Mezzaluna
23.11.2011 - 17:44
Analisi
 
Golfo: irruzione nel parlamento del Kuwait, primavera araba a regia iraniana?
Roma, 23 nov 2011 17:44 - (Agenzia Nova) - Linea dura del governo in Kuwait, dove comincia a soffiare il vento di una rivolta all’origine della quale non è escluso che ci sia la regia del vicino Iran, che può contare su una consistente minoranza sciita nel piccolo stato del Golfo. L’emiro del paese, Sabah al-Ahmad al-Sabah, ha ordinato alla Guardia nazionale, la polizia militare legata alla casa regnante, di adottare “tutte le misure necessarie per mantenere la sicurezza dello stato”. La decisione è stata presa lo scorso 18 novembre in una riunione straordinaria del governo, all’indomani dell’assalto al parlamento da parte di migliaia di manifestanti dell’opposizione.

I danni subiti dall’edificio hanno costretto ad annullare la prevista seduta dell’assemblea parlamentare. I dimostranti invocavano le dimissioni del premier, lo sceicco Nasser Mohammad al-Ahmad Al-Sabah, e sono riusciti a sfondare i cancelli, irrompendo all’interno. L’opposizione ha difeso la protesta: “E’ un legittimo diritto dei giovani attivisti, vista la corruzione dilagante e le aggressioni alla nostra Costituzione”, ha affermato il deputato Mubarak al-Waalan. Per la maggioranza, invece, l’assalto è “un passo verso il colpo di stato”.

Si tratta della prima protesta violenta dal dicembre scorso, quando la polizia disperse con la forza una manifestazione di piazza. Da tre mesi, tuttavia, il paese è attraversato da forti tensioni, complice uno scandalo di corruzione che vede coinvolti 16 parlamentari, accusati di aver intascato mazzette per 259 milioni di euro. Sul caso è stata aperta un’inchiesta giudiziaria, mentre l’opposizione ha puntato il dito contro il 71enne premier, nipote dell’emiro, che avrebbe stornato fondi pubblici su conti personali all’estero. Un giorno prima dell’irruzione nel parlamento 20 deputati dell’opposizione avevano proclamato il boicottaggio dei lavori parlamentari, dopo che era stata respinta una mozione per chiamare Nasser al Sabah a rispondere delle accuse di corruzione.

Un caso di corruzione che fa scoppiare l’ennesima rivolta, come si sono affrettati a titolare molti giornali arabi sugli avvenimenti kuwaitiani, oppure un serio segnale di pericolo per il piccolo stato, guardato a vista da due paesi molto più grandi come l’Iraq e soprattutto l’Iran? L’interrogativo è d’obbligo dopo una serie di “indizi” che conducono a quello che avviene nel Kuwait. Le tensioni tra Teheran e le capitali del Golfo Persico hanno avuto un’impennata il mese scorso dopo le accuse lanciate dagli Stati Uniti all’Iran di aver pianificato un complotto per assassinare l’ambasciatore saudita a Washington, Adel al Jubeir. Da allora si sono susseguite le accuse tra le due sponde del Golfo persico.

L'ultimo episodio, in ordine di tempo, è avvenuto il 13 novembre scorso. Due cittadini kuwaitiani sono stati arrestati dalla polizia iraniana. Sono accusati di essere entrati illegalmente in Iran, dal posto di frontiera di Abadan, e di aver svolto attività di spionaggio. L'arresto dei due cittadini è sembrato una rappresaglia per l'arresto in Kuwait di cinque cittadini iraniani, avvenuto nel marzo 2011. I cinque sono stati poi condannati, due a morte e tre all'ergastolo, con l'accusa di aver cercato di organizzare una rete terroristica che avrebbe dovuto spingere la minoranza sciita (circa il 30 percento della popolazione) all'insurrezione contro la monarchia sunnita che governa il Kuwait.

