Atlantide
15.11.2011 - 18:20
Analisi
 
Italia: la crisi di governo e la scena internazionale
Roma, 15 nov 2011 18:20 - (Agenzia Nova) - E’ difficile comprendere cosa sta succedendo in Europa e all’Italia se non s’inseriscono gli eventi di questi mesi in una più ampia cornice internazionale. La soluzione che viene data alla crisi economico-finanziaria italiana è infatti un momento emblematico nel processo in atto di ristrutturazione degli equilibri geopolitici globali. Occorre muovere da lontano. Gli Stati Uniti stanno fronteggiando quella che Fareed Zakaria ha definito la rise of the rest, l’ascesa cioè del resto del mondo. Ma al contrario di quanto tanti analisti credono, gli statunitensi non intendono affatto abdicare al ruolo che hanno conquistato negli scorsi decenni. Il loro establishment, in particolare, appare compatto nel sostenere politiche che mirino a conservare agli Usa il “privilegio esorbitante” di cui gode la sua divisa, il dollaro, che è tuttora la moneta al centro del sistema economico mondiale. Cosa per la quale non si può certamente biasimarli, ma di cui si dovrebbe realisticamente prendere atto.

Tempo fa, durante il primo anno di mandato dell’amministrazione guidata dal presidente Barack Obama, i cinesi accarezzarono l’idea di porre in discussione questa situazione, facendo leva sull'euro e sulle ambizioni della nuova Russia. Significativamente, una delegazione ad alto livello dell’Accademia cinese per le scienze sociali, la più prestigiosa istituzione di ricerca della Repubblica popolare, nel 2010 aveva visitato Roma, Londra e Mosca proprio per sondare gli umori degli europei e dei russi su queste loro aspirazioni. In un incontro svoltosi presso la Fondazione ItalianiEuropei, presieduta da Massimo D'Alema, i ricercatori provenienti da Pechino affermarono tra l’altro con insospettata chiarezza come il loro paese mirasse nel lungo periodo a far saltare la centralità del dollaro, per favorire l’avvento di un nuovo ordine economico-finanziario effettivamente multipolare, con yuan, yen, euro e rublo su un piano di perfetta parità con la divisa Usa. Barack Obama ha raccolto la sfida, come ha preso sul serio il tentativo promosso da Germania, Italia e Vaticano d’integrare più strettamente l'Europa continentale e la Russia.

George Friedman, di Stratfor, due anni fa aveva definito in un suo best seller questo progetto come la più grande minaccia gravante sulla supremazia globale statunitense, anteponendola persino alle ambizioni cinesi. E raccomandava, per vanificarla, un'azione di destabilizzazione da condurre sull'intera periferia dell'Eurasia, attraverso un ritiro selettivo degli Stati Uniti dai teatri maggiormente in grado di generare disordine. Per riuscire più efficace, tale strategia avrebbe dovuto essere altresì convenientemente mascherata, ammantandola di una veste ideologica neoisolazionista, o giustificandola con l’alibi del declino. La manovra, un vero e proprio contrattacco, ha preso consistenza quest'anno, e si è sviluppata con modalità assai sofisticate. Il sostegno alla “primavera araba”, ad esempio, ha sostituito a regimi controllabili per gli europei, incluso quello di Muhammar Gheddafi, entità ancora ignote, ma comunque fortemente islamizzate, che tra l'altro stanno provocando la fuga degli investitori esteri, da cui questi paesi dipendono criticamente per il loro sviluppo. Tutto il Nord Africa si è così trasformato in una pentola in ebollizione, con il Pil in caduta libera, tensioni interne ed un elevato potenziale migratorio, che potrebbe riversarsi sulle coste meridionali del nostro continente.


Dalla guerra di Libia alla speculazione su debiti sovrani

Con la guerra di Libia, inoltre, è stato sferrato un colpo di maggiori proporzioni, che ha frammentato la solidarietà degli europei e indebolito l’Italia, nonostante la partecipazione assicurata dal nostro paese alla deposizione del regime guidato da un suo alleato. Nella circostanza, la Francia si era fatta mosca cocchiera di Washington per dilatare la sua sfera d'influenza e ridurre il peso della Germania, mentre il nostro paese è rimasto schiacciato nel mezzo, dopo aver cercato di opporsi con tutti i mezzi al perfezionamento dell’operazione.

La crisi dei debiti sovrani ha tutte le sembianze del “secondo tempo” di quest’offensiva. Occorre riconoscere che gli Stati Uniti stanno in questo caso sfruttando obiettive difficoltà strutturali dell’Europa, piuttosto che crearle di loro iniziativa. Comunque, le stanno cavalcando alla grande, volgendo a loro favore anche una certa inadeguatezza della classe dirigente tedesca, che deve aver pensato di esser sufficientemente forte per deflettere l'attacco, mentre invece non lo è. Di qui, la trama che si sta dipanando sotto i nostri occhi: una serie di crisi selettive che, sotto la regia di una dozzina di grandi operatori finanziari, partono dalla periferia del sistema di Eurolandia per tendere via via verso il centro. Se questa ricostruzione ed interpretazione dei fatti fossero corrette, ci sarebbero quindi due livelli di conflitto. Sul piano globale, sarebbe in atto una battaglia che oppone gli statunitensi all'Europa continentale dell'euro.

