Mezzaluna
19.10.2011 - 17:42
ANALISI
 
Israele: liberazione di Shalit, l'intesa tra Hamas e Tel Aviv riaccende le speranze di pace
Roma, 19 ott 2011 17:42 - (Agenzia Nova) - La felice conclusione della vicenda di Gilad Shalit, il caporale israeliano da anni ostaggio degli estremisti palestinesi di Hamas, sembra aprire uno spiraglio di pace nel tormentato scenario del Medio Oriente. Per la prima volta nella storia palestinesi e israeliani sono felici per lo stesso evento, anche se immancabilmente divergono sul nome da usare. Israele lo chiama “liberazione di Shalit”, che ritorna in patria dopo oltre cinque anni di prigionia. Hamas, invece mette l’accento sulla contropartita di questa liberazione, definita semplicemente “scambio di prigionieri”. Si tratta infatti del rilascio, già avvenuto, di 477 reclusi palestinesi come prima parte della liberazione di 1027 prigionieri, che secondo l’accordo tra Israele e Hamas con la mediazione dell’Egitto avverrà entro due mesi.

Sono diverse, in parte, anche le traduzioni delle parole di Shalit nella sua prima intervista dopo la liberazione, rilasciata alla tv di stato egiziana mentre il caporale israeliano era ancora presso il valico di Rafah, al confine della Striscia di Gaza. “Ho sempre creduto che sarei stato rimesso in libertà. Sto bene, Hamas mi ha trattato bene. E spero che questo accordo possa aiutare il processo di pace tra israeliani e palestinesi”. Sono queste le prime parole pronunciate da Gilad Shalit da uomo libero, sulle quali la stampa araba e israeliana sono d’accordo.

Il caporale israeliano, sequestrato nel giugno del 2006 da un commando dei miliziani palestinesi e oggi venticinquenne, è stato trasferito da Gaza in territorio egiziano all’altezza della città di Rafah. Da qui è stato preso in consegna dall’esercito israeliano ed è poi entrato in patria, sulla via di casa. Ad attenderlo, nella base militare israeliana di Tel Nof, c’erano i genitori e le autorità, con in testa il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Shalit ha rivelato di aver appreso una settimana prima del rilascio che sarebbe stato liberato. Gli è mancata la sua famiglia, parlare e vedere la gente. E la prima cosa che intende fare una volta tornato a casa è “stare con la famiglia e con gli amici”, ha detto ancora alla televisione egiziana nella sua prima intervista dopo il rilascio. Un'intervista durante la quale, teso e stanco, il caporale ha lanciato un augurio di pace. Si è detto infatti “molto felice” per il fatto che molti palestinesi ancora detenuti nelle carceri israeliane saranno liberati e potranno tornare a casa, aggiungendo: “Sarò felice se i prigionieri palestinesi liberati non torneranno a combattere contro Israele”.

Leggermente diversa la traduzione del quotidiano palestinese “al Quds al Arabi”, il quale riporta che, alla domanda di un giornalista se sarà possibile vederlo guidare una campagna per la liberazione degli oltre cinquemila detenuti ancora rinchiusi nelle carceri dello stato ebraico, Shalit avrebbe risposto che sarebbe “molto felice se verranno liberati tutti, in modo da poter così tornare alle loro famiglie e nelle loro terre”. Nelle prime immagini diffuse dalla televisione egiziana, Shalit è apparso dimagrito ma in buona salute, con indosso una camicia chiara e un cappellino scuro.

Alle sue spalle Ahmed Jaabri, il comandante militare di Hamas che lo ha accompagnato in territorio egiziano. Ma al di là della differenza d’accento tra i media arabi e israeliani, in molti concordano sul fatto che la liberazione del caporale sia una grande notizia per tutti coloro che sperano in una soluzione pacifica della questione mediorientale.

Lo fanno pensare anche tutte le indiscrezioni sui retroscena che hanno portato a questo lieto fine. Secondo queste indiscrezioni, il tutto è cominciato circa tre mesi fa, quando il capo dell’ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, avrebbe comunicato ai suoi amici di Gaza l’intenzione di prendere le distanze dal regime siriano alle prese con un’ondata di proteste senza precedenti dal marzo scorso. Una presa di coscienza accompagnata anche dalla volontà di trasferire gli uffici di Hamas da Damasco al Cairo: particolare rivelato dal quotidiano libanese “Al Safir” come “parte dell’accordo” tra Israele e Hamas mediato proprio dagli egiziani.

Un altro retroscena del primo accordo tra il governo di Israele e il movimento radicale islamico lo rivela il quotidiano israeliano “Haaretz”. Per il foglio di Tel Aviv, inoltre, l’accordo per la liberazione di Gilad Shalit includerebbe anche “la fine dell’embargo” sulla Striscia di Gaza. “Haaretz” attribuisce questa rivelazione a Mahmoud al Zahar, esponente di punta del movimento radicale islamico palestinese Hamas. Al Zahar pensa che “la fine dell’embargo su Gaza sia parte dell’accordo per lo scambio dei prigionieri ed è previsto in un paragrafo concordato durante le trattative con il mediatore tedesco (Gerhard Conrad) e sottoscritto da Israele”, pertanto “questa intesa è valida anche per l'accordo attuale”.

Il trasferimento degli uffici di Hamas e la possibile fine dell’embargo nei confronti dell’enclave palestinese della Striscia di Gaza sono due mosse che hanno grandi implicazioni politiche. Difficile pensare che la libertà di un soldato possa fare tanto. Fossero vere le indiscrezioni della stampa, le due novità potrebbero costituire il preludio ad una svolta di dimensioni ben più importanti nel processo di pace arabo-israeliano. (a.f.a.)
 
