Atlantide
21.11.2011 - 23:07
ANALISI
 
Egitto: tra Fratelli musulmani e militari, deciderà Obama
Roma, 21 nov 2011 23:07 - (Agenzia Nova) - Le tensioni che attraversano da diverse settimane l’Egitto hanno oltrepassato nei giorni scorsi il livello di guardia. Una folla largamente composta da elementi vicini alla Fratellanza musulmana, ma infiltrata anche da gruppi salafiti, ha preso nuovamente possesso di piazza Tahrir al Cairo, nell’intento di spingere la giunta militare che governa il paese ad accelerare la transizione e render certo il suo imminente abbandono del potere. Ma gli apparati di sicurezza dello stato hanno reagito. Incidenti di rilievo sono scoppiati anche a Suez, Alessandria ed in un certo numero di altre località del paese. Sono in effetti ormai alle porte le prime elezioni del dopo-Mubarak e le aspettative sono elevatissime.

Per la Camera bassa del futuro parlamento si dovrebbe votare in tre tornate, la prima delle quali è prevista per il prossimo 28 novembre, mentre l’ultima è in programma addirittura per il 3 gennaio 2012, con una possibile coda il 10 seguente per gli eventuali ballottaggi: un accorgimento al quale si sarebbe fatto ricorso per assicurare un’adeguata protezione e le opportune garanzie alle procedure elettorali, essendo i militari ed i magistrati a disposizione del governo insufficienti a coprire contemporaneamente tutti i seggi. Ma vi è chi dubita che questa tempistica sia stata escogitata al meno legittimo scopo di pilotare in qualche modo l’esito della consultazione.

I pronostici elaborati sulla base delle rilevazioni demoscopiche più recenti sono tutti in favore della Fratellanza musulmana, che potrebbe conquistare fino al 40 per cento dei suffragi, aggregando intorno a sé anche altre articolazioni minori dell’Islam politico egiziano. Non stupisce quindi che il movimento stia esercitando pressioni contro qualsiasi ipotesi di rinvio del voto, anche nel caso in cui le violenze continuassero. Avvisaglie di quanto sarebbe potuto succedere nel fine settimana si erano già avute quando, alcune settimane fa, a protestare contro la giunta erano stati i copti. Adesso, però, l’urto coinvolge direttamente i due poteri forti del paese ed è chiaro che i margini per ricomporre il conflitto sono assai ridotti.

Nove mesi or sono, i militari avevano sfruttato i moti di piazza Tahrir per sbarazzarsi del clan dei Mubarak e trasmettere ad una nuova leva di generali l’effettivo controllo dell’Egitto, ma i loro avversari di oggi non paiono disponibili a sottoscrivere l’operazione. E resistono. Dati i presupposti, non è davvero una sorpresa che gli scontri siano stati durissimi ed è scontato prevedere che al Cairo possano verificarsi altre giornate difficili. Gli incidenti del fine settimana appena trascorso hanno lasciato una quarantina di morti sul terreno e più di 1.800 feriti. Ma entrambe le parti hanno ancora molte risorse da spendere. La voglia di cambiamento è forte, così come è notevole la volontà di resistenza della giunta.

Non sono solo interni, tuttavia, gli attori rilevanti di questo confronto. Con tutta probabilità, infatti, l’ultima parola tra i duellanti spetterà all’amministrazione guidata dal presidente Usa, Barack Obama, dal momento che gli Stati Uniti sono importanti finanziatori delle Forze armate egiziane e possono ancora condizionare il comportamento dei generali regolando il flusso degli aiuti con cui li mantengono. Proprio per questo, la crisi che si sta dipanando di fronte ai nostri occhi è un momento decisivo. Gli Stati Uniti sono infatti chiamati ad un test, dal quale risulterà chiaro se gli indirizzi della politica mediorientale di Washington sono o meno confermati.

Difficilmente i militari del Cairo premeranno l’acceleratore sul pedale della repressione se non potranno contare sull’assenso della Casa Bianca. L’atteggiamento che assumerà Obama è quindi cruciale ed è certo che verrà osservato con particolare apprensione in Israele e in molti dei paesi arabi finora scampati ai disordini. Conterà molto anche per noi, data la posizione geografica dell’Italia e le prevedibili conseguenze delle deliberazioni che verranno adottate. Sulla base di quanto si è verificato in questi mesi, è presumibile che gli Stati Uniti confermino il proprio sostegno all’Islam politico, che sembra essere ormai la cifra fondamentale del progetto di democratizzazione del Medio Oriente e della stessa lotta al jihadismo.

Tuttavia, il paradigma dello smart power, che postula la generazione o quanto meno l’accettazione di un certo grado di disordine alle periferie dell’Eurasia, è compatibile anche con uno scenario di caos prolungato, dal momento che a pagarne i costi sarebbero soprattutto gli europei, accentuando le difficoltà crescenti del loro processo di integrazione. Merita a questo proposito di essere segnalato come proprio il 19 novembre sia giunto in Puglia un primo battello carico di migranti egiziani, possibile avanguardia di un esercito di nuovi disperati che potrebbe davvero rivelarsi di proporzioni bibliche. La popolazione egiziana censita annovera infatti oltre 82 milioni di persone e quella reale si aggira probabilmente intorno ai cento. Si muovesse anche solo l’1 per cento di questa massa, i problemi che ne deriverebbero sarebbero certamente superiori alle nostre capacità di gestirli, come prova ciò che è accaduto con poche migliaia di tunisini. Se al Cairo non viene ripristinato l’ordine e l’Egitto non si riprende al più presto anche economicamente, si rischia la catastrofe. (g.d.)
 
