Atlantide
26.09.2011 - 20:14
 
 
ANALISI
 
Mediterraneo: la sfida franco-turca si estende al Medio Oriente
Roma, 26 set 2011 20:14 - (Agenzia Nova) - Il Mediterraneo è ormai teatro di un duello franco-turco che si estende all’intero bacino e che può allargarsi in futuro anche ad altre potenze. I francesi hanno conquistato un vantaggio nelle acque prospicienti il Maghreb, cavalcando la rivoluzione libica ed operando sostanzialmente come agenti di prossimità degli Stati Uniti, adesso piuttosto restii a coinvolgersi militarmente in vicende esterne alle aree geopolitiche di loro maggiore interesse. Dopo uno sbandamento iniziale molto simile a quello vissuto dall’Italia, la Turchia ha però efficacemente contrattaccato: prima correggendo gradualmente il proprio approccio al conflitto libico e poi sfruttando la questione palestinese per inserirsi nelle complesse dinamiche della politica interna egiziana.

L’avvicinamento al Consiglio nazionale transitorio di Bengasi è stato gestito con prudenza, anche grazie alla relativa lontananza di Ankara dal fronte, senza cercare un’inutile e tardiva cooptazione nella coalizione che combatteva contro il regime del colonnello Muhammar Gheddafi, composta da paesi percepiti essenzialmente come rivali. Poi, la Turchia ha gettato sul piatto della bilancia tutti gli asset di cui dispone, che sono rilevanti tanto dal punto di vista ideologico quanto sotto il profilo materiale.

Occorre ricordare come il primo ministro, Recep Tayyip Erdogan, sia strettamente imparentato con l’Islam politico della Fratellanza musulmana e vanti quindi presso Bengasi credenziali più accattivanti di quelle che possiedono la Francia, la Gran Bretagna o il nostro paese. La Turchia, inoltre, è un paese in piena espansione economica, con apprezzabili risorse umane e finanziarie da investire. Come intenda muoversi, Erdogan lo ha dato ad intendere appena sbarcato sul suolo libico, poche ore dopo la visita lampo del presidente francese, Nicolas Sarkozy, e del premier britannico, David Cameron, facendo appello alla memoria della lotta combattuta contro Roma dal senussita Omar al Mukthar proprio in nome d’Istanbul, ancorché per la libertà ed autonomia della Cirenaica.

Il respiro della politica turca è divenuto eccezionalmente ampio ed è bene prenderne atto. Le mosse sono studiate con cura e persino quando azzardate paiono riflettere un’accurata preparazione. Il viaggio che ha portato il premier turco a Bengasi e poi in Tunisia è stato infatti preceduto da un’inattesa quanto improvvisa accelerazione della deriva anti-israeliana della politica estera di Ankara, che è giunta proprio quando stava diventando evidente il comune interesse a sostenere l’opposizione che in Siria si batte contro il presidente Bashar al Assad. Il premier turco ha rinfocolato le polemiche sull’attacco alla nave Mavi Marmara, minacciando una visita a Gaza, e successivamente ha provveduto a denunciare l’alleanza militare che legava il suo paese allo stato ebraico. Quindi, ha convinto il leader palestinese, Abu Mazen, a sottoporre la domanda di riconoscimento dello stato palestinese alle Nazioni Unite: un passo al quale si opponevano gli Stati Uniti, seppure con scarsa convinzione. Infine, ha aperto con Tel Aviv una controversia sullo sfruttamento dei giacimenti gassiferi situati in prossimità di Cipro, inducendo Grecia ed Israele a stringere un patto di mutua difesa, che sarebbe già operativo. Erdogan ha sostanzialmente lanciato un’Opa sul mondo arabo ed in particolare sull’Egitto, come è parso chiaro dalla fitta trama d’incontri che il premier turco ha intessuto al Cairo.

La Francia, peraltro, non è rimasta a guardare. Ed ha reagito a sua volta, assumendo un’iniziativa spregiudicata sullo stesso terreno della causa palestinese sfruttato da Erdogan. Non sembra infatti possibile leggere in altro modo la proposta avanzata dal presidente Nicolas Sarkozy all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che contempla la concessione alla Palestina dello status di stato osservatore ed implica in qualche modo il riconoscimento della sovranità palestinese: una mossa che ha sorpreso non poco Tel Aviv, dove finora si era guardato al leader transalpino come ad un sicuro alleato.

