Mezzaluna
28.09.2011 - 16:45
 
 
ANALISI
 
Iraq: a tre mesi dal ritiro delle truppe Usa dal paese, arrivano segnali preoccupanti
Roma, 28 set 2011 16:45 - (Agenzia Nova) - A tre mesi dal ritiro totale delle truppe Usa dall’Iraq, arrivano dal paese arabo segnali preoccupanti circa la capacità degli iracheni di garantire un futuro stabile al loro stato. La ripresa degli attentati terroristici e i rischi di nuovi conflitti a sfondo confessionale ed etnico, riemersi in queste ultime settimane, sono infatti in grado di minacciare l’unità nazionale. A rendere la situazione, se possibile, ancora più grave, ci sono seri problemi di diversa natura con i paesi vicini, come il piccolo stato del Kuwait, e soprattutto con due potenze regionali come Turchia e Iran. E' il riacutizzarsi di questioni che in verità esistono da quando nel 2003 venne deposto il regime del defunto dittatore Saddam Hussein, ma che la presenza di decine di migliaia di militari Usa è riuscita almeno a contenere.

Ora, con gli statunitensi pronti a lasciare il paese, il rischio è quello di un’esplosione che sarebbe difficile tenere sotto controllo. Ed è forse proprio questo rischio che ha spinto lo scorso 6 settembre il leader curdo iracheno, Massoud Barzani, a chiedere di rinnovare la permanenza delle truppe Usa nel paese anche dopo la data fissata per il ritiro totale, entro la fine di quest’anno. “Le forze armate irachene non sono ancora pronte a difendere la sicurezza del paese ed i suoi confini”, ha detto Barzani, mettendo in guardia sia dallo “scoppio di una guerra interna” e da “problemi interconfessionali”, che dai rischi di “interventi stranieri”.

Barzani, che è presidente del governo autonomo del Kurdistan iracheno, ha diversi motivi per preoccuparsi di un’eventuale partenza dei suoi alleati Usa. Tra il governo centrale di Baghdad e la coalizione curda che lo sostiene è in corso un braccio di ferro per il riacutizzarsi dei contrasti su due questioni di vitale importanza per la consistente minoranza etnica curda: la prima riguarda i proventi del petrolio dei giacimenti nel Kurdistan. La seconda si riferisce invece al destino della provincia di Kirkuk - dove si trovano i maggiori pozzi petroliferi - che i curdi vorrebbero annettere alla regione autonoma del Kurdistan.

Negli ultimi tempi la diatriba tra Baghdad e il governo autonomo del Kurdistan ha assunto toni drammatici. La questione sul destino di Kirkuk, provincia contesa tra curdi arabi e turcomanni, era stata regolata dalla costituzione approvata in un referendum popolare nel 2004. Dopo l’annuncio di Baghdad dell’istituzione di una commissione parlamentare per la revisione della Carta costituzionale, in particolare con l'annullamento dell’articolo 140, che rimanda ad un referendum popolare degli abitanti di Kirkuk per decidere il destino della provincia contesa, la reazione dei curdi è stata immediata e dura. Lo scorso 22 settembre, infatti, Barzani ha ricordato che “solo la fedeltà alla costituzione garantirà l’unità del paese”.

Il presidente della regione autonoma curda ha detto che “l’unità e la forza dell’Iraq dipendono dal rispetto dei dettami della costituzione che ci ha uniti, e nessuno, chiunque sia, può interpretare la carta da solo e a modo suo”. “Noi siamo partner in questo paese – ha aggiunto Barzani – ed è un obbligo seguire un autentico partenariato in Iraq: questa è la condizione fondamentale per la stabilità del paese”. Una settimana prima di questa dura presa di posizione, i curdi avevano lanciato un vero e proprio ultimatum al premier Nouri al Maliki per la seconda questione: la legge sul petrolio.

Secondo il quotidiano iracheno “al Zaman”, il 15 settembre scorso i leader curdi avrebbero concesso “solo pochi giorni” al premier per trovare una soluzione alla crisi scoppiata in merito alla bozza di legge per il petrolio e il gas. La leadership curda ha infatti cancellato la visita a Baghdad del capo del governo autonomo della regione del Kurdistan, Barham Saleh, richiamando inoltre tutti i suoi deputati in parlamento ed i ministri del governo, ed ha tenuto una riunione a Erbil tra i due principali partiti curdi, che fanno parte dell’esecutivo di al Maliki. Per i curdi, “la bozza della legge sul petrolio concentra tutte le competenze nelle mani del governo federale a scapito della regione autonoma”.

I curdi accusano al Maliki di avere “deliberatamente” approntato e inviato al parlamento di Baghdad una bozza della legge “completamente diversa da quella concordata”. Un portavoce del governo autonomo ha quindi accusato l’esecutivo di al Maliki, di cui fanno parte i principali partiti curdi, di non avere “una politica unitaria” sulla principale risorsa del paese da ormai sei anni. Le rivendicazioni autonomistiche curde mettono in mostra la totale incomprensione verso la parte araba del paese, e accomunano i tradizionali “nemici” sunniti e sciiti, i quali sembrano decisi a non assecondare una minoranza etnica che dalla sua ha l’appoggio di Washington.

