Atlantide
03.10.2011 - 20:24
Analisi
 
Russia: la candidatura di Putin pone in seria difficoltà Medvedev
Roma, 3 ott 2011 20:24 - (Agenzia Nova) - Con un certo anticipo sui tempi previsti, ed una relativa sorpresa anche per l’attuale inquilino del Cremlino, il primo ministro Vladimir Putin ha reso nota nei giorni scorsi la propria disponibilità a tornare ai vertici della Federazione Russa in qualità di presidente. Le presidenziali, in realtà, si svolgeranno il prossimo marzo, ma saranno precedute dal rinnovo della Duma in dicembre. E è proprio in vista di questo appuntamento che, di fronte ai quadri del suo partito, Russia Unita, l’attuale premier è uscito allo scoperto. Per Dmitrj Medvedev si è trattato di un colpo certamente molto duro, a dispetto della promessa fattagli da Putin, che si è impegnato a nominarlo successivamente primo ministro. E’ noto in effetti come Medvedev nutrisse delle ambizioni personali. Ma c’è forse dell’altro: dietro la nuova staffetta che s’intravvede tra lui e Putin potrebbe in effetti celarsi un percorso irto di ostacoli ed insidie.

All’attuale capo dello stato russo, infatti, è stato chiesto di guidare il partito di Putin alle prossime elezioni politiche ed è quindi sicuro che verrà a gravare sulle sue spalle tutto il peso dell’insoddisfazione dei russi per le condizioni in cui versa oggi il loro paese, ancora in ritardo sulla via delle riforme e della modernizzazione. Sondaggi recenti, pubblicati dal “Financial Times”, hanno documentato l’apparire tra i russi di una significativa area di dissenso, che potrebbe tradursi alle urne in risultati molto negativi per Russia Unita. Naturalmente, non è di certo in discussione la supremazia delle forze che si riconoscono in Putin, ma pare ovvio che s’intende evitare al futuro presidente l’onta di un sensibile arretramento dei consensi del suo partito, proprio alla vigilia della nuova investitura presidenziale.

Di qui, i rischi più seri che corre Medvedev. Una prestazione scadente di Russia Unita alle prossime politiche potrebbe pregiudicarne seriamente le ciance come futuro primo ministro, aprendo la via alla sua liquidazione politica, che riuscirebbe gradita a non pochi uomini dell’entourage putiniano, tra i quali spicca l’ex ministro delle Finanze, Aleksej Kudrin. Il presidente ne pare consapevole, come prova il fatto che si sia immediatamente gettato nella mischia nell’intento di ridurre i danni. Gli esiti rimangono tuttavia molto incerti.

E' lecito chiedersi perché l’inquilino del Cremlino abbia accettato di sottoporsi a questo gioco tanto pericoloso per le sue sorti. La sensazione è che a Medvedev non sia stata lasciata grande scelta e che, anche nell’ipotesi di una sua giubilazione, rimarrebbe comunque aperta la possibilità di ottenere una carica onorifica e prestigiosa, quantunque esterna al circuito decisionale dell’alta politica. Molti osservatori, prima della scorsa settimana, ipotizzavano per Medvedev un futuro ai vertici della Corte costituzionale russa. Non è detto che non vada a finire proprio così.

Per quanto riguarda i riflessi di quanto è accaduto sugli equilibri internazionali, il ritorno di Putin al Cremlino potrebbe compromettere parte degli investimenti che l’amministrazione del presidente Usa, Barack Obama, aveva fatto su di lui, per incoraggiarlo a contrapporsi più attivamente al suo antico mentore. Non dovrebbe invece avere apprezzabili ripercussioni immediate sull’Italia. (g.d.)
 