Non è escluso che si materializzino altre contromisure, sia da parte francese che di altri attori, nella logica di un equilibrio di potere certamente gradita all’amministrazione del presidente Usa, Barack Obama. Di qui un limite contro il quale potrebbero presto infrangersi le ambizioni della nuova Ankara: abbandonando il basso profilo e distanziandosi dalla pratica di una politica basata sulla minimizzazione dei problemi con i vicini, la Turchia rischia in effetti di coagulare precocemente contro di sé un cartello di stati intenzionati a promuovere il contenimento della sua ascesa. (g.d.)
 
Lettonia: il partito filo-russo vince le elezioni in un paese membro della Nato e dell’Ue
Roma, 26 set 2011 20:14 - (Agenzia Nova) - Vale la pena di sottolineare l’esito delle elezioni politiche svoltesi in Lettonia lo scorso 17 settembre. Per quanto il governo di Riga amministri una popolazione di poco superiore a quella di Napoli, il territorio lettone si estende su una superficie prossima a quella dell’intera pianura padana ed è da oltre un secolo area di competizione per russi, svedesi, tedeschi e, più recentemente, americani.

Il peso politico dei russofoni in Lettonia è stato a lungo molto basso in virtù di una legge sulla cittadinanza piuttosto draconiana, che ha escluso dall’esercizio del diritto di voto una parte rilevante della popolazione residente: sostanzialmente tutti i russi che, trovandosi in Lettonia all’atto di uscita della repubblica dall’Unione Sovietica, avevano rifiutato di apprendere la lingua lettone. Qualcosa sta però cambiando e non solo per effetto della crescita del numero dei russofoni che, imparando il lettone, hanno acquisito i diritti civili, accedendo al voto, ma anche a causa di dinamiche interne piuttosto interessanti.

Mentre il panorama politico lettone è rimasto decisamente frammentato, subendo le conseguenze negative di una certa personalizzazione della lotta per il potere, dal lato russo si è registrata una significativa convergenza dei suffragi sul cosiddetto Centro per l’armonia, una formazione guidata da Nils Ushakovs, che è riuscita ad aggiudicarsi la guida della capitale ed ora si presenta come il partito di maggioranza relativa del parlamento monocamerale della Lettonia. A favorire l’ascesa dei filo-russi nel firmamento della politica lettone hanno certamente concorso anche gli effetti di una crisi economica gravissima, che ha comportato la perdita di un quarto del reddito nazionale e di un quinto della popolazione del paese dal 2009 ad oggi, complice l’adozione di politiche ingiustificatamente pro-cicliche da parte del governo.

Sotto l’influenza di un approccio intransigente ed ultraliberista, infatti, le autorità lettoni non solo non hanno fatto nulla per tutelare le fasce più marginali della loro nazione nei due anni appena trascorsi, ma hanno reagito alla recessione con inasprimenti fiscali e tagli alla spesa pubblica, per giunta in presenza di un livello d’indebitamento statale bassissimo. Il settimanale britannico “The Economist” ha approvato la scelta, sottolineandone il coraggio, ma si sono aperti spazi per intercettare un dissenso politico sempre più ampio.

Il Centro per l’armonia ha costruito le sue fortune proprio su queste premesse, proponendo agli elettori lettoni una piattaforma riformista di radicale contestazione nei confronti degli eccessi raggiunti dalla politica governativa. Questo spiega perché i filo-russi di Ushakovs, legati al partito putiniano Russia Unita, siano stati capaci di conquistare il 29 per cento dei suffragi ed un numero corrispondente di seggi in parlamento, attirando non solo il voto dei russofoni ma anche quello di numerosi lettoni delusi dalle politiche del governo.