Iraq: il nodo dell'immunità giudiziaria rischia di complicare il ritiro delle truppe Usa dal paese
Roma, 19 ott 2011 17:42 - (Agenzia Nova) - Il governo di Baghdad ha respinto le pressioni di Washington per concedere l’immunità giudiziaria agli istruttori militari statunitensi, che dovrebbero rimanere nel paese anche dopo la fine dell’anno. Si parla di “un personale Usa” composto da 21 mila unità con una cinquantina di velivoli: un vero e proprio contingente in grado di essere un credibile “deterrente” per eventuali mire aggressive dei paesi vicini. La stampa governativa irachena dà ampio rilievo oggi a una questione che rischia di complicare l’annunciato ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq. Ritiro che secondo l’accordo siglato tra Baghdad e Washington nell’autunno del 2008 dovrà concludersi entro il 31 dicembre 2011. Il tema è cruciale per gli iracheni come lo è anche per l’amministrazione del presidente Barack Obama, il quale è preoccupato dalla sempre maggiore influenza della Repubblica islamica iraniana sul paese vicino.

Lasciare senza difesa il paese, per ammissione degli stessi leader iracheni, rischia di esporre l’Iraq ai tentativi d'ingerenza dei paesi vicini, oltre che naturalmente agli attentati di al Qaeda e dei gruppi armati non ancora completamente neutralizzati. A meno di dieci settimane dal ritiro, la questione dell’immunità giudiziaria dei militari Usa sta mettendo seriamente a rischio i piani di Washington di lasciare nel paese arabo un contingente militare, di cui la stampa irachena già conosce la natura e la consistenza.

Tra militari e civili, il piano “non annunciato”, messo a punto da Washington già dal mese di luglio, prevede la permanenza in Iraq di personale non inferiore alle 21 mila unità. Personale indicato sotto varie denominazioni: “istruttori”, “diplomatici”, “impiegati d’ambasciata”, “civili” e anche i famigerati “contractor”, contestatissimi dagli iracheni per le frequenti violazioni compiute nel passato dalla Blackwater, società di sicurezza privata Usa accusata di numerosi omicidi di civili iracheni. I contractor di Blackwater non sono mai finiti sotto processo, proprio perché il personale dell'agenzia godeva dell'immunità giudiziaria.

Il quotidiano governativo iracheno “al Sabah” ha pubblicato il piano di Washington, secondo cui è prevista la permanenza di seimila “istruttori militari”, da distribuire in tre centri d'addestramento per la polizia irachena e altre dieci strutture per l’addestramento delle forze armate. Altri cinquemila militari avrebbero poi come compito principale la difesa della sede dell’ambasciata statunitense a Baghdad e dei due consolati Usa nel paese. La stessa ambasciata, secondo i piani di Washington, dovrebbe avere un personale composto da ben duemila elementi tra “diplomatici e impiegati del tesoro Usa”.

La sede diplomatica dovrebbe inoltre essere “assistita” da “personale civile composto da quattromila unità” per “servizi e assistenza sanitaria”. Altri cinquemila contractor dovrebbero inoltre affiancare gli “istruttori” Usa, senza che sia specificato il loro compito. Insomma, tra militari, diplomatici e civili, si raggiungono le 21 mila unità: una cifra degna di un contingente militare vero e proprio. L’equipaggiamento di questo contingente prevede anche 50 tra “aerei militari e civili ed elicotteri”, il che costituisce un discreto deterrente per quei paesi, come l’Iran, che hanno mire poco amichevoli sull’Iraq.

Il governo, il parlamento e le principali forze politiche irachene sono contrari all’idea di concedere l’immunità al personale Usa. L’idea di Washington rischia così, scrive la stampa irachena, “di non vedere mai la luce, se non si arriverà prima ad un accordo con Baghdad sul paragrafo che riguarda la concessione dell’immunità giudiziaria". Di conseguenza, gli Stati Uniti si trovano di fronte a due opzioni: o il ritiro totale dall’Iraq, oppure rinunciare alla richiesta d’immunità. L’amministrazione statunitense non smette di far filtrare alla stampa informazioni secondo cui gli Stati Uniti non hanno rinunciato al tentativo di raggiungere un accordo con i responsabili iracheni. E questo perché Washington sarebbe “preoccupata per le ingerenze iraniane nella regione”, riferisce "al Sabah" citando una fonte Usa.

Del resto, è stato lo stesso ministro della Difesa statunitense, Leon Panetta, a dichiarare nei giorni scorsi che i rappresentanti di Washington e di Baghdad proseguono nei loro colloqui volti a permettere a militari Usa di rimanere in Iraq anche dopo il 31 dicembre prossimo. Dalla caduta del regime di Saddam Hussein, nel 2003, con gli iracheni l’amministrazione Usa ha sempre trovato un accordo all’ultimo momento. Andrà così anche questa volta? Difficile rispondere, anche se il presidente curdo dell’Iraq Jalal Talabani, ha aperto un esile spiraglio: “Esiste un accordo per lasciare degli istruttori”, ha detto, "e nella mia qualità di capo delle forze armate ho ricevuto rapporti ufficiali dall’esercito che confermano l’attuale scarsa capacità dei nostri militari nell'impiegare gli armamenti importati di recente. Questo impone la necessità di mantenere in Iraq gli istruttori statunitensi”. (a.f.a.)