Atlantide
11.10.2011 - 12:20
ANALISI
 
Le origini remote della crisi debitoria internazionale
Roma, 11 ott 2011 12:20 - (Agenzia Nova) - E’ tempo di promuovere una riflessione meno convenzionale sulle cause profonde della grave crisi debitoria che ha colpito il mondo occidentale. Leggendo le analisi che vanno per la maggiore, infatti, non si sfugge all’impressione di una lettura parziale degli eventi, che ne trascura l’eminente dimensione geopolitica. Non è un caso, perché il dibattito è dominato da economisti accademici dediti allo studio delle variabili macroeconomiche e generalmente poco avvezzi a combinarle con quanto avviene nel regno dell’alta politica. Mentre quanto sta accadendo è difficilmente comprensibile se non si tiene presente cosa è successo nel sistema politico internazionale.

La grande montagna di debiti pubblici e privati che si sta cercando di gestire si è in effetti formata a partire dagli anni Ottanta, quando gli Stati Uniti decisero di piegare l’Unione Sovietica, imprimendo una grande espansione alla propria economia e finanziando con i proventi della ripresa un massiccio piano di riarmo che Mosca non sarebbe riuscita a sopportare. Il risultato venne ottenuto essenzialmente tramite due strumenti: la deregulation, che era al cuore della cosiddetta supply side economics e che avrebbe generato la finanza strutturata degli ultimi venti anni; e la dilatazione del debito pubblico Usa, generosamente alimentata dai risparmiatori giapponesi e tedeschi. La ricetta trovò applicazione pure nell’Europa occidentale, dove con qualche adattamento contribuì decisivamente al superamento delle gravi tensioni sociali da cui era sorto anche il terrorismo.

Mentre l’Urss stagnava, grazie a queste politiche, l’Occidente atlantico produsse le risorse necessarie al proprio consolidamento ed agli investimenti nel settore militare che avrebbero indotto il Cremlino al suicidio, convincendo Michail Gorbaciov ad intraprendere l’impervio percorso delle riforme strutturali sfociato nella distruzione del suo Paese. L’espansione del credito privato e del debito pubblico si rivelò il proiettile d’argento della guerra economica combattuta dagli Stati Uniti e dai suoi alleati contro il Patto di Varsavia.

Ma la vittoria ha avuto un prezzo. Promuovendo la globalizzazione, e sfruttando la centralità del dollaro negli scambi mondiali, gli statunitensi sarebbero riusciti a differirne il pagamento per quasi un ventennio, drenando risparmio dai propri alleati e poi anche dai giganti emergenti come la Cina. Ma con la crisi finanziaria scoppiata nel 2008 i nodi hanno iniziato a venire al pettine.

Anche i tedeschi ricorsero ad una strategia simile, valendosi della supremazia del marco sulle concorrenti valute europee per generare un imponente flusso di capitali verso il loro paese all’indomani della riunificazione nazionale. Al culmine del processo, tra l’agosto ed il settembre del 1992, presero la via di Berlino qualcosa come 50 mila miliardi di vecchie lire ed un importo equivalente in sterline, fornendo alla Repubblica Federale le risorse che le servivano per ricostruire i Laender dell’Est appena strappati dalle grinfie dell’Armata Rossa. Per sottrarsi a questa tenaglia, Londra e Roma abbandonarono il Sistema monetario europeo e svalutarono le proprie monete.

I britannici si staccarono del tutto dal convoglio che stava preparando l’euro, ma il progetto di integrazione monetaria del nostro continente andò egualmente avanti, perché i partner continentali della Germania convinsero Helmut Kohl a rinunciare al marco, recuperando almeno in parte ed in condivisione quella sovranità monetaria che a livello nazionale non riuscivano più ad esercitare. Tramite la Banca centrale europea (Bce), retta da un consiglio sovranazionale, la determinazione dei tassi d’interesse in Europa avrebbe in effetti cessato di essere diretto unilateralmente dai mandarini della Bundesbank per dipendere dalle decisioni di un collegio composto di personalità designate da un raggruppamento di stati nazionali.


