalere nella complessa tornata elettorale iniziata il 28 novembre dovrebbe essere proprio la Fratellanza musulmana, per quanto percorsa ormai da significative tensioni e spaccature interne, emerse vistosamente nei giorni scorsi proprio a piazza Tahrir, al Cairo. E’ quindi ancora tutto da vedere se gli Ikwahn riusciranno peraltro o meno ad ottenere i numeri di cui necessitano per amministrare da soli l’Egitto e candidare in tutta sicurezza un loro esponente per le elezioni presidenziali, previste per il prossimo giugno: la partita più importante ai fini della determinazione dei futuri equilibri di potere al Cairo.

Il riassetto che si profila non risulterebbe comunque sgradito né agli Stati Uniti né alla Francia. Entrambi hanno infatti deciso quest’anno di sostenere il cambiamento, risolvendo una contraddizione che aveva a lungo minato alle fondamenta la strategia perseguita dopo i fatti dell’11 settembre 2001 da George Walker Bush: questi aveva infatti perseguito, forse ingenuamente, ma di certo con coraggio, l’obiettivo della democratizzazione del mondo musulmano, senza però accettarne la più ovvia implicazione, che era ed è l’ascesa al potere dell’Islam politico.

E’ invece un tratto del disegno del presidente Barack Obama quello di scommettere proprio sugli islamisti, nella sua visione utili anche per disinnescare una volta per tutte la miccia del terrorismo fondamentalista: una politica che sembra in grado di rassicurare gli americani in questo frangente storico. E’ invece più difficile prevedere cosa questa opzione implichi per noi europei. Se l’esperimento islamista fallisce, infatti, il risultato più probabile sarà una recessione in tutto il Nord Africa, che potrebbe innescare un esodo di proporzioni bibliche verso il nostro continente. Dovesse avere invece successo, ripercussioni negative sulla nostra competitività non possono essere escluse. Prima della rivoluzione di piazza Tahrir, ad esempio, Porto Said si era già candidata al rango di maggior hub mediterraneo per le portacontainer asiatiche, compromettendo tutte le residue chance di Gioia Tauro. Ad esser spiazzato, a certe condizioni, potrebbe essere tutto il nostro sistema paese. (g.d.)