Siria: prove tecniche di guerra umanitaria, ma la Russia si oppone
Roma, 21 nov 2011 23:07 - (Agenzia Nova) - La situazione in Siria sta significativamente aggravandosi. Il presidente Bashar al Assad ha apparentemente disatteso gli impegni contratti con la Lega Araba, che prevedevano la cessazione delle violenze e l’avvio di un dialogo con le opposizioni scese in piazza per sfidare il suo regime. I combattimenti sono invece proseguiti più intensi che mai, interessando soprattutto le regioni al confine con Libano e Turchia.

Le reazioni non si sono fatte attendere: Damasco è stata infatti espulsa dalla Lega Araba, i cui stati membri hanno anche contestualmente provveduto a ritirare i propri ambasciatori dalla capitale siriana. Come ritorsione, alcune delle sedi diplomatiche abbandonate sono state a loro volta assaltate da folti raggruppamenti di sostenitori del regime, che è comunque in grande difficoltà, scontando un crescente isolamento internazionale ed il diffondersi della sedizione all’interno delle Forze armate che dovrebbero difenderlo.

Al momento, il fronte dei paesi ostili al regime comprende ormai la gran parte delle potenze regionali rilevanti: dalla Turchia del premier Recep Tayyip Erdogan, che chiede esplicitamente ad Assad di farsi da parte, all’Arabia Saudita e la Giordania. Soltanto l’Iran sembra nicchiare ed assicurare ancora un certo sostegno a Damasco, mentre Israele mantiene per ora un atteggiamento di apparente neutralità giacché, mentre diffida del possibile esito della rivolta, in quanto suscettibile di portare al potere anche in Siria esponenti vicini alla Fratellanza musulmana, Tel Aviv apprezzerebbe comunque le conseguenze che una vittoria dell’insurrezione dispiegherebbe sull’asse tra Teheran e gli Hezbollah libanesi, spezzandolo una volta per tutte a trent’anni dalla sua nascita.

Anche il sostegno di Teheran ad Assad potrebbe peraltro essere agevolmente sterilizzato, magari attraverso il ricorso ad efficaci diversivi, uno dei quali potrebbe essere rappresentato proprio dalle tensioni artatamente generate intorno ai presunti progressi del programma nucleare iraniano. Costretta ad occuparsi d’iniziative israeliane e statunitensi che potrebbero minacciare direttamente la sua sicurezza, la Repubblica islamica potrebbe infatti lasciare il proprio migliore alleato a sbrigarsela da solo nella più decisiva delle battaglie per la sopravvivenza.

La pressione internazionale sulla Siria è comunque obiettivamente in aumento e non sono pochi gli analisti che ritengono all’opera la stessa dinamica che condusse allo scoppio della guerra di Libia nel marzo scorso. L’opposizione ad Assad ha dato vita ad un suo comitato militare nazionale, che dispone di contatti all’estero, mentre si sta consolidando il fronte degli stati disponibili ad un intervento armato. Gli Stati Uniti, almeno per il momento, restano sullo sfondo, come loro dettano del resto il paradigma dello smart power e la dottrina del driving from behind.

Qualora gli insorti riuscissero finalmente a dotarsi di una propria base territoriale, sostenere la rivolta dall’esterno risulterebbe certamente più facile. E’ anche per agevolarne la nascita che in Turchia sta facendosi largo l’idea di imporre una no fly zone intorno ad Aleppo, in modo tale da far convergere lì tutte le forze ostili ad Assad e quindi poi proteggerle ancora più incisivamente. Non dovrebbero derivare da questa situazione nuovi impegni militari per i principali paesi occidentali. In prima fila, questa volta, non si troverebbero infatti le potenze europee della Nato, ma piuttosto un blocco regionale guidato verosimilmente da Ankara e partecipato da un certo numero di stati della Lega Araba.

Per entrare in azione, questo raggruppamento avrebbe evidentemente bisogno di un mandato proveniente dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che verrebbe chiesto sulla base della necessità di correggere il comportamento di chi è mancato sotto il profilo della “responsabilità di proteggere” i diritti fondamentali dei propri cittadini. Russi e cinesi non dovrebbero permettere il varo di alcuna risoluzione in tal senso. Tuttavia, resterebbero comunque margini significativi per un’iniziativa militare promossa dalla Lega Araba, che agirebbe in quel caso da organizzazione regionale di sicurezza collettiva. Proprio per fronteggiare questa eventualità, a scanso di equivoci, la Federazione Russa ha comunque ordinato alla propria Marina di far stazionare una sua nave nelle acque territoriali siriane.

Se qualcuno volesse attaccare la Siria anche in assenza di una risoluzione autorizzatrice proveniente dal Palazzo di vetro, si troverebbe così ad affrontare immediatamente anche Mosca. L’effetto deterrente dovrebbe essere significativo. Agli occhi del Cremlino, evidentemente, Damasco non è Tripoli. (g.d.)