Mezzaluna
02.11.2011 - 19:01
Analisi
 
Siria: intesa tra Damasco e Lega araba per la fine delle violenze
Roma, 2 nov 2011 19:01 - (Agenzia Nova) - Il presidente siriano, Bashar al Assad, ha accettato oggi "senza condizioni" il piano della Lega araba per porre fine alle violenze nel paese. Si tratta di un documento in quattro punti che prevede tra l'altro l'apertura del paese arabo agli osservatori della Lega e ai media internazionali. Lo ha reso noto la stessa Lega araba al termine della riunione al Cairo tra i ministri degli Esteri dell'organizzazione. L'accordo stabilisce la "fine immediata delle violenze", il rilascio di tutti i detenuti politici e il "ritiro dei carri armati dell’esercito dalle strade, per rivolgere un messaggio rassicurante alla piazza", prima dell'avvio di un "dialogo nazionale" con l'opposizione. Anche se per il momento l’opposizione sembra scettica, nel caso in cui l’intesa funzionasse sarebbe la prima volta che nella stagione della "primavera araba" si raggiunge un compromesso tra un regime e i leader di una rivolta popolare.

L'opposizione siriana non sembra credere all'intesa tra Damasco e la Lega araba. "L'escalation della repressione da parte del regime che ha provocato decine di vittime in pochi giorni è la risposta (di Damasco, ndr) al piano proposto dalla Lega araba", ha affermato il Consiglio nazionale siriano dell'opposizione, come riferisce la tv satellitare saudita "al Arabiya". Dallo scorso marzo almeno tremila persone hanno perso la vita negli scontri fra i manifestanti anti-regime e le forze di sicurezza siriane.

La Commissione dei ministri degli Esteri arabi è guidata dallo sceicco Abdullah bin Khalifa al Thani, premier e ministro degli Esteri del Qatar, ricco emirato del Golfo che negli ultimi tempi sta svolgendo un ruolo guida nel mondo arabo. In Egitto ormai si dice che dopo l’uscita di scena del colonnello libico, Muhammar Gheddafi, i regimi in Siria e nello Yemen si sono qualificati di diritto alla fase finale del campionato delle rivolte arabe. La crisi siriana, tuttavia, sta assumendo il profilo di quella yemenita, almeno sotto l’aspetto della strategia adottata dai rispettivi governi e del ruolo che si sono dati i paesi del Golfo per trovare una soluzione in entrambi i paesi. Comunque sia, quel che è stato deciso oggi al Cairo, se verrà applicato, è destinato ad incidere profondamente non solo sulla crisi siriana ma anche sull’insieme delle rivolte arabe, nonché sul futuro assetto politico della regione.

Oggi il regime siriano ha sostanzialmente accettato un compromesso. In cambio del ritiro del suo esercito dalle città ribelli, Damasco ha ottenuto dalla Lega araba la sospensione dei traffici clandestini di armi dal Libano e dalla Giordania e la sospensione della “campagna d'odio” contro la Siria lanciata principalmente dagli schermi della tv del Qatar “al Jazeera”, dall’emittente televisiva saudita “al Arabiya”, nonché dalla grande stampa panaraba, quasi totalmente di proprietà saudita, come i media “al Sharq al Awsat”, “al Hayat” ed “Elaph”.

E' quanto hanno reso noto i media ufficiali siriani dopo aver annunciato il raggiungimento di un’intesa con la Lega araba sul piano presentato dallo stesso organismo panarabo per bloccare le violenze in Siria. La questione su dove si terrà il dialogo fra le due parti, al Cairo o a Damasco, non è stata ancora chiarita ma a questo punto “è secondaria di fronte a problemi ben più importanti”, come ha spiegato il ministro libanese Adnan Mansour. Di rilevante c’è che l’iniziativa araba è la prima mediazione in assoluto tentata per uscire da una crisi che va avanti dal marzo scorso. Dopo otto mesi di protesta, appare evidente che l’opposizione interna non è stata in grado di abbattere il regime. Così come è palesemente chiara l’impossibilità del regime di imporsi sull’intifadah popolare con la forza del suo apparato repressivo, come fatto finora.

