Mezzaluna
30.11.2011 - 18:41
Analisi
 
Medio Oriente: la primavera araba porta l'Islam politico al potere, prospettive future
Roma, 30 nov 2011 18:41 - (Agenzia Nova) - La vittoria del partito islamico “Giustizia e Sviluppo” alle ultime elezioni in Marocco è stata accolta con preoccupazione non solo nello stesso paese ma anche in quelli arabi della regione e dalle cancellerie occidentali. Un primo merito della primavera araba riguarda l’avvio di una stagione sconosciuta alle masse arabe: elezioni trasparenti e libere. Dove si è votato finora, come in Tunisia e Marocco, è stata registrata un’avanzata netta dei movimenti islamici; lo stesso discorso sembra valere anche per il voto appena concluso in Egitto, dove tutte le indicazioni danno i Fratelli musulmani in netto vantaggio, come del resto era prevedibile.

La principale caratteristica di questi movimenti rispetto al recente passato è che gli islamici ora si presentano come moderati e rispettosi del multipartitismo. Insomma, l’immagine che vogliono dare di sé è quella di una forza politica capace di tollerare le altre ideologie e conviverci, in particolare con le forze laiche. In Tunisia, il partito “Ennahda”, che si è aggiudicato più del 40 per cento del consenso popolare, ha trovato un’intesa con due partiti laici: il “Congresso” (Cpr) partito nazional-socialista che fa capo ad Moncef el Marzouki ed “Eltakattol” (Raggruppamento”), partito di sinistra guidato da Mustapha Ben Jaafar. Marzouki e Jaafar saranno, rispettivamente, il prossimo presidente della repubblica e il prossimo presidente dell’Assemblea costituente tunisina, mentre il numero due del partito islamico “Ennahda”, Hamadi Jebali, diventerà primo ministro.

Molto più significativo è il fatto che, Rachid Ghannouchi, leader indiscusso di “Ennahda”, non perde occasione per ribadire alcuni concetti chiave cari ai laici: nessuna ingerenza nella vita privata dei cittadini, no al bando dei bikini e della promiscuità sulle spiagge e molta attenzione soprattutto alla promozione di due risorse principali per l’economia del paese, gli investimenti stranieri e il turismo, in particolare quello europeo. Identici concetti sono espressi anche dal marocchino “Giustizia e Sviluppo”, Pjd, che con il partito del premier turco Recep Tayyip Erdogan condivide persino il nome. Il segretario generale del Pjd, Abdelilah Benkirane , che è anche il premier in pectore del paese, ha esordito affermando che “giustizia, dignità e lotta alla corruzione saranno in cima” alle sue preoccupazioni e a quelle del suo partito. Impegni, questi, che toccano temi fondamentali in una società povera e che hanno riflessi diretti sulla condizioni di vita della popolazione, come il vietare il consumo degli alcolici o l’imposizione o meno di un indumento piuttosto che un altro.

Tuttavia, il premier incaricato ha voluto lo stesso tranquillizzare gli scettici, affermando che non si farà trascinare “in scontri contro ubriaconi e donne che si truccano”, spiegando che “tutto quello che riguarda le libertà personali dei marocchini non potrà essere toccato da alcun governo”. L’Islam politico si sta facendo strada grazie ai lunghi anni di corruzione di regimi prevalentemente laici ma che erano pur sempre dittature repressive e totalitarie , che hanno messo in cattiva luce persino la parola “laici”. La fiducia che la maggioranza degli elettori arabi sta ponendo nei partiti islamici è dovuta forse anche a questo aspetto, oltre che ovviamente ad un nuovo linguaggio improntato alla moderazione da parte dei loro principali leader.

Se oggi le forze politiche non islamiche hanno meno “appeal” è forse anche responsabilità dell’Occidente, che per decenni ha tollerato, se non addirittura sostenuto, regimi despotici nell’illusione di controllare l’estremismo religioso e il grave fenomeno del terrorismo. Il risultato delle politiche repressive adottate da regimi corrotti è stato inevitabilmente disastroso soprattutto per le dignità delle persone. Non a caso il termine “dignità” è stato una delle principali parole d’ordine delle rivolte arabe. Il voto islamico in Tunisia come in Marocco, e presto quasi certamente anche in Egitto, rappresenta un premio per gli islamici. Perché premiare proprio loro? E’ semplice, in tutti questi anni gli imam delle moschee, i predicatori nelle tv satellitari, i leader religiosi nelle piazze hanno dato ampia prova di stare dalla parte delle classi sociali deboli economicamente, cogliendo le loro sofferenze e mettendo l’accento sul diritto alla dignità dei “diseredati”, termine abusato nel linguaggio dell’Islam politico. E pensare che 40 milioni di egiziani vivono sotto la soglia di povertà: ovvero sotto i due dollari al giorno per individuo secondo i parametri dell’Onu.

Questo significa che la metà dell’intera popolazione del grande paese arabo rappresenta il grande bacino elettorale del messaggio dell’Islam politico. Forse è per questo che nelle oceaniche manifestazioni di protesta nelle piazze non sono state bruciate le bandiere con la stella di Davide, come invece avveniva nel passato. Nel mare di povertà in cui si trovano egiziani e tunisini, ma anche yemeniti e giordani, il nemico di domani potrebbero essere le ricchissime monarchie del Golfo, che da sole raccolgono ogni anno qualcosa come 700 miliardi di dollari dai proventi dei pozzi petroliferi. I milioni di “diseredati” egiziani e tunisini non hanno ricevuto un grande beneficio dai petrodollari investiti da queste monarchie nei loro paesi: i benefici se mai, come osserva il quotidiano panarabo “al Quds al Arabi”, li hanno avuti “gli investitori, i quali non si sono certo preoccupati di creare posti di lavoro per i milioni di disoccupati egiziani”.

Da quando sono nati sulle ceneri dell’impero ottomano uscito sconfitto dalla prima guerra mondiale, gli stati arabi sono stati guidati o da monarchie oppure da sistemi di governo autoritari, siano essi militari e civili, ma mai con la partecipazione diretta degli islamici. Negli anni Novanta, la guerriglia contro l’ex Unione Sovietica che aveva invaso l’Afghanistan nel 1979, ha dato vita ad una generazione di jihadisti islamici arabi da cui è nata al Qaeda. La stagione del terrorismo che ne è derivata ha partorito la tragedia dell’11 settembre 2001, che è stata a sua volta all’origine delle guerre in Afghanistan prima ed in Iraq dopo. Oggi, al Qaeda, sembra sconfitta definitivamente ed al suo posto ci sono questi movimenti islamici che vincono alle urne.

Il timore di molti, legittimo, è che una volta al governo gli islamici assumano posizioni estremiste e decidano inevitabilmente di minare il sistema democratico che li ha portati al potere attraverso le urne. Impedire loro di governare però è la strada più rapida per il caos: non resta che sperare nella nuova coscienza acquisita dalle masse “diseredate”, che hanno assaporato il gusto della libertà. (a.f.a.)