Sul piano regionale, invece, si starebbe sviluppando uno scontro interamente intraeuropeo, che vedrebbe i paesi più forti dell’Ue alle prese con il tentativo di scaricare interamente sulle spalle dei loro partner più deboli i costi della sconfitta nei confronti degli Stati Uniti. E’ probabilmente per questi motivi che il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, ha deciso nello scorso fine settimana di conferire il compito di formare il nuovo governo ad una personalità di spicco, che fosse gradita tanto ai franco-tedeschi quanto al presidente Obama. Il profilo del presidente incaricato, Mario Monti, lo prova al di là di ogni ragionevole dubbio, così come la fitta trama di contatti che nelle scorse settimane e perfino nelle ultime ore si è sviluppata tra il Quirinale, la Casa Bianca, l’Eliseo, la Cancelleria tedesca e la presidenza del Consiglio europeo.

Per quanto possa trattarsi di una scelta che deprime obiettivamente tutti coloro che credono nella sovranità nazionale, quella del capo dello stato pare orientata a mettere il nostro paese nella mani di una leadership in grado di gestire il più vasto ventaglio di opzioni, per precostituire delle strategie da attuare per fronteggiare qualsiasi evenienza, tanto dentro quanto fuori dall’euro. La Francia è nella posizione più kafkiana. I transalpini hanno in effetti svolto un eccellente lavoro a profitto del disegno Usa, traendone indubbi vantaggi geopolitici, specialmente nel Mediterraneo occidentale ed in Africa, e pur tuttavia ora rischiano di essere abbandonati al loro destino. E’ possibile che il presidente Nicolas Sarkozy abbia già cominciato a rendersene conto: perché le banche ed i titoli francesi hanno subito negli ultimi mesi attacchi importanti da parte dei fondi d’investimento nord-americani. Il segretario di Stato Hillary Clinton, inoltre, ha recentemente affermato di ritenere la Turchia il vero pilastro del nuovo ordine regionale, dando così forza proprio al rivale di Parigi in questa nostra parte di mondo. E’ un’evidente applicazione del cosiddetto balance of power, che i latini più prosaicamente riconducevano al motto divide et impera.

Quanto a Silvio Berlusconi, va riconosciuto come le sue provocazioni nei confronti del nuovo presidente Usa, nell'inverno 2008-2009, siano state quanto meno imprudenti. In quanto leader della principale potenza mondiale, se non avesse in qualche modo reagito, Obama avrebbe infatti corso il rischio di subire un serio appannamento della propria immagine. Stringere il cerchio intorno al nostro presidente del Consiglio è quindi divenuto indispensabile. Come in altri casi recenti, si è fatto ricorso allo smart power, vale a dire una tecnica di esercizio relativamente occulto dell’influenza di cui si dispone, largamente basata su strumenti indiretti e la volontaria partecipazione della società civile internazionale e, nel nostro caso, probabilmente anche di elementi dello stesso sistema politico italiano.

Fino alla scissione che avrebbe dato origine a Fli, il governo Berlusconi ha in effetti dato eccellente prova di sé, come prova il pieno di consensi fatto alle ultime elezioni regionali della primavera 2010. Dopo, invece, la situazione è progressivamente degenerata, come ha riconosciuto lo stesso premier uscente. La vita privata del presidente del Consiglio dimissionario è sempre stata molto discutibile. L'attacco scandalistico a sfondo sessuale era pertanto il modo più facile per demolirlo. In un paese diverso, avrebbe funzionato immediatamente. Da noi invece non è bastato, con grande stupore di coloro che l’hanno architettato. C'è voluto quindi molto di più: una manovra contro il debito sovrano della Repubblica italiana, cui alla fine si aggiunta anche una pesante speculazione al ribasso sul titolo Mediaset, che avrebbe infine costretto Berlusconi a gettare la spugna.


Esistono vie d’uscita?

E’ legittimo chiedersi se esista e quale sia la via d’uscita da questa impasse. Il problema, in quanto sorto in coincidenza del manifestarsi di un’offensiva ad obiettivi multipli, è in realtà europeo e solo in seconda battuta nazionale. Le alternative sono essenzialmente a due. O si prova a resistere, oppure si continuerà a cadere come le foglie del carciofo, ad uno ad uno. In astratto, la prima opzione parrebbe preferibile, ma non è percorribile accettando l'insostenibile deflazione ispirata da Berlino che si profila all'orizzonte, e che provocherà da noi tensioni sociali insopportabili e forse anche un principio di deindustrializzazione. Meglio sarebbe cercare di cambiare lo statuto della Banca centrale europea, per permetterle di convertire i debiti in carta moneta, come si fa dopo le guerre perdute. Questa è la richiesta che tra l’altro sponsorizza “Il Foglio” di Giuliano Ferrara. Vi resistono però i tedeschi, che hanno nelle loro mani il pallino e che vanno indotti in qualche modo a cambiare atteggiamento.

L’Italia non ha però la forza per promuovere un simile mutamento di approccio, neanche adesso che a Palazzo Chigi sta per insediarsi Mario Monti. Ci vorrebbe almeno la Francia, che per adesso rimane ancorata all’ortodossia di Francoforte, anche per ragioni di prestigio. Ma se Parigi fosse attaccata sul serio a sua volta, è possibile che finalmente si muova il presidente Sarkozy, intavolando con la Germania delle trattative, che noi potremmo facilitare, fornendo alla Francia la massa critica di cui dispone il nostro paese. Ove non riuscissimo a far cambiare idea alla Repubblica federale, è possibile che prima o poi si debba abbandonare l’euro, a questo punto forse meglio prima che poi, lasciando che i tedeschi se la vedano da soli, alle prese con un’Europa impoverita ed un tasso di cambio che si rivaluterebbe in proporzioni e tempi probabilmente insopportabili anche per Berlino. (g.d.)