Mezzaluna
22.09.2011 - 12:18
 
 
ANALISI
 
Energia: la guerra del gas nel Mediterraneo sullo sfondo della crisi tra Turchia e Israele
Roma, 22 set 2011 12:18 - (Agenzia Nova) - Il premier turco Recep Tayyip Erdogan, a New York, ha definito “una follia” le operazioni esplorative per la ricerca di petrolio e gas avviate da Cipro nella sua "zona economica esclusiva" mediante tecnici statunitensi e israeliani della società Usa Noble Energy. In Medio Oriente sta nascendo un nuovo focolaio di tensione che, se possibile, promette di essere ancor più dirompente della decennale disputa tra i paesi arabi e Israele: una guerra per l’energia. E negli ultimi giorni la disputa tra Turchia e Cipro riguardo ai lavori di esplorazione di gas e petrolio è stata al centro dell’attenzione mondiale. Le tensioni tra i due paesi arrivano in un momento di massima turbolenza che coinvolge parecchi stati del Bacino del Levante, nel Mediterraneo orientale.


Una turbolenza che vede coinvolta un’altra potenza regionale come Israele, ma anche paesi arabi come il Libano, ed ha tutte le caratteristiche di un vero e proprio braccio di ferro su chi debba controllare le risorse energetiche off-shore nel Mediterraneo. A dare il via alle ostilità è stato l’annuncio dell’amministrazione grecocipriota dell’avvio da parte di Noble Energy delle attività d’esplorazione di giacimenti di gas al largo dell'isola di Cipro. Ankara ha subito reagito negativamente ed Erdogan si è detto pronto ad autorizzare al più presto, entro la settimana, nuove prospezioni della Turkish Petroleum, sotto pattugliamento militare, nella piattaforma continentale della Repubblica di Cipro del nord, la parte turca dell’isola riconosciuta come stato solo da Ankara.


Secondo le autorità di Cipro tuttavia le missioni di Ankara devono avere l'autorizzazione di Nicosia perché l’area interessata dalle esplorazioni rientra a pieno titolo nella Zona economica esclusiva (Zee) cipriota stabilita dagli accordi Onu nel 1982, che delimitarono le zone economiche off-shore delle isole, equiparandole alla terraferma. La Turchia però non soltanto ha rifiutato di aderire alla convenzione Onu, ma ancora oggi è in contrasto con Bruxelles per il rifiuto di accettare le suddivisioni territoriali del Mediterraneo.

In realtà già da tempo trivellazioni nell’area marittima a sud di Cipro sono portate avanti da Israele. L’azienda texana Noble Energy, incaricata dal governo israeliano, esplorando i fondali ha scoperto nel giugno 2010 il "Leviatano", uno dei maggiori giacimenti di gas del Mediterraneo, la cui capacità, secondo gli esperti, potrebbe essere pari a 450 miliardi di metri cubi di gas e fino a 4,2 miliardi di barili di petrolio. Poi è arrivata Cipro che ha incaricato la stessa società Usa di esplorare i fondali in una zona contigua all’area off-shore israeliana, scatenando le reazioni della Turchia.

Il Blocco 12, l’area in cui Noble Energy ha iniziato le esplorazioni nella Zee di Cipro, conterrebbe, secondo le stime, circa 283 miliardi di metri cubi di gas, un’inezia comunque rispetto alla capacità dell’intero Bacino del Levante che oscilla tra i 3,5 e i 5 mila miliardi di metri cubi, vicina alle riserve di paesi come Algeria e Nigeria. Alle riserve del Bacino del Levante è interessato anche il Libano, paese che contesta apertamente sia le trivellazioni di Israele che quelle di Cipro. Tre giorni fa, il governo di Beirut del premier Najib Miqati ha definito le acque territoriali libanesi come “zona economica esclusiva” in particolare nel "blocco 23", un'area nella quale confluiscono i confini di Libano, Cipro ed Israele.

Sotto le acque comprese tra Cipro, Israele e Libano, oltre al Leviatano, si trovano altri quattro giacimenti: Tamar, Noa, Mari e Dalit. Tutti assieme potrebbero assicurare una riserva tale da coprire la domanda di energia dei paesi coinvolti. Un accordo “equo” sullo sfruttamento delle risorse energetiche sottomarine appare però utopistico alla luce dell’attuale crisi politica tra Turchia e Israele. Ankara ambisce, infatti, ad un ruolo guida nella regione e i nuovi giacimenti scoperti, incluso quello di Cipro (nel blocco 12) che è stato chiamato “Afrodite”, rischiano di rafforzare troppo il rivale israeliano.

