Atlantide
24.10.2011 - 21:25
Analisi
 
Libia: il ruolo della Nato nella fine di Gheddafi e le prospettive future del paese
Roma, 24 ott 2011 21:25 - (Agenzia Nova) - L’insurrezione scoppiata lo scorso 17 febbraio in Libia è sfociata il 20 ottobre nella cattura e successiva esecuzione sul posto del colonnello Muhammar Gheddafi, di suo figlio Mutassim e di un certo numero di altre personalità che erano rimaste con il deposto rais nella sua ridotta di Sirte, della quale ha finalmente trovato spiegazione la strenua resistenza. Al contrario di quanto si era originariamente creduto, Gheddafi non aveva quindi cercato scampo nell’estremo sud del suo paese, dove secondo alcune illazioni pareva che si fosse circondato di un folto stuolo di Tuareg, ma aveva piuttosto cercato rifugio nel centro nevralgico della sua tribù.

La battaglia finale è durata numerose settimane, durante le quali i lealisti erano anche riusciti più volte a contrattaccare e respingere in profondità le forze attaccanti, malgrado queste fossero sostenute dal potere aereo della Nato. Ma l’epilogo è giunto in modo repentino, nell’arco di non più di 36 ore, circostanza che rende assai probabile l’intervento sulla scena di un certo quantitativo di forze speciali occidentali, presumibilmente francesi e britanniche. Qualche segnale era comunque trapelato: proprio alla vigilia del crollo finale, infatti, la stampa algerina, di cui però vanno ricordate le simpatie lealiste, aveva segnalato come su Bani Walid, altra roccaforte lealista, gli alleati stessero impiegando del munizionamento al fosforo bianco, esattamente come alcuni anni fa era accaduto in Iraq durante la battaglia di Falluja: un segno inequivocabile della volontà di chiudere al più presto la partita.

Gli ordigni al fosforo bianco sono infatti particolarmente efficaci nel contesto del combattimento urbano, ma vengono utilizzati piuttosto raramente, a causa dei loro effetti devastanti, posto che annichiliscono le loro vittime sfruttando il bagliore e l’eccezionale calore che dispiegano. Secondo alcune ricostruzioni ancora non confermate, commando alleati sarebbero stati effettivamente presenti a Sirte e proprio a loro si dovrebbe l’individuazione della posizione del colonnello Gheddafi, l’intercettazione del suo convoglio in fuga da parte degli aerei Nato e, probabilmente, anche il suo primo ferimento. Successivamente, gli occidentali avrebbero comunicato ai ribelli della Brigata Misurata l’esatto posizionamento del deposto rais, in modo da lasciare a loro la determinazione del suo destino ed evitare anche un formale coinvolgimento diretto della Nato nell’eliminazione di Gheddafi, a quel punto inevitabile. Si è così giunti all’epilogo, che ha permesso di risolvere alcuni problemi che stavano assumendo contorni preoccupanti.

Pur avendo deciso di prorogare la missione Unified Protector, infatti, molti stati membri dell’Alleanza avevano deciso nelle ultime settimane di ridurre il proprio apporto alla campagna di Libia e sussistevano ormai dubbi significativi sulla determinazione della Nato a rimanere coinvolta fino alla liberazione di tutte le parti di territorio che risultavano ancora sotto il controllo dei lealisti. La tentazione di forzare i tempi ricorrendo agli stessi strumenti impiegati a Tripoli nell’agosto scorso dev’essere stata quindi notevole, probabilmente irresistibile. Sapremo forse nei prossimi giorni se le cose sono andate davvero o no come qui s’ipotizza. Ma già adesso è significativo che la stessa Alleanza atlantica abbia ammesso la partecipazione di suoi aerei all’attacco decisivo con il quale il convoglio in cui si trovava Gheddafi è stato fermato.


Una pacificazione che sembra difficile

Le modalità della caduta di Sirte non permettono di formulare previsioni particolarmente rosee sul futuro della nuova Libia. Il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) ha infatti mancato anche la prova d’appello. Assenti in occasione della conquista di Tripoli, nella quale tra gli insorti libici hanno primeggiato i berberi del Gebel Nafusa e le milizie islamiche di Belhadj, gli uomini di Bengasi sono riusciti a farsi rubare la scena anche in questo frangente, questa volta a profitto della Brigata di Misurata, che si è appropriata delle spoglie del deposto rais e di suo figlio, verosimilmente proprio per meglio dimostrare a chi davvero appartenesse questa vittoria.

