Mezzaluna
06.10.2011 - 12:05
Analisi
  
Araba Saudita: prove tecniche di rivolta sciita, preoccupate le monarchie del Golfo
Roma, 6 ott 2011 12:05 - (Agenzia Nova) - “Prove tecniche di rivolta sciita” in Arabia Saudita. Con questo titolo, il quotidiano arabo “al Quds al Arabi” riferisce la notizia diffusa martedì dalle autorità di Riad sugli scontri a fuoco avvenuti il giorno prima nella zona orientale del regno saudita, dove dai primi mesi di quest’anno sono in atto manifestazioni di protesta. Durante gli incidenti dell’altro ieri quattordici persone sono state ferite. I media di stato hanno riferito che i disordini nella provincia di Qatif sono stati incoraggiati da "un paese straniero", senza fornire ulteriori dettagli, ma l'allusione è chiaramente nei confronti dell'Iran. Tra i feriti, nove sono agenti della sicurezza.

Il ministero dell’Interno saudita ha attribuito la causa degli scontri a “un gruppo di fuorilegge e di sovversivi”, che avrebbe fatto irruzione con bombe incendiarie nel villaggio di al-Awamia, nei pressi di Qatif. Il gruppo è stato accusato di voler sobillare il popolo contro il governo, portando instabilità e sicurezza nel paese. Alcuni media sauditi hanno scritto apertamente che i "rivoltosi" sarebbero stati sostenuti dall’Iran, il maggior paese a maggioranza sciita dell’area. Le autorità saudite stanno facendo il possibile per impedire che nel regno arrivi l’onda della protesta popolare che sta sconvolgendo gli altri paesi arabi.

Il sovrano Abdullah Bin Abdul Aziz sta cercando di migliorare le condizioni di vita dei propri sudditi, oltre ad elargire somme notevoli di denaro ai paesi vicini, come la Giordania, aiutata di recente con 1,4 miliardi di dollari per impedire il crollo della monarchia hascemita e bloccare il calo del consenso interno. Sembra però che questi sforzi, per quanto consistenti, abbiano semplicemente procrastinato la protesta: le mobilitazioni scoppiate nella cittadina sciita di al-Awamia durano in realtà da almeno quattro giorni, ed hanno colto tutti di sorpresa. Queste proteste sembrano indicare che le dighe innalzate dal regno wahabita contro la primavera araba non erano poi così forti.

Re Abdullah, percependo la minaccia al suo trono proveniente dall’ondata di protesta partita dalla Tunisia - che ha portato finora al cambiamento di tre regimi: Tunisia, Egitto e Libia - si è affrettato a prendere misure preventive. Le prime sono di carattere economico, e consistono in ben 120 miliardi di dollari in aumenti salariali, case popolari per i giovani, azzeramento del pagamento dei mutui per le case e sussidi per la disoccupazione. Le seconde misure sono invece di carattere politico-sociale, e si sono concretizzate in uno storico decreto che permette alle donne di partecipare alle elezioni municipali sia come elettrici che come candidate.

Questi provvedimenti hanno senz’altro contribuito a placare una buona parte della popolazione saudita. Le rivendicazioni e gli appelli della società civile per le riforme politiche hanno di fatto registrato un calo significativo. Tuttavia, evidentemente, gli effetti benefici delle misure adottate dal re sembrano essere meramente provvisori. Quello che chiede la giovane generazione del regno è molto di più che il semplice permesso alle donne di candidarsi alle elezioni dei consigli municipali, in quanto il potere effettivo nelle province è riservato al principe di riferimento della famiglia reale di Riad.

Il vento della primavera araba è stato decisamente salutare, dando una spinta ad una società civile, di certo ancora conservatrice, ma ormai incline a rivendicazioni politiche precise: monarchia costituzionale; parlamento eletto e non nominato; magistratura indipendente; lotta alla corruzione; e la possibilità di chiedere trasparenza ad un potere esecutivo scelto dal parlamento. I sudditi sciiti della regione di al Ihsa’a, ovvero la zona orientale nella quale si trova la quasi totalità dell’immensa ricchezza petrolifera del paese oltre che delle sue industrie, insieme alle rivendicazioni dei concittadini sunniti, chiedono anche di porre fine alla discriminazione confessionale che li esclude dalle alte cariche dello stato, nei settori dell’esercito, della sicurezza, diplomatico e ministeriale.