Pakistan: rapporti sempre più tesi tra Islamabad e Washington
Roma, 3 ott 2011 20:24 - (Agenzia Nova) - Si aggrava la crisi scoppiata tra Stati Uniti e Pakistan in merito al presunto supporto assicurato dal servizi segreti d’Islamabad alla potente rete degli Haqqani, responsabile di alcuni dei più gravi attentati compiuti dalla guerriglia in Afghanistan. Le nuove difficoltà sono state materialmente innescate dagli attacchi talebani dello scorso 13 settembre a Kabul, che hanno coinvolto anche l’ambasciata degli Stati Uniti ed il quartier generale dell’Isaf, la missione Nato in Afghanistan. Gli assalti sono stati infatti abbastanza rapidamente attribuiti alla rete degli Haqqani, un gruppo nominalmente affiliato alla Shura di Quetta del mullah Omar, ma di fatto da tempo sostanzialmente autonomo e sospettato di godere delle simpatie degli apparati di sicurezza pachistani.

Finché ad esprimersi in questo senso è stato l’ambasciatore Usa Ryan Crocker, di stanza nella capitale afgana, non vi sono state apprezzabili conseguenze. Le cose sono però cambiate quando l’argomento è stato ribadito dal capo di Stato maggiore della Difesa statunitense, ammiraglio Mike Mullen, nell’ambito di un’audizione al Congresso. L’establishment pachistano ha infatti reagito prontamente e per la prima volta da diverso tempo i vertici delle Forze armate, dei servizi segreti ed il governo civile si sono mossi all’unisono. Alcuni esponenti del mondo militare pachistano, con il sostegno del premier Gilani, hanno addirittura fatto balenare l’ipotesi di attuare delle ritorsioni qualora in futuro Washington attacchi obiettivi in territorio pachistano. In che cosa tali ritorsioni possano consistere è difficile dirlo, ma la circostanza che a farvi cenno esplicitamente sia stato il generale Ahmad Shuja Pasha, direttore del potente servizio segreto (Isi), nel corso di un incontro al quale partecipavano i rappresentanti delle principali forze politiche pachistane, qualche inquietudine dovrebbe suscitarla.

A dispetto di queste nuove difficoltà, non va comunque dimenticato come il Pakistan persegua da lungo tempo in Afghanistan obiettivi diversi e poco compatibili con quelli enunciati ufficialmente dai paesi della Nato. E’ almeno dagli anni Ottanta, infatti, che i vertici politico-militari pachistani agiscono in funzione dello scopo d’insediare a Kabul forze politiche a loro favorevoli: cioè generalmente inclini all’Islam politico radicale ed impermeabili tanto alle suggestioni del nazionalismo pashtun quanto al richiamo dell’influenza indiana. Proprio per questo, persino durante l’attacco alleato dell’autunno 2001, mentre garantivano agli Stati Uniti diritti di sorvolo ed accesso alle proprie basi, i generali pachistani sostennero con propri uomini al fronte le milizie talebane, negoziandone poi in extremis l’estrazione dalla sacca di Kunduz in cui erano finiti con il grosso delle truppe fedeli al mullah Omar.

Gli incidenti non sono mancati neanche in anni più recenti. Proprio nei giorni scorsi, ad esempio, si è saputo dell’esecuzione a tradimento, avvenuta nel 2007 sul suolo pachistano ad opera di soldati d’Islamabad, di un ufficiale Usa che era stato invitato insieme ad alcuni suoi commilitoni a partecipare ad una riunione convocata per porre fine ad alcuni scontri. Il problema quindi è da molto sul tappeto. La sensazione è che lo scontro si acuisca in questo momento storico perché la exit strategy di Washington punta a stabilire in Afghanistan un equilibrio di potenza tra le influenze dei maggiori stati dell’area. Un disegno che, ovviamente, non è gradito ad Islamabad, che ambisce a ristabilire la supremazia esclusiva sul vicino che aveva conquistato nella seconda metà degli anni Novanta e mantenuto fino all’11 settembre 2001. (g.d.)
 