I paesi arabi, in particolari i ricchi emirati del Golfo, che sin dall’inizio hanno sostenuto la protesta siriana sia politicamente che con una consistente campagna mediatica, credevano in una rapida caduta del regime del presidente Bashar al Assad, come è successo per l’egiziano Hosni Mubarak e prima di lui per il tunisino Zine el Abidine Ben Ali. Ma non è stato così ed ora sia Doha che Riad si trovano in grandi difficoltà, soprattutto alla luce della titubanza espressa a più riprese dal Patto atlantico su una replica dell’intervento militare in Libia.

Ragioni finanziarie, ma soprattutto i timori di una ripetizione dell’intervento Usa e internazionale in Iraq e Afghanistan dalle conseguenze non positive suggeriscono prudenza. Il risultato della rinuncia della Nato ad un intervento armato in Siria pone quindi il problema ai paesi del Golfo “di scendere dalla cattedra su cui sono saliti per dirigere l’orchestra della primavera araba”. Nonostante i proclami pubblici del presidente siriano Assad di “un terremoto incendiario” della tutta la regione in caso di un “aggressione esterna” al suo paese, il regime di Damasco è consapevole di trovarsi in oggettiva difficoltà.

E’ vero che la Siria non è la Libia come sostiene lo stesso Assad: Damasco gode del sostegno incondizionato di alleati forti nella regione come l’Iran e di due tra i più temibili movimenti fondamentalisti islamici: la milizia sciita libanese di Hezbollah e il movimento radicale sunnita di Hamas. Vale la pena di ricordare anche l’appoggio dato finora da due potenze mondiali come Russia e Cina che si sono opposti a qualsiasi sanzione contro Damasco in seno al Consiglio di sicurezza dell’Onu. E’ altrettanto vero che il regime siriano gode di un sostegno popolare tutt'altro che piccolo, come invece potrebbe sembrare.

I milioni di manifestanti filo-governativi fatti scendere in piazza la settimana scorsa a Damasco come in Aleppo e Latakia all’arrivo nella capitale siriana della delegazione della Lega araba rappresentano un indizio significativo. Sostenere, come fa l’opposizione, che la popolazione scende in piazza per paura di ritorsioni da parte del regime è poco credibile, per il semplice fatto che dopo otto mesi di pubbliche contestazioni il muro della paura è crollato ed è difficile pensare che i siriani sostengano il governo. Nel paese una larga fetta di laici comincia a temere il sopravvento degli islamici duri e puri, che in alcune città ribelli come Dera’a (sud) e Homs (centro) hanno imposto il velo integrale alle donne.

Da ricordare che nelle due città più grandi del paese, Damasco e Aleppo - che da sole con i loro otto milioni di abitanti costituiscono più di un terzo della popolazione siriana - non si sono viste manifestazioni di protesta. Tuttavia, il regime di Damasco sta dando chiari segnali di voler raggiungere un compromesso: Assad sa infatti che i suoi apparati repressivi non potranno alla lunga reggere l’estenuante impegno di mezzi e uomini nei confronti di una rivolta che non accenna a placarsi. Lo stesso discorso vale per la situazione economica, che comincia a subire gli effetti delle sanzioni imposte dall’Unione europea e dagli Stati Uniti. E anche il sostegno di Mosca e Pechino non può durare in eterno.

Lo stesso premier russo, Vladimir Putin, ha sollecitato di recente Assad a procedere sulla strada delle riforme oppure lasciare. Oltretutto, il regime di Damasco si è accorto che le varie anime dell’opposizione interna non sono poi così compatte. Per il quotidiano palestinese “al Quds al Arabi”, “laici e islamisti dell’opposizione si temono e si detestano più di quanto osteggino il regime”. Ecco perché la mediazione della Lega araba potrebbe davvero raggiungere il suo obbiettivo: la prima pacificazione nella primavera araba tra un regime e il suo popolo per l’impossibilità di prevalere di uno dei due contendenti. (a.f.a.)