Gli sciiti chiedono insomma una quota di partecipazione almeno pari alla loro percentuale nella popolazione, che si aggira introno al dieci per cento su un totale di 19 milioni di abitanti in tutto il regno. Le autorità centrali hanno accusato “un paese straniero” di stare dietro agli incidenti di al Qatif. Senza nominare l’Iran, una nota del ministero dell’Interno ha affermato infatti che “si vuole recare danno alla sicurezza e alla stabilità della patria, istigando la popolazione ad atti di violenza, con una palese ingerenza” negli affari interni del regno. Insomma, senza tanti giri di parole, il ministero ha intimato gli sciiti a scegliere tra “la lealtà” alla loro patria oppure agli ayatollah sciiti di Teheran.

Infatti nella nota del ministero si legge: “Colpiremo con mano d’acciaio chi mancherà di lealtà” nei confronti della patria saudita. Minacce ed accuse paradossalmente simili a quelle lanciate in serie dai regimi arabi che hanno dovuto affrontare le rivolte interne, come quelli tunisino, egiziano e libico, oltre a quello yemenita e siriano. Minacce puntualmente seguite, anche se in misura diversa, da sanguinose repressioni, che tuttavia non hanno impedito il crollo dei regimi, mettendo anche in crisi la stabilità di altri.

Secondo quanto riferisce il comunicato ufficiale delle autorità saudite, i rivoltosi sciiti di al Qatif hanno fatto uso di armi da fuoco, ferendo almeno undici agenti di polizia. Se fosse vera la versione ufficiale, si tratterebbe di una novità assoluta, almeno nella ricca zona del Golfo. Nel Bahrein infatti, la protesta - anche questa sciita contro una monarchia sunnita - è stata pacifica. Anzi, sono state le forze governative ad aprire il fuoco contro la folla della piazza della Perla di Manama, uccidendo decine di dimostranti inermi, come è stato ampiamente riportato dalla stampa e dai media arabi.

E’ curioso notare l’analogia tra la rivolta sciita scoppiata contro la monarchia sunnita di Riad con quella sunnita contro il regime sciita in Siria. A ribellarsi per primi contro il regime alawita (variante della confessione sciita) del presidente Bashar al Assad sono stati infatti i sunniti della cittadina di Dera’a, all’estremo margine meridionale del paese. Quella confessionale l’unica variante nella risposta repressiva tra Riad e Damasco. In Siria ad essere arrestati e maltrattati sono stati i genitori di bambini che avevano scritto sui muri delle loro scuole slogan antiregime. Dalle notizie che giungono dai rivoltosi sciiti sauditi, la polizia di al Qatif ha tenuto “in ostaggio” due persone anziane facendo pressioni su di loro affinché convincessero i loro figli a consegnarsi.

La risposta siriana è stata dura ed arrogante, e quella saudita sembra non essere da meno. Con tutta evidenza è ancora presto per prevedere la portata e la consistenza della protesta sciita. Molti fanno notare che a differenza della situazione siriana, dove la rivolta è guidata dalla maggioranza sunnita del paese, quella saudita vede una minoranza come principale antagonista della monarchia al potere. Il punto è che nella parte orientale della penisola arabica gli sciiti sono concentrati, e sono bene organizzati anche in due paesi chiave dell’area come il Kuwait e il Bahrein. A loro fianco ci sono Iran e Iraq che, insieme, oltre a tenere le redini del potere possono contare su quasi 90 milioni di adepti di questa confessione minoritaria dell’Islam, che ha tuttavia ambizioni politiche e geo-strategiche ben precise.

Le minoranze sciite del Golfo soffrono di oggettive discriminazioni e non è da escludere che arrivi il momento in cui le minoranze del Kuwait, così come del Bahrein, vadano a sommarsi a quella saudita. Sostenuto dagli sciiti iracheni e dall’Iran, questo insieme di minoranze insoddisfatte dal despotismo di monarchie non perfettamente in sintonia con la maggioranza sunnita, potrebbe innescare una “bomba” confessionale, potenzialmente in grado di esplodere con effetti devastanti nella zona più ricca di risorse energetiche del pianeta. (a.f.a.)