Atlantide
08.11.2011 - 09:59
ANALISI
 
Iran: nuova crisi nel paese dopo gli attentati sventati negli Usa
Roma, 8 nov 2011 09:59 - (Agenzia Nova) - In Medio Oriente i giochi si complicano. Al focolaio siriano ed alle tensioni turco-israeliane si stanno aggiungendo adesso le sempre più insistenti indiscrezioni relative alla possibilità di un attacco preventivo occidentale nei confronti dell’Iran. Ad innescare materialmente la detonazione potrebbe essere l’Agenzia internazionale per l’energia nucleare, cui è affidata istituzionalmente la responsabilità di verificare il rispetto del trattato di non proliferazione e che dovrebbe pubblicare a giorni un rapporto contenente importanti novità sullo stato di avanzamento del programma atomico di Teheran.

Significativamente, hanno preso a circolare anche reportage e scoop, secondo cui il documento dell’Aiea conterrebbe anche immagini concernenti la costruzione sul suolo iraniano, a Parchim, di impianti che servirebbero alla conduzione di un test nucleare: l’atto che trasformerebbe ipso facto la repubblica islamica in una potenza atomica a tutti gli effetti, facendola uscire da quella condizione di ambiguità in cui si trova attualmente e che, per inciso, è anche quella che ha prescelto per sé Israele. La tempistica e le modalità di manifestazione di questa nuova crisi inducono tuttavia al sospetto. Che la repubblica islamica abbia importanti progetti in campo nucleare è infatti noto da tempo, così come è riconosciuto da molti anni che lo sviluppo di un programma pacifico consente al paese che lo conduce di acquisire contestualmente anche le capacità occorrenti alla produzione di ordigni atomici.

La questione era però uscita dall’agenda della politica internazionale praticamente dal discorso con il quale, nella primavera del 2009, il presidente Usa, Barack Obama, aveva lasciato capire che Washington avrebbe anche tollerato i progressi nucleari dell’Iran a patto però che Teheran non procedesse ad un esperimento. Vi è rientrata improvvisamente adesso, a poche settimane dalle sconcertanti rivelazioni sugli attentati di presunta matrice iraniana che sarebbero stati sventati negli Stati Uniti, e per iniziativa dei media israeliani.

Questi ultimi, con l’influente quotidiano “Haaretz” in prima fila, nell’ultima settimana hanno preso a pubblicare con crescente insistenza articoli stando ai quali il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe intrapreso una campagna di persuasione per convincere i principali esponenti del suo governo ad abbracciare la tesi dell’ineluttabilità di un attacco contro la repubblica islamica. Il premier avrebbe intascato già l’appoggio del ministro della Difesa, Ehud Barak, e successivamente quello del capo della diplomazia, Avigdor Lieberman, che è anche il leader del partito emergente degli ebrei russi. In realtà, questo battage appare però poco convincente. E non a caso era stato in un primo momento contestato anche dal sito “Debkafile”, usualmente un protagonista delle più brillanti operazioni disinformative realizzate dagli israeliani. Il deficit di credibilità dell’ipotesi si deve ad almeno due ordini di motivi.

In primo luogo, perché non rientra nella cultura strategica israeliana la pratica di far precedere una mossa offensiva di rilievo da annunci di qualsiasi tipo. I blitz militari dello Stato ebraico sono sempre stati improvvisi e preparati al riparo di una spessa coltre di segretezza, sia per non offrire ai bersagli designati alcun preavviso ed evitare quindi l’attivazione di loro eventuali contromisure, sia per prevenire possibili interferenze da parte degli Stati Uniti. I precedenti vicini e lontani lo provano chiaramente, dal bombardamento del reattore iracheno Osirak, avvenuto nel 1981, alla più recente distruzione di un misterioso centro di ricerca situato in Siria, risalente al settembre 2007. Molto spesso, inoltre, il coinvolgimento delle forze armate israeliane in queste operazioni speciali è negato anche a posteriori, a cose fatte, e per anni. In secondo luogo, perché non è tanto dall’Iran che vengono in questo momento le principali minacce alla sicurezza nazionale israeliana, quanto piuttosto dagli sviluppi della primavera araba e soprattutto dalla politica estera statunitense che li ha incoraggiati o quanto meno non osteggiati nella misura invocata dagli israeliani.

Il vero bersaglio sono gli Usa

Quanto sta accadendo, quindi, potrebbe rientrare in uno schema del tutto differente. Proprio per questo motivo, dovrebbe essere almeno esplorata la possibilità che il vero destinatario di queste schermaglie politico-militari attuate dal governo israeliano siano proprio gli Stati Uniti. Un paese di cui s’intenderebbe evidentemente modificare la politica estera, ponendo fine alla stagione delle grandi aperture fatte dal presidente Barack Obama all’Islam politico della Fratellanza musulmana.

Non è da escludere che agitando la possibilità di un confronto tra Israele e l’Iran a Tel Aviv si pensi ad esempio di costringere gli Stati Uniti ad una netta scelta di campo, che sarebbe necessariamente in favore del primo contro il secondo e porrebbe fine allo stato di grave isolamento in cui è venuto a trovarsi lo Stato ebraico. Gli obiettivi dell’intensa gesticolazione israeliana sarebbero quindi indiretti e di natura eminentemente politico-strategica. E mirerebbero a modificare gli allineamenti geopolitici regionali, piuttosto che all’effettiva distruzione della teorica minaccia militare iraniana.

Alla Casa Bianca debbono esserne consapevoli, come prova la prudenza di cui tanto il presidente Obama quanto il segretario di Stato Hillary Clinton hanno saputo far sfoggio nelle settimane successive alla rivelazione dello strano complotto con il quale individui al soldo del regime iraniano avrebbero cercato di eliminare gli ambasciatori saudita ed israeliano a Washington, per giunta con la complicità dei narcotrafficanti messicani.

Fonti militari Usa - riprese proprio da “Debkafile” - hanno fatto sapere nei giorni scorsi alla Cnn di monitorare attentamente i movimenti delle forze armate iraniane ed israeliane, singolarmente poste per la prima volta sullo stesso piano, quasi che gli Stati Uniti possano effettivamente considerarsi davvero equidistanti tra Teheran e Tel Aviv. Quindi, almeno per adesso, Washington non abbocca. Ed anche se qualche movimento si è osservato da parte britannica, è degno di nota che la Francia, agente di prossimità degli Stati Uniti nel Mediterraneo per buona parte di questo 2011, abbia ostentato la propria assoluta contrarietà a qualsiasi iniziativa.

Non dovrebbe quindi succedere niente, almeno nell’immediato. Tuttavia, quanto sta avvenendo è comunque inquietante, perché riflette una percezione di debolezza che si sta impadronendo dei massimi livelli della politica israeliana e forse non è neanche del tutto infondata. Senza l’ancoraggio turco e con Washington che guarda altrove, prima o poi la tentazione di una mossa che possa in qualche modo sparigliare le carte diventerà irresistibile a Tel Aviv. Proprio per questo motivo, risulta difficile rallegrarsi del successo della primavera araba. Per quanto l’ingresso di centinaia di milioni di persone nel mondo della democrazia sia usualmente un fatto da salutare con favore, in questo caso specifico sta infatti avvicinando al potere gruppi e movimenti che credono ormai possibile la riconquista completa della Palestina e ritengono di non aver nulla da perdere nel tentativo di procedervi. Perché stupirsi che gli israeliani se ne preoccupino? (g.d.)