Perché è interesse italiano accrescere i poteri della Bce

I tedeschi, tuttavia, riuscirono comunque a garantirsi un assetto funzionale ai loro interessi nazionali. Pretesero che la Bce si comportasse come la loro banca centrale, precludendole in particolare la facoltà di fornire denaro a prezzo politico agli stati che ne avessero avuto bisogno. Gli europei partecipi dell’euro vennero così privati di uno strumento essenziale di governo della finanza pubblica e di sostegno allo sviluppo. Furono altresì costretti a smantellare le partecipazioni statali, a privatizzare il settore bancario e a sopprimere le barriere frapposte fra questo ed il mondo delle imprese industriali, che datavano dai tardi anni Trenta.

Fu stabilito che una ferrea disciplina di bilancio imposta a tutte le nazioni ammesse all’utilizzo della nuova moneta garantisse la stabilità del sistema. Nessuno prese in considerazione l’eventualità di recessioni straordinarie. Tutti finsero inoltre d’ignorare la differente cultura politica ed i diversi gradi di coesione sociale presenti nei vari stati membri di Eurolandia.

Venne così tradita l’esperienza di cinque secoli di storia economica, dimenticando come le banche centrali fossero state create proprio per prestare facilmente denaro ai governi. Non sorprendentemente, l’esito finale è stato quello di riportare l’Europa indietro di cinquecento anni: cioè all’epoca in cui le monarchie nazionali si indebitavano presso i banchieri privati e non di rado ne determinavano il fallimento, rifiutandosi di rimborsare i capitali presi a prestito. Una storia che i fiorentini conoscono bene, ricordando le tristi sorti dei Peruzzi e dei Bardi, che chiusero bottega in seguito al mancato rimborso dei crediti concessi al re d’Inghilterra.

E’ bene sottolinearlo: l’ascesa politica inglese passò anche per la pratica del default senza che nessuno ne avesse onta. E del resto un intellettuale del calibro di Jacques Attali ha recentemente ricordato come, superata una certa soglia, le divergenze d’interesse obblighino i debitori che non vogliono essere sopraffatti dai loro creditori a dichiarare la bancarotta. Non potendo reclamare il denaro da una banca centrale a ciò deputata, anche gli stati di Eurolandia si sono rivolti al mercato ed ai banchieri privati, accrescendo sensibilmente il rischio di una crisi sistemica al momento in cui si fosse palesata una fase recessiva.

Ora che la recessione è arrivata, si fronteggia una sfida che nelle proporzioni richiama i periodi immediatamente successivi alla conclusione dei grandi conflitti del passato e che dovrebbe essere raccolta con scelte innovative e coraggiose. Prevale invece il pensiero conforme. Per uscire da queste sabbie mobili, sono state proposte due strategie alternative. Per gli uni, bisognerebbe sostenere le banche private, rifinanziandole a fondo più o meno perduto, e magari rilevando parte delle obbligazioni che hanno acquistato in questi anni. Per altri, invece, gli stati economicamente più forti dovrebbero erogare sostegni a quelli meno virtuosi, tramite uno o più fondi ad hoc, che scambierebbero i loro interventi contro l’adozione di politiche deflazionistiche di estremo rigore da parte dei paesi beneficiari.

I limiti di questi approcci dovrebbero essere palesi. Nel primo caso, si tratta di versare altra acqua in uno scolapasta bucato. Continuando inesorabilmente a produrre deficit, infatti, gli stati continuerebbero a costringere i banchieri privati a finanziarli. Nel secondo, invece, si sconterebbe l’insurrezione dei contribuenti dei paesi più ricchi, sempre meno disponibili a sostenere quelli più fragili, oltre alla rivolta di quelli costretti a sperimentare la spirale dell’impoverimento, come già accade alla Grecia ed in una certa misura anche al nostro paese, che tra l’altro limita da circa vent’anni le proprie possibilità di crescita proprio per contenere il proprio debito sovrano entro limiti accettabili per i suoi partner.

Non si capisce perché il problema non possa invece essere affrontato alla radice, dando ad esempio alla Bce il mandato di monetizzare parte dei debiti pubblici gravanti su Eurolandia. Tale misura, in effetti, ridurrebbe il peso dei debiti sia direttamente, cancellandone una parte, che indirettamente, diminuendone la consistenza reale tramite l’inflazione. La Bank of England ha compiuto un’operazione del genere proprio la scorsa settimana. Anche la svalutazione dell’euro, che seguirebbe inesorabilmente, concorrerebbe ad alimentare un meccanismo virtuoso di riduzione dello stock del debito, sostenendo per di più la ripresa.