L’insieme delle riserve accertate di petrolio e gas nei siti rivendicati da Israele renderebbe indipendente lo Stato ebraico dal punto di vista energetico per un tempo indefinito. Oggi Israele importa quasi il 40 per cento del gas dall’Egitto, ma i gasdotti della penisola del Sinai, dopo la caduta del regime dell’ex presidente Hosni Mubarak, sono stati sabotati cinque volte costringendo il governo israeliano ad alzare i prezzi dell’energia elettrica di quasi il 10 per cento nel mese di agosto scorso. Alla luce della crisi economica mondiale, lo sfruttamento di nuovi giacimenti risulta quindi vitale per lo stato ebraico, così come per la crescente potenza turca che importa dall’estero il 90 per cento del suo fabbisogno energetico: un serio problema che rischia infine di ripercuotersi sull'amministrazione statunitense, alleato strategico di entrambi i paesi nella regione. (a.f.a.)
 
Libia: cresce il nervosismo di Algeri, che rischia l'isolamento dopo la rivolta contro Gheddafi
Roma, 22 set 2011 12:18 - (Agenzia Nova) - In Nord Africa la caduta del regime del colonnello libico, Muhammar Gheddafi, sta causando seri problemi alla vicina Algeria, unico paese della regione che non abbia riconosciuto ancora i ribelli del Consiglio di transizione (Cnt) come legittimi rappresentanti del popolo libico. In questi giorni, Algeri mostra segni di crescente nervosismo: il futuro riassetto politico e strategico, che sta per nascere da nuove alleanze nella regione, rischia infatti di isolare il governo del presidente Abdelaziz Bouteflika. Ad essere prese di mira sono la Gran Bretagna e soprattutto la Francia, le due potenze occidentali che hanno avuto un ruolo decisivo nella rivolta libica, accusate dagli algerini di perseguire una politica colonialista.

Il rifugio offerto ai familiari di Gheddafi, ha esposto Algeri alla condanna dei nuovi governanti della Libia ed alle critiche della comunità internazionale. Questo aiuto potrebbe essere causa di forti tensioni in un paese già endemicamente afflitto da rivolte e stragi terroristiche, come l’Algeria. La situazione rischia di avere pesanti conseguenze anche per l’Italia. Non va dimenticato infatti che l’Algeria è il nostro primo fornitore di gas naturale, che ha fornito nel 2009 il 32,7 per cento del fabbisogno nazionale italiano. La caduta del colonnello, preceduta dal crollo dei regimi autoritari in Tunisia ed in Egitto, ha provocato un terremoto sociale anche in Algeria, dove il potere del presidente Abdelaziz Bouteflika è pressoché totale.

Eppure i rapporti tra l’Algeria e la Libia di Gheddafi non erano affatto buoni neanche in passato: le autorità algerine, per anni, hanno accusato il leader della rivoluzione verde di voler imporre la propria egemonia sui tuareg, e di avere fornito armi ai terroristi islamici algerini durante la guerra civile degli anni Novanta. Una guerra, questa, che ha causato la morte di 200 mila algerini. Rispetto al conflitto libico, Algeri ha agitato lo sparacchio della minaccia terroristica, denunciando il trasferimento di armi dalla Libia alla cellula algerina di Al Qaeda, che opera nella zona del Sahel. L’allarme si è rivelato non del tutto infondato, in quanto durante il mese di digiuno islamico (il Ramadan), in Algeria è scoppiata nuovamente la violenza, con numerosi attentati mortali.

Il principale è avvenuto presso la prestigiosa accademia militare di Churchill, dove l’esplosione di un ordigno ha ucciso diciotto persone. La maggiore preoccupazione di Algeri, tuttavia, non è il terrorismo quanto piuttosto il pericolo di una rivolta ispirata alla primavera araba, magari con il sostegno degli acerrimi nemici ed ex colonialisti francesi. Ahmed Ouyehia, primo ministro algerino, ha detto che in “alcune delle rivolte arabe” - il riferimento riguarda decisamente quella libica, “c’è la mano” degli occidentali. Lo riferisce oggi il quotidiano algerino “el Khabar”, riportando le parole del premier pronunciate nel corso di una riunione con il gruppo parlamentare del suo partito, il Raggruppamento nazionale democratico, di cui è segretario generale.