Sono ormai parecchi gli analisti che dubitano dell’effettivo spessore del Cnt ed alcuni tra quelli più autorevoli hanno pubblicamente affermato di ritenerlo una creatura delle potenze europee che hanno promosso l’intervento contro il regime del colonnello Gheddafi, priva di un seguito apprezzabile e soprattutto della forza militare necessaria in questa fase per avviare sotto il proprio controllo una ricostruzione politico-istituzionale del paese. In Libia sono sorti diversi potentati poco inclini ad attribuire al Cnt quel primato che troppi attori internazionali gli hanno già riconosciuto. Il comitato militare di Tripoli, nelle mani di Belhadj, sembra refrattario a qualsiasi ipotesi di subordinazione. E la stessa cosa pare vera anche per i ribelli di Misurata.

La manifestazione di massa con la quale, domenica 23 ottobre, Mustafa al Jalil ha proclamato da Bengasi l’avvenuta liberazione del paese non dovrebbe contribuire più di tanto a migliorare la situazione. Difficilmente i numerosi riferimenti fatti all’islamizzazione della nuova Libia basteranno infatti a dissipare la sensazione di un tentativo dei cirenaici di pilotare la transizione dalle loro roccaforti dell’est. Ma a preoccupare di più, in questa fase, è l’eccezionale quantità di armi che il conflitto civile ha seminato all’interno della società civile libica, determinandone l’imbarbarimento risultato così evidente nella drammatica fine del deposto rais. Drenarle, disarmando tutte le formazioni sorte in questi mesi, sarà certamente difficile, anche perché non esiste in questo momento nulla che in Libia somigli ad un esercito nazionale. Ed anche la polizia si è dissolta, tanto che la stessa Tripoli è diventata un’area molto insicura.

Ricostruire in queste condizioni sarà compito improbo e non si vede al momento alcun paese disposto a correre il rischio di un intervento terrestre di stabilizzazione, che oltretutto verrebbe quasi certamente considerato l’avanguardia di un nuovo tentativo di colonizzazione. Rappresenta un’incognita anche l’atteggiamento che assumeranno le principali tribù del paese, citate dallo stesso Jalil come uno degli elementi costituenti del potere libico.

I Qadafa, da cui provenivano lo scomparso rais e tutta la sua famiglia, non si sottometteranno finché non avranno ricevuto una qualche forma di riparazione per i lutti che hanno dovuto sopportare in questi giorni. Hanno già provveduto ad investire Saif al Islam, figlio prediletto del Colonnello, della responsabilità di guidarli alla riscossa. Neanche i più potenti Warfalla paiono disponibili ad accordare la loro fiducia ad un organismo, il Cnt, che essi considerano come lo strumento di dominio degli odiati clan della Cirenaica. Quanto ai Magariha sono divisi: alcuni sono passati all’insurrezione, mentre altri sono rimasti leali a Gheddafi fino alla fine.

In Occidente si annette in queste ore grande importanza al calendario con il quale il Cnt intende promuovere la fondazione delle istituzioni della nuova Libia, quasi che queste procedure possano davvero da sole garantire il successo della transizione. Un nuovo e più rappresentativo governo dovrebbe nascere a breve, mentre elezioni sono programmate entro otto mesi. Sarebbe tuttavia meglio non coltivare eccessive illusioni nel potere taumaturgico del metodo democratico. Se non interviene un accordo tra coloro che detengono armi e potere reale in Libia, si rischia infatti di assistere ad una replica di quanto si osserva da sette anni a questa parte in Afghanistan, stato che dispone di un presidente ed un parlamento liberamente eletti, ma incapaci di controllare davvero il proprio paese.

Alla fase della guerra civile appena conclusasi, potrebbe seguirne quindi un’altra ancora più complessa, che rappresenterebbe una disdetta per tutte le nazioni che hanno sostenuto i ribelli, compresa la nostra, giacché la Libia si trasformerebbe per un arco di tempo imprevedibile in un inferno improduttivo, sottraendo al mondo uno dei principali fornitori di gas e petrolio sulla piazza. (g.d.)