Atlantide
17.10.2011 - 16:26
Analisi
 
Lo strano complotto sventato negli Stati Uniti
Roma, 17 ott 2011 16:26 - (Agenzia Nova) - La scorsa settimana, le autorità Usa hanno reso noto di aver sventato una serie di attentati, di presunta matrice iraniana, che avrebbero dovuto colpire bersagli sauditi ed israeliani sul suolo statunitense. Nel mirino pare fosse finito addirittura l’ambasciatore di Riad presso la Casa Bianca, Adel al Jubeir. La pista battuta dall’Fbi ha condotto ad almeno un arresto eccellente ed alla ricostruzione della complessa trama che avrebbe dovuto portare agli agguati. Alcuni apparati della repubblica islamica, pare le squadre speciali Al Quds (unità per le operazioni all’estero che dipendono direttamente dal braccio religioso del potere iraniano), si sarebbero serviti di un potente cartello del narcotraffico messicano e di un cittadino iraniano-statunitense per colpire nel cuore stesso della capitale Usa.

Pare altresì che ulteriori atti di violenza dovessero essere portati a segno contro le sedi diplomatiche mantenute da israeliani e sauditi in Argentina. L’amministrazione ha fatto sapere che il presidente Barack Obama era al corrente di questi progetti sin dal giugno scorso. Suscitano pertanto alcuni interrogativi sia la tempistica di queste rivelazioni che la solidità delle conclusioni raggiunte dagli investigatori che hanno lavorato sul caso.

La Casa Bianca avrebbe fatto finta di niente per mesi, prima che le rivelazioni inducessero pesi massimi del calibro del vicepresidente Joseph Biden e del segretario di Stato Hillary Clinton a prenderne atto e ventilare delle conseguenze sui rapporti bilaterali tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica, peraltro ufficialmente interrotti da oltre trent’anni. Sono volate parole grosse e si è provveduto a far sapere che Washington non si sarebbe preclusa alcuna opzione, inclusa quella del ricorso alla forza.

Con un certo ritardo, al coro si è infine aggiunta anche la voce del presidente Obama, che ha lasciato intendere di puntare per adesso soltanto all’imposizione di nuove sanzioni contro Teheran. Tuttavia, l’amministrazione Usa ha altresì ammesso di essersi messa in contatto con le autorità iraniane, segno palese di una volontà di non spezzare il filo. Infatti, l’Iran rappresenta un asse importante della politica mediorientale degli Stati Uniti ed è noto come da tempo si stiano studiando i tempi e i modi di una riconciliazione tra le parti, che in Medio Oriente vantano non pochi interessi comuni. L’idea di un riavvicinamento tra Usa ed Iran ha però numerosi oppositori, dentro e fuori i rispettivi paesi, cosa che spiega perché le eventuali trattative possano svilupparsi soltanto entro il perimetro della cosiddetta “diplomazia segreta”. E’ comunque agli avversari di questo progetto che si dovrebbe guardare per comprendere cosa effettivamente si nasconda dietro il complotto recentemente sventato.

All’interno della repubblica islamica potrebbero aver pensato ad un atto di terrorismo internazionale coloro che intendono scongiurare il riavvicinamento con Washington senza però precipitare in una guerra con gli Stati Uniti. In questo senso, non va escluso che gli attentati siano stati congegnati in modo dilettantesco anche per favorirne la scoperta, posto che un loro eventuale successo avrebbe sicuramente determinato una reazione militare da parte americana. In questo caso, qualche indicazione utile potrebbe giungere dall’analisi delle dinamiche interne che stanno agitando un Iran ormai in vista del rinnovo del parlamento e delle elezioni presidenziali.

La politica mediorientale della Casa Bianca è d’altro canto avversata da un’altra serie di attori che temono non solo lo scenario del grande accordo con Teheran, ma altresì le conseguenze dell’apertura di Obama alla Fratellanza musulmana. La combinazione di queste politiche implicherebbe in particolare danni importanti per Israele e rappresenterebbe una minaccia addirittura letale per lo stato saudita. Questi due paesi avrebbero pertanto un evidente interesse a sabotarla. Ecco perché non andrebbe esclusa una matrice differente di questo complotto, che potrebbe anche essere stato escogitato e sviluppato come un attacco sotto “falsa bandiera”, allo scopo di alterare l’architettura complessiva della strategia elaborata da Obama per il Medio Oriente.

Non è chiaro se la mossa abbia colto o meno i risultati che si prefiggevano i suoi ideatori. La Casa Bianca si è mostrata infatti molto prudente, mantenendo a dispetto di tutto dei canali di comunicazione con gli interlocutori iraniani. Tuttavia, è emblematico che Obama sia stato infine costretto ad alzare i toni per non cedere terreno e consenso ai candidati repubblicani che hanno iniziato a braccarlo, in primo luogo Mitt Romney, l’unico ad esser finora uscito allo scoperto con una visione di politica estera alternativa a quella basata sullo “smart power” caro all’attuale presidente. (g.d.)
 
Cosa distingue gli indignados dai no global dello scorso decennio
Roma, 17 ott 2011 16:26 - (Agenzia Nova) - Un elemento nuovo della settimana appena trascorsa è la definitiva emersione degli "indignados" come movimento di contestazione globale nei confronti delle politiche finora assunte per contenere la crisi finanziaria legata ai debiti sovrani. E’ chiaro che i gravi fatti di Roma - probabilmente legati anche al passaggio parlamentare con il quale il premier Silvio Berlusconi ha ottenuto la conferma della fiducia nei confronti del governo da lui guidato - hanno impedito in Italia di sviluppare un ragionamento più ampio e pacato sulla natura del processo che si sta manifestando.

