Mezzaluna
12.10.2011 - 17:11
Analisi
 
Medio Oriente: i costi umani ed economici della primavera araba
Roma, 12 ott 2011 17:11 - (Agenzia Nova) - Tra 30.430 e 37.560 vittime e non meno di 56 miliardi di dollari Usa di perdite economiche: sono questi, espressi in numeri, i costi della “pacifica” primavera araba, iniziata quest’anno in Tunisia e via via propagatasi in gran parte dei paesi del Medio Oriente. I dati sono forniti da “Elaph”, sito d’informazione panaraba che fa riferimento a rapporti di vari istituti arabi ed internazionali. I numeri, pur non essendo ufficiali, appaiono verosimili anche se a gonfiare il numero delle vittime umane è il conflitto armato in Libia, tuttora in corso tra i ribelli e l’ormai ex regime del colonnello Muhammar Gheddafi. Il costo dei sommovimenti arabi è destinato comunque a crescere drammaticamente a causa delle rivolte in corso in Siria e nello Yemen.

La storia insegna che tutte le rivolte del passato hanno avuto un costo umano, a volte terribile. Quelle in corso, come nello Yemen e in Siria, oppure quelle “ufficialmente” terminate, come in Tunisia e Egitto, e quella in “corso d’opera” in Libia, sembrano tutte destinate a produrre ulteriori vittime, lunghi periodi d'instabilità, con l’aggravante di non raggiungere gli obbiettivi prefissati: libertà, dignità e democrazia. La strage di cristiani copti in Egitto, domenica scorsa, non è l’unico segnale, anche se gravissimo, di violenze che rischiano di crescere in vista delle elezioni legislative del 28 novembre nel paese.

Come sicuramente non lo è l’assalto dei salafiti alla sede di Tunisi della tv satellitare privata “al Nassma”, rea di aver mandato in un onda il cartone animato franco-iraniano, “Persepolis”, ritenuto dagli islamici “blasfemo” e “offensivo verso la divinità islamica”. Un assalto fermato solo grazie all’intervento degli agenti della polizia tunisina, che hanno dovuto far ricorso ai lacrimogeni. A placare l’ira della folla dei seguaci del partito islamico “el Nahda”, serio candidato a vincere le elezioni del 22 ottobre, ci sono volute le pubbliche scuse ed il pentimento del direttore dell’emittente "blasfema".

A differenza dell’Egitto, dalla Tunisia, per fortuna, non giungono notizie di morti, ma pensare che il processo di transizione prosegua del tutto pacificamente è irrealistico. Ad essere il primo tra gli scettici, è senz’altro il preside della facoltà di Lettere dell’Università di Sousse, nel sud della Tunisia, che la settimana scorsa si è visto arrivare nell’ateneo un gruppo di islamici armati ed inviperiti con lui per avere rispettato le leggi dello stato. Il giorno prima dell’irruzione, il preside aveva respinto, come previsto dalla legge, la richiesta d’iscrizione di una studentessa con il capo coperto con il niqab, il velo integrale islamico, e quindi impossibile da identificare.

Si dirà che questo è il costo della democrazia, e forse è vero, ma episodi d'intolleranza islamica di questo genere sono ormai all’ordine del giorno. La più grande comunità cristiana in Medio Oriente, la minoranza copta in Egitto, lo può testimoniare, con buona pace degli slogan dei giovani della rivolta. Egitto e Tunisia sono guidati da giunte militari, che entrambe si trovano in difficoltà nel gestire la fase di transizione. Difficoltà accentuate anche dalla grave crisi economica nei due paesi. Per quanto riguarda l’Egitto, i dati ufficiali parlano di una riduzione delle riserve monetarie in valuta estera da 29,8 e 19,4 miliardi di dollari Usa: una cifra che potrebbe a malapena coprire 4 mesi dell’import del grande paese arabo, che conta 82 milioni di abitanti. Del resto, solo qualche giorno fa, il premio Nobel per la pace Mohammed el Baradei, probabile candidato alle presidenziali, ha dato solo sei mesi di autosufficienza al paese prima che dichiari la bancarotta.

Anche in Libia, con “l’operazione rivolta” tuttora in corso con l’aiuto della Nato, la situazione, tanto dal punto di vista economico che politico, non sembra migliore. Gli islamisti a Tripoli, come altrove, sono già sul piede di guerra, al punto che Mohammed Jibril, numero due del Consiglio di transizione, è arrivato a dire che “si sta litigando per la torta prima ancora di farla entrare nel forno”. L’ex Jamahiriya libica di Gheddafi è tuttavia abbastanza ricca, grazie a gas e petrolio, per far fronte alle prevista diminuzione delle entrate, che si calcola intorno agli 87 punti percentuali rispetto all’anno appena trascorso.

Lo Yemen, che dal febbraio di quest’anno vive uno stato di rivolta permanente, è in assoluto il paese arabo più povero. Se i libici possono fare affidamento sui petro-dollari, non è così per gli yemeniti, che dovranno fare i conti con un calo delle entrate dello stato del 77 per cento, come prevedono gli esperti per la fine di quest’anno. Ma anche dove la rivolta non si è ancora affermata, come in Siria, la situazione economica rischia di bloccarsi del tutto. L’economia siriana sta subendo infatti i contraccolpi delle sanzioni adottate dall'Occidente, fatto che costituisce per il governo del presidente, Bashar al Assad, uno dei problemi più urgenti.

Ormai, infatti, quasi tutti i settori della società siriana soffrono per la crisi. Il Fondo monetario internazionale prevede un calo dell'economia del 2 per cento a causa della caduta del valore della lira siriana, della stagnazione dell'industria manifatturiera, del crollo del settore del turismo, e anche per via dell'impatto delle sanzioni internazionali. Alcuni esponenti statunitensi e turchi sostengono che le sanzioni internazionali stanno iniziando a dare i loro frutti ed hanno detto di prevedere la caduta del regime di qui a 6-18 mesi.

Un tempo in definitiva non certo breve. E sono proprio questi lunghi tempi prospettati da più parti a porre interrogativi sul futuro: all’ombra della crisi economica e finanziaria mondiale, il tempo non giova alle economie di paesi poveri come Tunisia ed Egitto, oltre che Siria e Yemen, che rischiano davvero “la bancarotta”, sia che vincano o perdano le rivolte interne. D'altra parte, paradossalmente, la transizione verso la democrazia può avvenire solo in tempi lunghi. Una contraddizione difficile da conciliare. (a.f.a.)