Mediterraneo: Sarkozy in Marocco, Erdogan a Skopje
Roma, 3 ott 2011 20:24 - (Agenzia Nova) - Le diplomazie di Parigi e di Ankara marcano nel Mediterraneo ulteriori progressi. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, relativamente noncurante dei sondaggi che lo descrivono in sempre maggiori difficoltà in vista delle elezioni del prossimo anno, si è recato in Marocco, dove è riuscito ad ottenere un’importante commessa che affiderà alle imprese transalpine l’allestimento dell’alta velocità ferroviaria nel paese magrebino. Fatto probabilmente più importante, Sarkozy sembra aver discusso con il re Mohammed VI anche il possibile rilancio dell’Unione per il Mediterraneo, nella nuova cornice geopolitica determinata dalla “Primavera araba”. E’ del tutto evidente che l’Eliseo punta su Rabat ed ovviamente sulla Libia per stringere in una morsa Algeri, dove tra l’altro pare che volga al tramonto la stagione del presidente Abdelaziz Bouteflika e potrebbero quindi essere possibili degli scossoni.

L’obiettivo di Parigi è sempre quello di ristabilire nel Mediterraneo occidentale una sfera d’influenza dominante, se non esclusiva, di cui proprio l’Italia sarebbe inevitabilmente la vittima principale, come peraltro accaduto già altre volte in passato. Il viaggio del ministro degli Esteri Franco Frattini a Tripoli è stato certamente dettato dal lodevole intento di limitare i danni, ma la partita in cui è coinvolto il nostro paese è al momento davvero difficile.

Vale la pena di ricordare come il rilancio dell’Unione per il Mediterraneo serva a Sarkozy anche per permettere alla Francia di svolgere un ruolo nel processo di pace in Medio Oriente, un’ambizione che spiega senza dubbio anche la recente sortita del presidente transalpino alle Nazioni Unite, in favore del riconoscimento all’Autorità nazionale palestinese (Anp) dello status di stato osservatore. Tuttavia, pare al momento improbabile che i francesi riescano efficacemente a contenere il protagonismo turco nella parte orientale del bacino mediterraneo, tanto più che la Turchia continua a muoversi energicamente.

L’ultima novità al riguardo è la visita fatta dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan nell’ex repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom), paese al quale il premier ha offerto il sostegno di Ankara nella disputa che si trascina da lungo tempo con Atene relativamente alla denominazione ufficiale dello stato. Il viaggio dell’ambizioso leader turco rileva soprattutto sotto due profili. In primo luogo, perché dietro questa missione può celarsi il tentativo di Ankara di esercitare una pressione alle spalle della Grecia nel momento il cui questa si allea ad Israele per minacciare le coste dell’Anatolia. Tale sviluppo sarebbe certamente preoccupante, perché renderebbe possibile la propagazione ai Balcani meridionali di un eventuale urto militare tra Ankara e Tel Aviv, con tutte le conseguenze del caso.

Sul piano strettamente simbolico, è altresì degno di nota il fatto che ad Erdogan sia stato consentito di tenere un comizio che si è svolto con una degna cornice di pubblico in una località a maggioranza albanese. L’evento, efficacemente documentato dalla televisione pubblica turca, ha in effetti dimostrato come la popolarità del premier turco sia ormai notevolissima anche nell’area balcanica, che si trova proprio di fronte all’Italia. I turchi sono tornati, quindi, ed ambiscono a farsi riconoscere dalla comunità internazionale come uno dei poli di potenza del pianeta politico, con prospettive particolarmente interessanti nel Mediterraneo e nei Balcani.

Alla luce di questo sviluppo, è possibile che anche il nostro paese sia chiamato in futuro a riconsiderare alcune sue scelte di schieramento. Sullo stabilimento di un asse privilegiato tra Roma ed Ankara si è infatti molto scommesso in passato, anche nell’intento di soddisfare pressioni che provenivano tanto dagli Stati Uniti quanto dalla Russia. Lo scenario è oggi diverso. Le aspirazioni turche stanno generando tensioni che ormai lambiscono l’Adriatico. Proprio per questo, si dovrebbe guardare con maggiore attenzione ai precedenti geopolitici più rilevanti, che consigliano grande prudenza. La storia dimostra come l’ascesa di un forte potere nel Mediterraneo Orientale abbia costantemente rappresentato un problema per chiunque controllasse, in tutto o in parte, la penisola italiana. (g.d.)