E’ peraltro del tutto incerta la composizione della compagine che guiderà la giovane repubblica baltica nei prossimi anni. L’ex presidente lettone, Valdis Zatlers, che aveva messo in moto lo scioglimento anticipato del parlamento con un referendum svoltosi l’estate scorsa, ha ingaggiato uno scontro durissimo contro gli oligarchi che hanno controllato finora la politica nazionale, flirtando di tanto in tanto anche con il partito filorusso, con il quale gestisce la capitale del paese. Ma sembra difficile che Zatlers possa adesso ripetere l’operazione su scala nazionale, perché una mossa del genere porrebbe naturalmente in dubbio la collocazione internazionale della Lettonia, paese membro della Nato e dell’Unione Europea che confina con la Federazione Russa. Un’alleanza tra Zatlers ed Ushakovs riuscirebbe specialmente sgradita agli Stati Uniti, oltreché a polacchi, lituani ed estoni, ed è quindi molto probabile che vengano esercitate pressioni pressoché irresistibili per mantenere il controllo dell’esecutivo di Riga nelle mani di chi maggiormente teme il rischio che la Lettonia torni sotto l’influenza russa. (g.d.)
 
Afghanistan: ucciso anche l’ex presidente Rabbani
Roma, 26 set 2011 20:14 - (Agenzia Nova) - Il 20 settembre scorso un grave attentato è costato a Kabul la vita a Barnahuddin Rabbani, fondatore del partito islamico tagiko Jamiat-e Islami cui apparteneva anche Ahmad Shah Massoud e da poco più di un anno presidente dell’Alto consiglio per la pace, che gestiva per conto del presidente Hamid Karzai il processo di riconciliazione con i talebani. Rabbani è stato ucciso a casa sua, nei pressi dell’ambasciata degli Stati Uniti, da due sedicenti emissari talebani ammessi alla sua presenza nel quadro della preparazione di ulteriori contatti tra il governo afgano e la guerriglia.

Per quanto il pubblico italiano s’interessi di Afghanistan soprattutto attraverso il prisma di ciò che accade a Herat e nell’Ovest, dove sono schierati i nostri soldati, va sottolineato come quanto accada nel nostro quadrante sia del tutto secondario all’economia complessiva della guerra in corso. Il destino del conflitto afgano si decide infatti altrove e quanto è successo a Kabul è purtroppo molto più importante del doloroso incidente in cui, il 23 settembre, hanno trovato la morte altri tre militari del contingente italiano.

E’ molto probabile che Rabbani sia stato ucciso nell’ambito della medesima strategia ordita da una parte degli apparati di sicurezza pachistani, con l’apporto degli Haqqani afgani, allo scopo di far fallire un processo negoziale che taglia sostanzialmente fuori Islamabad. L’emersione di questa trama sta provocando seri guasti anche alle relazioni, in verità spesso problematiche, americano-pachistane, che hanno fatto registrare un nuovo punto di minimo con gli attacchi rivolti dall’ammiraglio Mike Mullen ai servizi d’Islamabad, nel corso di una recente audizione al Congresso, e l’anticipato rientro in patria del ministro degli Esteri pachistano, Hina Khar Rabbani, richiamata da New York dove stava partecipando ai lavori dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

L’attentato in cui è morto Rabbani ha avuto importanti effetti negativi anche sul piano interno, giacché ha ulteriormente ridotto la base etno-politica del fragile consenso su cui poggia il presidente Karzai, accusato prontamente dall’opposizione tagika, guidata dall’ex candidato presidenziale Abdullah Abdullah e dall’ex direttore dei servizi d’intelligence di Kabul, Amanullah Saleh, di non aver adeguatamente protetto Rabbani. Durante i funerali dello scomparso presidente, proprio Abdullah Abdullah e Saleh hanno apertamente invocato l’interruzione delle trattative con i talebani, del resto da loro avversate sin dall’inizio, sulla base delle terribili memorie della vecchia guerra civile.

Il risultato netto è una serie di ulteriori ostacoli alla già difficile prospettiva negoziale. Che tuttavia non pare avere alternative: giacché, come ha ricordato Anthony Cordesman dalle colonne della “Washington Post”, le sue decisioni gli Usa le hanno già prese. Il grosso dei militari statunitensi lascerà l’Afghanistan al suo destino entro il 2014. Parigi ha iniziato ad adeguarvisi, rendendo di pubblico dominio il ritiro di 200 militari dal fronte entro la fine di ottobre. Sarebbe auspicabile che anche nel nostro paese venisse avviato un dibattito sull’argomento. (g.d.)
 
TUTTE LE NOTIZIE SU..