Atlantide
01.11.2011 - 14:10
ANALISI
 
Arabia Saudita: l’ascesa del principe Nayef
Roma, 1 nov 2011 14:10 - (Agenzia Nova) - Una serie di sviluppi verificatisi nel mondo arabo potrebbe dispiegare importanti conseguenze nel futuro a medio e lungo termine. L’evento probabilmente più rilevante è l’elevazione del principe Nayef bin Abdulaziz al Saud alla posizione di erede designato della corona saudita. Anche se non si può dire che abbia particolarmente sorpreso gli addetti ai lavori, l’ascesa del settantottenne Nayef, uno dei pochi sudairi ancora in vita, merita comunque di essere segnalata in quanto potenzialmente foriera d’importanti novità nella politica del regno saudita, che non tutti gli analisti hanno ritenuto opportuno esplorare.

C’è un dato che connota fortemente il passato del nuovo principe della corona, formalmente insediato nella sua nuova dignità il 29 ottobre. Nayef è stato a lungo sospettato, in Occidente, di essere stato, insieme al potente direttore dell’intelligence di Riad, Turki al Faisal, uno sponsor di primo piano del jihadismo qaedista, che avrebbe incoraggiato negli anni Novanta del secolo scorso ad internazionalizzarsi, con l’attivo sostegno saudita, in cambio della garanzia della pace interna. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre, non furono pochi gli analisti che, su queste basi, videro in Nayef, all’epoca ministro dell’Interno dell’Arabia Saudita, addirittura il candidato in pectore di Osama bin Laden per il trono di Riad. Da allora, naturalmente, molta acqua è passata sotto i ponti.

Dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, infatti, anche le autorità saudite più vicine ai jihadisti, come Nayef, dovettero allinearsi alle esigenze della Global War on Terror e cambiare politica, accettando di accentuare la pressione contro i simpatizzanti di al Qaeda che si erano a lungo ritenuti al riparo nel regno. Ne derivarono alcuni attentati che turbarono la vita del paese, ma anche un’azione assai incisiva che condusse all’eliminazione dei vertici e dei quadri che dirigevano il movimento legato a bin Laden in Arabia Saudita. Ancora adesso, tuttavia, Nayef viene ritenuto una personalità spregiudicata e complessa, che alcuni osservatori considerano un potenziale sostenitore esterno della Fratellanza musulmana. E’ forse anche in queste vesti che i suoi progressi sembrano aver suscitato l’interesse del presidente Usa, Barack Obama.

Con Nayef, infatti, potrebbe sensibilmente cambiare l’atteggiamento finora tenuto dai sauditi nei confronti dell’intero fenomeno della “primavera araba”, inducendo Riad a adottare un approccio molto simile a quello attualmente osservato dal Qatar: paese decisamente autoritario sul piano interno, ma in prima linea nell’appoggiare l’insurrezione libica sfociata nell’uccisione del colonnello Muhammar Gheddafi. Gli effetti sarebbero certamente significativi. Con il peso delle ricchezza saudite alle loro spalle, infatti, i movimenti legati all’Islam politico si rafforzerebbero sensibilmente anche nel Mediterraneo, rendendo in una qualche misura irreversibili alcune conquiste delle recenti rivoluzioni arabe e soprattutto garantendo Riad rispetto al rischio di essere destabilizzata a sua volta ed emarginata dai futuri equilibri mediorientali.

Dovrebbero rapidamente venir meno anche alcuni freni che hanno finora limitato il supporto garantito dai sauditi ai ribelli che stanno sfidando in Siria il regime di Bashar al-Assad, optando per una virata che risponderebbe agli interessi geopolitici fondamentali di una Riad oggettivamente interessata a contenere l’influenza regionale iraniana e le ambizioni della nuova Turchia. (g.d.)
 
Tunisia: Ennahda vince le elezioni, ma nel paese persistono le tensioni
Roma, 1 nov 2011 14:10 - (Agenzia Nova) - Di grande rilievo appare la prima consultazione democratica perfezionatasi in Tunisia, paese da cui ha preso le mosse agli inizi dell’anno la cosiddetta “primavera araba”. I tunisini hanno eletto la loro Assemblea costituente attribuendo più del 40 per cento dei seggi al principale partito d’ispirazione religiosa emerso dopo la “rivoluzione dei gelsomini”: Ennahda, formazione diretta dall’anziano Rashid Ghannouchi, rientrato nel suo paese da un lungo esilio proprio all’indomani della deposizione di Ben Ali. Si tratta di un segnale emblematico, che conferma la generale avanzata dell’Islam politico nei territori toccati dallo tsunami democratico di quest’anno.

Ancorché uscito più forte dal voto di quanto i sondaggi della vigilia avessero lasciato prevedere, Ennahda non sarà però in grado di governare da sola e dovrà invece dar vita ad un esecutivo di coalizione, per il quale sta esplorando la possibilità d’intese con le due maggiori formazioni laiche del paese: il Congresso per la repubblica, di Moncef Marzouki, che ha ottenuto 30 dei 217 seggi in palio, e l’Ettakatol di Mustafà Ben Jafaar, che si è aggiudicato 21 deputati. Dovrebbe invece rimanere fuori della compagine di governo Petizione popolare, cui sono andati 19 parlamentari, ma che ha subito una pesante penalizzazione successiva, per aver ospitato sulle proprie liste personalità compromesse con il vecchio regime.