Perché allora nessuno si muove per pretendere questa misura? E’ chiaro che c’è un tabù culturale da infrangere, dopo decenni di supremazia monetarista consolidata dagli indubbi successi riportati negli scorsi anni sul versante della stabilità dei prezzi. Ma la vera fonte delle difficoltà è altrove. Sta nella resistenza tedesca. In Germania, infatti, si attribuiscono al “denaro facile” ed all’inflazione niente meno che il fallimento dell’esperimento democratico di Weimar e l’avvento al potere di Hitler, che pure furono il risultato di un ben più complesso insieme di fattori. In questo senso, c’è una sorta di riflesso genetico nella recente scelta di Juergen Stark di abbandonare il direttivo della Bce. Inoltre, è chiaro ai tedeschi come la superiore disciplina economico-sociale del loro sistema-paese garantiscano alla Repubblica federale un vantaggio competitivo intra-europeo da preservare.

Per giungere all’obiettivo ci sarebbe dunque da sostenere un duro confronto con l’azionista di maggioranza dell’euro: cosa non facile. Né l’Italia né la Grecia né la Spagna dispongono oggi della forza negoziale necessaria a costringere i tedeschi a cambiare il loro atteggiamento, anche se minacciando il default Roma disporrebbe di un significativo potenziale di ricatto. Ma se a questo fronte si aggiungesse la Francia, le cose potrebbero cambiare. E’ per questo motivo che, in questa fase, la gestione della crisi rappresenta un problema di politica estera più che interna. I mercati hanno iniziato a mettere nel loro mirino anche i transalpini. Sarebbe bene prepararsi fin d’ora a sostenere in qualche modo eventuali tentativi francesi di promuovere una riscrittura delle regole di funzionamento della Bce. (g.d.)
 
Afghanistan: sull’orlo del baratro dopo l’accordo con l’India
Roma, 11 ott 2011 12:20 - (Agenzia Nova) - Mentre avanza la pianificazione del ritiro delle truppe occidentali, il presidente afgano, Hamid Karzai, ha reagito all’assassinio del suo predecessore, Barnahuddin Rabbani, stipulando con l’India un accordo di partenariato strategico che pare fatto apposta per esacerbare le peggiori ossessioni dell’establishment militare pachistano. L’intesa raggiunta con il governo di Manmohan Singh non si spinge sino al punto di prevedere l’impiego di contingenti armati indiani sul suolo afgano, anche se un certo quantitativo di paramilitari di Nuova Delhi protegge già i numerosi cantieri allestiti dall’Unione indiana in varie parti dell’Afghanistan, ma prefigura comunque un’intensificazione dell’apporto dell’India all’addestramento delle forze di polizia di Kabul.

Sulla base delle esperienze accumulate negli ultimi anni è facile prevedere in che modo risponderà Islamabad. Sono da preventivare gravi attacchi terroristici, direttamente ispirati dall’Isi, il servizio segreto pachistano, tanto a Kabul quanto in India, per condizionare Karzai e convincere Nuova Delhi dell’opportunità di rinunciare ai propri disegni sull’Afghanistan. E’ una dinamica vecchia, che anticipa quanto potrebbe divenire normale dopo il rimpatrio dei centomila militari statunitensi attualmente impegnati nell’Isaf e nella missione Enduring Freedom.

Fortunatamente, è difficile che si abbiano riflessi particolari sulla zona presidiata dai militari italiani, che è un fronte secondario. Ma di certo, questi sviluppi non preparano un’uscita tranquilla dal paese. Ad aggravare ulteriormente la situazione sono poi intervenute anche le dichiarazioni di Karzai in merito all’interruzione dei negoziati avviati con i talebani della Shura di Quetta, diretta dal vecchio mullah Omar, pur trattandosi di mera gesticolazione politica, atteso il fatto che i veri negoziati con quegli interlocutori li stanno gestendo direttamente gli statunitensi, utilizzando sedi neutrali, come quella appena messa a disposizione dal Qatar.

Il presidente afgano dice di voler trattare direttamente solo con le autorità pachistane, che a suo avviso controllerebbero il grosso della guerriglia ostile al governo di Kabul. E’ probabilmente proprio per questo motivo, non potendo contare più sul sostegno americano, che Karzai sta cercando appoggi e sponsor a Nuova Delhi. Con quali speranze, però, non è dato sapere. (g.d.)