Non sono infatti le violenze degli incappucciati il dato saliente evidenziato dalle dimostrazioni del fine settimana, quanto l’estensione geografica da queste raggiunta. Fino al 15 ottobre scorso, infatti, i cosiddetti indignati si erano mossi in alcuni paesi senza veramente coordinarsi tra loro e si poteva anche pensare che il loro affiorare fosse legato prevalentemente a fatti politici locali e contingenti. Avevano fatto rumore soprattutto l’occupazione di Puerta del Sol a Madrid e le manifestazioni promosse a New York dai comitati “Occupy Wall Street”, ma pochi avevano colto il potenziale di “contagio” di questo fenomeno.

Quanto è accaduto nello scorso fine settimana ha invece inquadrato l’intero fenomeno in un altro contesto. L’impressione che si ha è che il movimento rechi degli elementi peculiari che sarebbe un errore trascurare. A trainare le proteste, infatti, non è adesso una minoranza di esaltati convinti di poter disinventare la globalizzazione, a differenza di altre volte in passato, bensì un più vasto raggruppamento interclassista ed intergenerazionale di persone, che si ritiene rappresentativo, forse non senza fondamento, del 99 per cento dei rispettivi corpi sociali. Vale a dire tutti coloro che nelle società avanzate stanno pagando con la riduzione del potere d’acquisto e delle proprie aspettative per il futuro gli oneri del risanamento finanziario.

L’obiettivo immediato degli indignados non è la sovversione dell’ordine sociale, anche se alcune frange la rivendicano, ma il mix di alte tasse, più bassi salari e maggiore disoccupazione che viene proposto per riequilibrare i conti dei maggiori paesi occidentali. Su queste basi, diversamente dai loro precursori anti-global, non sembra possibile ricondurre ad un’affiliazione ideologicamente precisa le istanze di cui gli indignados sono portatori, perché al nucleo del loro messaggio c’è in definitiva la speranza di una riscossa della politica nei confronti della finanza. Una battaglia alla quale è possibile che si aggreghino in futuro anche elettori tradizionalmente vicini al campo moderato, tanto a destra quanto a sinistra. Ecco perché pare necessario dare risposte adeguate alle ansie di chi scende in strada, prima che sia troppo tardi ed il movimento assuma connotazioni più nettamente antagoniste.

Qui non si discute più tanto dell’eliminazione del precariato, evidentemente al di fuori del regno del possibile, quanto più concretamente del fatto che i meno garantiti sono diventati l’asse portante del sistema produttivo, proteggendo le rendite di coloro che sono stati in grado di conquistare delle nicchie privilegiate, tanto nel settore privato quanto in quello pubblico delle maggiori economie occidentali. Gli eccessi di cui si sono macchiati i black bloc permetteranno forse di guadagnare tempo, avendo gettato un certo discredito su una manifestazione che per altri versi si sarebbe fatta notare come una fra le più imponenti dello scorso week end. Ma non ci sono dubbi del fatto che la spinta dei contestatori sopravvivrà a questo incidente di percorso e trarrà linfa ulteriore dalla pratica delle ricette deflazionistiche imposte anche all’Italia dalla Banca centrale europea, ricette che deprimeranno inesorabilmente le già asfittiche prospettive della crescita economica.

In effetti, l’adozione di queste medicine depressive non è affatto inevitabile, al contrario di quanto si vuol far credere e degli effetti che queste sono destinate a produrre a breve e medio termine. Esistono infatti delle alternative, alcune delle quali già sperimentate, come nel caso dell’Islanda, paese recentemente additato ad esempio dall’economista Loretta Napoleoni, nel quale la gente ha optato con un apposito referendum in favore della ristrutturazione del proprio debito estero, colpendo i risparmiatori britannici e determinando conseguentemente l’ira del governo di Londra, ma ponendo le basi della propria ricostruzione.

Certamente, l’Islanda ha approfittato della sua particolare condizione di stato esterno all’area dell’euro. Ma nulla vieta di considerare altri, e meno traumatici, stratagemmi: a partire dal rilassamento del rigore monetario imposto attualmente alla Bce e da questa “rimbalzato” sugli stati aderenti ad Eurolandia, magari anche attraverso la promozione di acquisti diretti di stock del debito sovrano dei paesi Ue maggiormente compromessi. Giova ricordare a questo proposito che questa misura non ridurrebbe soltanto l’entità dei titoli da onorare, ma eleverebbe nominalmente anche i redditi, con l’effetto di ridurre con un’azione duplice e convergente il rapporto tra debito e Pil. E’ una strategia che pare percorribile anche in ragione dell’evidente eccezionalità della situazione che si è creata, che corrisponde sotto molti profili a quella che si riscontra al termine di una guerra e come tale meriterebbe di essere trattata. Ovviamente, nulla esclude di condizionare l’attuazione di questo genere di interventi al rispetto di alcune condizioni da parte degli stati beneficiari, che impediscano l’accumularsi di nuovi deficit al fine di scongiurare la reiterazione di questo meccanismo nel futuro. Quello che conta ora è attutire in qualche modo il peso degli enormi debiti pregressi. (g.d.)