Proprio la decisione di invalidare l’elezione degli uomini di Petizione popolare in sei circoscrizioni è stata alla base della prima seria crisi politica post-elettorale attraversata dalla Tunisia. Il leader di questa formazione, Hecmi Hamdi, ha infatti disposto il ritiro dall’Assemblea costituente di tutti i propri eletti, senza peraltro essere obbedito da tutti i propri uomini. Disordini sono inoltre scoppiati a Sidi Buzid, punto d’origine della “rivoluzione dei gelsomini”, ed in alcune altre località adiacenti, che sono culminati nella distruzione del locale tribunale, nel danneggiamento di un governatorato e nella successiva imposizione del coprifuoco in tutta la zona interessata dagli scontri.

La nascente democrazia tunisina non è quindi del tutto stabile, anche se Ennahda ha finora enfatizzato la propria prossimità agli ideali moderati dell’Akp turco, confermando la propria intenzione di non imporre nel paese la sharia, la legge islamica, fors’anche per ragioni tattiche legate alla necessità di formare comunque con i laici una coalizione maggioritaria. Rashid Ghannouchi, al contrario di quanto ha fatto Jalil a Bengasi, ha promesso di non alterare in senso islamico il diritto bancario e societario. La Tunisia continuerà inoltre a mantenersi aperta ai flussi turistici internazionali.

E’ ovviamente auspicabile che queste promesse vengano onorate, anche per evitare l’innesco di un nuovo esodo migratorio su Lampedusa. Resta da verificare, tuttavia, se a più lungo termine gli uomini di Ennahda sapranno o meno resistere alla pressione dei salafiti e degli elementi più intransigenti legati all’Islam politico radicale, il cui peso potrebbe con il tempo aumentare, anche per effetto del contagio dalla Libia. (g.d.)
 
Libia: la fine della missione Nato apre la strada a un nuovo intervento
Roma, 1 nov 2011 14:10 - (Agenzia Nova) - Nonostante l’uccisione di Muhammar Gheddafi e la successiva proclamazione dell’avvenuta liberazione della Libia dal giogo del vecchio regime, la situazione locale continua ad essere fluida. Lo è in primo luogo perché alcune fra le tribù più importanti, come quella dei Warfalla, non paiono ancora intenzionate ad accettare la prospettiva di una loro subordinazione ai clan della Cirenaica. Il figlio politicamente più brillante dello scomparso rais, Saif al Islam, è inoltre ancora alla macchia. Ed anche se pare stia trattando la propria resa al Tribunale penale internazionale dell’Aja, sembra attraverso mediatori forniti dai servizi tedeschi, risulta sia stato investito dalla propria tribù del compito di guidare la riscossa.

Proprio per questi motivi, le autorità di Bengasi avevano chiesto la scorsa settimana alla Nato di riconsiderare la propria decisione di porre fine alla missione Unified Protector il 31 ottobre. Il Cnt teme anche la forte autonomia conquistata dai Comitati militari costituitisi in Tripoli e Misurata. E proprio per compensare la propria attuale debolezza nei loro confronti, a Bengasi si sperava di mantenere al proprio fianco il potere aereo dell’Alleanza come fattore di riequilibrio almeno fino alla fine del 2011.

Così, tuttavia, non sarà. Bruxelles, infatti, ha confermato venerdì 28 ottobre le proprie iniziali deliberazioni sull’argomento, anche sulla base di una nuova risoluzione, la 2016, con la quale il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ne ha dichiarato il 27 esaurito lo scopo, rimettendo alle nuove autorità libiche il compito di badare da sole alla sicurezza delle popolazioni residenti sotto la loro giurisdizione. Dal primo novembre, conseguentemente, la Libia potrà contare soltanto sulle proprie forze, anche se già si prospetta all’orizzonte un nuovo intervento, di terra questa volta, le cui linee guida sono state definite nel corso di una riunione svoltasi a Doha, presenti i rappresentanti del cosiddetto “Gruppo dei paesi amici della Libia”.

Per l’Italia, partecipava il capo di Stato maggiore della Difesa, generale Biagio Abrate, segno chiarissimo dell’orientamento del nostro paese a fornirvi un contributo, al pari di altri stati che hanno già fatto conoscere la propria disponibilità ad inviare truppe sul suolo libico. Tra questi, figurano gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, la Svezia, la Giordania e il Marocco, i cui uomini dovrebbero operare sotto la guida del Qatar, che ha ammesso di aver partecipato con centinaia di propri militari alle azioni militari degli ultimi mesi ed eserciterebbe un’importante influenza su diversi personaggi cruciali della Libia attuale, incluso Belhadj, nuovo uomo forte della capitale Tripoli.

In un intervento reso al Senato la scorsa settimana, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha esplicitamente chiarito come il governo italiano intenda essere della partita, mentre il titolare della Farnesina, Franco Frattini, ha successivamente ammesso che si sta pensando ad una coalition of the willing, della quale la stessa Libia chiederebbe l’invio sul proprio territorio. Non c’è però stato alcun voto di indirizzo. La situazione è quindi ancora, in una certa misura, in evoluzione.

Questa rubrica ritiene che si tratti di un passo da meditare con attenzione, in ragione dei rischi potenzialmente elevati cui potrebbero essere esposti i nostri militari. La Libia conserva una memoria cattiva del colonialismo italiano e questo fattore potrebbe essere sfruttato contro i nostri militari, soprattutto qualora venisse loro chiesto di partecipare alla confisca di tutte le armi finite nelle mani dei civili e delle milizie costituitesi da febbraio ad oggi. Il precedente di Mogadiscio non dovrebbe essere dimenticato.

Sarebbe pertanto opportuno vincolare l’eventuale operazione internazionale che si profila ad un mandato molto circoscritto, o comunque prevedere per la parte di competenza italiana l’imposizione di caveat rigorosi sull’impiego dei nostri uomini, che non dovrebbero accettare compiti diversi da quelli della formazione a profitto dei membri delle nuove forze di sicurezza libiche. (g.d.)