Poi sono venute le minacce ventilate da Israele di un colpo militare contro i siti nucleari iraniani, e le relative risposte del regime di Teheran, che hanno alzato, e non di poco, la tensione in tutta la regione. L’Iran teme un attacco militare da Israele oppure degli Stati Uniti e per prepararsi a dare una risposta è verosimile che metta in atto l’unico punto di forza di cui dispone: le minoranze sciite nei ricchi paesi del Golfo, dove ci sono i più grandi giacimenti di petrolio del pianeta. Ed in Kuwait, questa minoranza c’è, numerosa e piuttosto ben organizzata, in larga parte di origini persiane.

Anche se finora non ci sono state accuse dirette contro i sciiti per gli incidenti di ieri, è difficile pensare che questa minoranza ne sia del tutto estranea: basti pensare che diversi deputati postisi alla testa del corteo che ha assaltato il parlamento erano sciiti. L’Iran poi può contare sulla maggioranza sciita in Iraq, che ha un conto aperto con i kuwaitiani. Il 2 agosto del 1990 le truppe di Saddam Hussein invasero il Kuwait, innescando una catena di eventi che ha cambiato il mondo. Sono passati vent’anni, ma Iraq e Kuwait sono ancora ai ferri corti sulle compensazioni che Baghdad è stata condannata dall’Onu a pagare e che il Kuwait non ha alcuna intenzione di cancellare.

Finora i kuwaitiani hanno incassato dagli iracheni più di 30 miliardi di dollari. Ne rimangono ancora da versare poco più di 20, che devono essere reperiti in massima parte con la specifica tassa del 5 per cento imposta a Baghdad sui proventi della vendita del petrolio iracheno. E così il “fratello arabo”, il Kuwait, è rimasto l’unico stato al mondo a non aver abbonato o cancellato i debiti dell’Iraq, uscito distrutto da guerre e embarghi infiniti iniziati nel 1982, e continuati dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003 fino ai giorni nostri. Un analista politico dell’università di Baghdad, Faleh Abdel Yabbar, è stato più esplicito nel descrivere lo stato d’animo degli iracheni, affermando che “il parlamento kuwaitiano continua a gestire la cosa in termini di vendetta beduina”.

Ma non finiscono qui i motivi di tensione tra Kuwait e Iraq. Baghdad infatti contesta al Kuwait la costruzione del porto di Mubarak perché ostacola l'accesso alla navigazione di navi irachene. "La costruzione di questo porto dimostra la chiara intenzione del Kuwait di bloccare le rotte di navigazione dai porti iracheni e contraddice le risoluzioni dell'Onu", ha detto questa estate il portavoce del governo iracheno Ali al Dabbagh, aggiungendo che la nuova struttura "soffoca le esportazioni irachene dalla città meridionale di Bassora". Il Golfo è il principale sbocco delle esportazioni di petrolio iracheno, e Baghdad ha iniziato a lavorare seriamente per modernizzare i suoi porti oramai obsoleti. "Abbiamo il diritto alla libera circolazione nel mare", spiega il portavoce governativo.

Ci sono abbastanza elementi per spiegare i per ora sporadici colpi di mortaio da Bassora in direzione del Kuwait. Bassora, principale porto nel sud dell’Iraq, è una roccaforte delle milizie sciite filo-iraniane, e c’è da scommettere che non si fermeranno le loro azioni ostili al Kuwait, se solo dovesse arrivare l’ordine da Teheran. Forse anche per questi motivi nei giorni scorsi il Congresso Usa è stato teatro di un rovente dibattito sul futuro della situazione in Iraq. In aula si è assistito ad un diverbio tra alcuni membri del senato e il ministro della Difesa, Leon Panetta, che ha respinto le accuse secondo cui la politica dell’amministrazione Obama avrebbe favorito la decisione del ritiro totale delle truppe Usa dal paese arabo senza lasciare neanche un contingente di istruttori.

Consapevole dei rischi che corre il Kuwait, ma anche delle nubi che si addensano sullo stesso Iraq, il capo degli stati maggiori riuniti delle forze armate Usa, il generale Martin Dempsey, ha lanciato la settimana scorsa un messaggio che vuol essere rassicurante, affermando che saranno inviate in Kuwait ulteriori forze militari Usa sufficienti per far fronte a quella che ha definito “la crescente influenza iraniana in Iraq”. (a.f.a.)