L’avversione comune di sciiti e sunniti alle richieste curde non deve però ingannare: le due confessioni musulmane sembrano di nuovo sul piede di guerra. La causa scatenante questa volta potrebbe essere una strage di sciiti avvenuta in una provincia sunnita. Il 13 settembre scorso, 22 pellegrini di confessione sciita sono stati uccisi a colpi d’arma da fuoco nella provincia di al Anbar, circa 300 chilometri a ovest di Baghdad, una zona sotto il controllo dell’esercito iracheno e prevalentemente sunnita. Il gruppo, a bordo di un pullman, era diretto in Siria per visitare il mausoleo sciita di Zeinab a Damasco ed era partito dalla città santa di Kerbala, 100 chilometri a sud della capitale Baghdad.

Stando alla ricostruzione di un ufficiale iracheno, il mezzo è stato fermato presso un finto posto di blocco da “uomini armati che indossavano divise dell’esercito e della polizia”. I passeggeri sono stati fatti scendere dal veicolo separando gli uomini da donne e bambini, e i 22 uomini presenti sono stati tutti uccisi. “Tutti i corpi si trovano ora nell’obitorio di Kerbala”, ha confermato l’ufficiale iracheno. Memori della violenta reazione da parte della maggioranza sciita contro i sunniti dopo la distruzione della moschea della cupola d’oro a Samara nel 2006, le autorità di Baghdad si sono affrettate ad accusare della strage l’organizzazione di al Qaeda, annunciando l’arresto di “miliziani arabi” che sarebbero stati gli autori materiali del massacro.

Le forti tensioni tra curdi e arabi da una parte e sunniti e sciiti dall’altra sono accentuate anche da un esecutivo che appare debole. Di recente, l’ex premier Iyad Allawi, che formalmente con la sua lista fa parte del governo, ha dato ampia prova di questa debolezza e divisione: “Al Maliki governa il paese grazie al sostegno di Teheran, tollerato dagli Usa”, ha detto. E’ questa in sostanza l’accusa lanciata da Allawi lo scorso quattro settembre dalle pagine del quotidiano statunitense “Washington Post”. “Il primo ministro Nouri al Maliki continua ad aggrapparsi al potere grazie al sostegno iraniano, e alla volontà americana, e questo malgrado non sia riuscito ad ottenere la maggioranza dei seggi parlamentari alle elezioni dell’anno scorso”, ha detto Allawi.

Nelle elezioni del marzo 2010 la lista “al Iraqiya”, capeggiata da Allawi, ottenne la maggioranza relativa, il che tuttavia non fu sufficiente a farlo diventare primo ministro. Sul contrasto che domina la scena politica interna del paese, pesa poi l’ombra dei problemi con almeno tre paesi confinanti. Con il Kuwait, per avere dato il via alla costruzione del grande porto al Mubarak, all’imbocco del Golfo persico, che secondo Baghdad ostacola il movimento delle grandi navi al porto di Bassora, unico sbocco al mare dell’Iraq. Negli ultimi tempi, ci sono state numerose “scaramucce” al confine tra i due paesi a causa di razzi lanciati sul versante kuwaitiano da miliziani sciiti del meridione iracheno.

Il Kurdistan iracheno - bombardato da turchi e iraniani per distruggere le basi dei separatisti curdi di casa propria – rappresenta poi un motivo di forte preoccupazione. Baghdad, inoltre, ha un contenzioso con Iran e Turchia per il controllo delle acque dei suoi fiumi, che nascono nei territori turchi e iraniani. Come se non bastasse, i miliziani sciiti promettono di rendere la vita difficile alle società petrolifere occidentali, che operano nei ricchi giacimenti del Sud. E’ di oggi una minaccia lanciata dal leader radicale sciita legato a Teheran, Moqtada al Sadr. “Le società petrolifere dei paesi che hanno sostenuto l’occupazione militare dell’Iraq “devono essere boicottate” dagli iracheni: è questo l’appello fatto da al Sadr in un comunicato emesso dal suo ufficio nella città santa di Najaf proprio all’indomani della visita a Baghdad del presidente dell’Eni, Paolo Scaroni.

Nella nota, al Sadr dice che il suo appello rappresenta una risposta ad un quesito posto da uno dei suoi seguaci, che chiedeva “se non fosse un dovere boicottare le società del petrolio e del gas che hanno pianificato, sostenuto ed appoggiato i governi, gli stati e gli eserciti aggressori e occupanti”. Nella sua risposta, affermativa, al Sadr spiega che “il boicottaggio economico danneggia (tali aziende) più delle azioni di guerra”. Negli ultimi due anni l’Iraq ha stipulato importanti contratti e concesso licenze per lo sviluppo dei suoi giacimenti di greggio e di gas a molte società petrolifere internazionali, tra cui l’Eni.

Malgrado tutte queste problematiche, la trattativa tra Washington e Baghdad per la permanenza anche dopo il 2011 di un limitato contingente di 10 mila militari, destinato soprattutto a presidiare le basi aeree indispensabili per difendere i cieli dell’Iraq, appare di esito incerto. Secondo il quotidiano “Al Sabah”, il vice presidente Usa, Joe Biden, è atteso a giorni a Baghdad per “discutere con i vertici iracheni del ritiro delle truppe statunitensi" e allo stesso tempo per “valutare con gli iracheni la permanenza di addestratori, la questione dell'immunità giudiziaria ai militari Usa ed un accordo di partenariato a lungo termine tra i due paesi". (a.f.a.)
 
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