“Molte cose avvenute nel corso di alcune rivolte arabe non possono essere considerate spontanee, o non influenzate da mani straniere”, ha detto Ouyehia, spiegando che “il gioco degli interessi internazionali spesso è immorale, ma in diplomazia tutto è considerato lecito”. Il premier algerino, difendendo le posizioni del suo paese rispetto alla crisi libica, ha aggiunto: “Quella crisi è ai primi posti nell’agenda politica di ogni paese, ed è vergognoso che alcuni si oppongano al fatto che l'Algeria eserciti anch’essa il diritto di difendere i propri interessi nazionali”. A sostegno della sua tesi, il capo del governo algerino ha ricordato “le sollecite visite” a Tripoli effettuate dal presidente francese, Nicolas Sarkozy, assieme al primo ministro britannico, David Cameron, oltre al premier turco Recep Tayyip Erdogan.

Sono proprio le mosse di Parigi e Londra a preoccupare, più di tutto il resto, il presidente Bouteflika. Lo fanno pensare i titoli della stampa algerina, che dedicano in questi giorni ampi spazi a qualunque notizia riguardi Parigi, come quella dell’auto blindata venduta nel 2008 dalla Francia "per proteggere Gheddafi con l’autorizzazione dell’allora ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy”. Non mancano però titoli come questo, del quotidiano indipendente algerino “el Khabar”: “Parigi accusa l’Algeria di ostacolare gli interessi francesi” nella regione. Il quotidiano si riferisce a una “dura serie di dichiarazioni da parte di diplomatici francesi”, nel corso di un incontro organizzato a Parigi all’inizio della seconda settimana di settembre fra i titolari delle ambasciate nei paesi del Nord Africa.

Per il foglio della capitale, l’incontro degli ambasciatori “ha messo a nudo la grande irritazione di Parigi nei confronti della politica algerina nella regione, che non sarebbe in linea con gli sforzi francesi di proporsi come centro d’attrazione”. Un’ambizione che secondo gli algerini “è emersa molto chiaramente durante la guerra libica”. Le osservazioni dei partecipanti all'incontro, riferite da “el Khabar”, vedono l’Algeria come un “paese che suscita preoccupazione”, e come una "forza regionale in grado di ostacolare i piani di Parigi e Londra sui nuovi equilibri geo-strategici nella regione del Maghreb”.

L’avversione mediatica nei confronti del progetto francese è condivisa da ambienti molto vicini alla presidenza algerina. Oggi, il Consiglio consultivo per la tutela dei diritti umani della presidenza algerina ha condannato quello che viene definito “l’immorale intervento della Francia” in Libia, affermando in una nota come “quello che sta facendo la Francia riguardo alle vicende libiche è da considerarsi un clamoroso inganno”. Alla domanda dei giornalisti se tale posizione impegni anche il capo dello stato, il presidente del Consiglio consultivo, Farouq Qastani, ha detto che “questa è la posizione del nostro Consiglio da un punto di vista strettamente giuridico, perché gli atteggiamenti della Francia nei confronti della Libia sono scandalosi, al di là del fatto che i libici vogliano o no Gheddafi, questione che riguarda soltanto loro”.

“In queste condizioni”, secondo il Consiglio, “non possiamo che condannare l’immorale intervento francese in Libia contro il colonnello Muhammar Gheddafi ed il suo regime, soprattutto perché è stato effettuato con il pretesto di proteggere la democrazia e la libertà minacciate dalla dittatura e dalla repressione”. Algeri, consapevole dei rischi derivanti per lei dallo stabilirsi di un asse nel Nord Africa tra Marocco, Libia e Tunisia, cerca di non alzare troppo il tiro nei confronti di questi paesi. Ecco perché il presidente algerino, Bouteflika, ha voluto fugare ogni dubbio, chiarendo la posizione ufficiale del suo governo dopo le critiche ricevute per aver dato rifugio alla famiglia del colonnello.

“Se Gheddafi cercherà di entrare nel paese - ha detto senza mezzi termini il presidente algerino - verrà arrestato e consegnato alla Corte penale dell’Aia, come previsto dagli accordi internazionali”. L’Algeria è stata finora la nazione meno toccata dalla primavera araba. Proprio per questo il governo si prepara alla prospettiva di dover fare i conti non solo con una temuta e possibile rivolta interna, ma anche nei rapporti con i paesi vicini, e soprattutto con la diplomazia internazionale. Un gioco difficile, all'ombra degli interessi energetici. (a.f.a.)
 
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