Atlantide
19.09.2011 - 20:40
 
 
ANALISI
 
Afghanistan: il crescente disimpegno Usa e i rischi di una nuova guerra civile
Roma, 19 set 2011 20:40 - (Agenzia Nova) - Secondo il nuovo ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul, gli attacchi dello scorso 13 settembre non possono certamente essere paragonati all’offensiva del Tet che, nel 1968, cogliendo di sorpresa i militari e l’opinione pubblica statunitense, generò la sensazione dell’impossibilità di vincere la guerra del Vietnam. Sotto molti profili, Ryan Crocker ha certamente ragione, specialmente se si tiene conto del fatto che nel suo curriculum c’è una permanenza a Baghdad in un periodo in cui in Iraq morivano centinaia di persone al giorno.

Per quanto eclatante, l’offensiva terroristica che ha colpito la capitale afgana, interessando una serie di infrastrutture appartenenti alla polizia nazionale ed all’intelligence governativa, prima di minacciare il quartier generale dell’Isaf e l’ambasciata degli Stati Uniti, non ha provocato perdite straordinariamente elevate. Al termine degli scontri, per quanto i portavoce del movimento talebano sostengano il contrario, l’intero gruppo di fuoco impiegato dalla guerriglia è stato annientato, lasciando sul terreno almeno undici morti. Sono caduti altrettanti civili ed alcuni poliziotti, mentre non si sono segnalate vittime tra i ranghi delle forze multinazionali, alle quali peraltro dallo scorso luglio non è più rimesso il compito di provvedere alla sicurezza di Kabul.

Tuttavia, se s’inserisce quanto accaduto nel contesto degli avvenimenti degli ultimi due mesi, il quadro che emerge appare più complesso e sfaccettato. Quanto è accaduto, quindi, non è del tutto irrilevante e merita di esser attentamente valutato. Il dato saliente pare il seguente: in Afghanistan non esiste più una direzione unitaria delle attività anti-governative, seppure non manchi chi creda all’esistenza di un coordinamento tattico che legherebbe tra loro la shura di Quetta, dipendente dal mullah Omar, alla rete degli Haqqani ed all’Hibz-i Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Si è invece aperta una spaccatura rilevante, che ha notevoli ripercussioni anche sugli equilibri interni al vicino Pakistan, e che gli Stati Uniti stanno sfruttando e cercando con vari accorgimenti di dilatare, nell’intento di lasciare Kabul senza apparire sconfitti.

E’ da tempo noto come diplomazia Usa abbia aperto trattative con la dirigenza storica del movimento talebano, che è presente in tutto l’Afghanistan con una rete capillare di comandanti militari e governatori ombra. Dopo i primi contatti e qualche tentativo andato a vuoto, si va adesso verso un dialogo più costante e strutturato, al quale dovrebbe dare un apporto anche il Qatar, paese che nel corso della “primavera araba” ha dimostrato tutta la propria vicinanza agli Stati Uniti ed ha appena autorizzato l’apertura sul proprio territorio di un ufficio di rappresentanza dei talebani emanazione della shura di Quetta.

Da questi sviluppi sono però stati esclusi tanto gli Haqqani quanto il governo ed i militari pachistani, che hanno intravisto il pericolo di esser tagliati fuori dalla determinazione dei futuri equilibri afgani, malgrado le intese probabilmente raggiunte con i vertici militari di Islamabad alla vigilia del raid di Abbottabad, in cui ha trovato la morte Osama Bin Laden. Tale situazione ha trovato una conferma da parte dello stesso Sirajuddin Haqqani, che ha affermato di esser disponibile ad entrare nel negoziato di pace, a patto che il movimento talebano sia d’accordo. Dunque, si parla ormai di entità distinte ed in una certa misura concorrenti.


Perché il Pakistan ora soffia sul fuoco utilizzando gli Haqqani

In questo contesto, tra la rete degli Haqqani - sostanzialmente una specie di gruppo scissionista dei talebani che è attivo nell’Afghanistan orientale, tra la linea Durand e la capitale Kabul - e tutti coloro che ad Islamabad contestano l’accordo stretto tra Washington ed il capo di Stato maggiore dell’esercito pachistano, generale Kayani, si è determinata un’obiettiva convergenza d’interessi, nonostante l’intesa riconosca in teoria al Pakistan un’influenza preponderante su metà del territorio afgano.

Ecco perché il recente attacco compiuto su Kabul è con tutta probabilità da addebitarsi proprio agli Haqqani che, come altre volte in passato, ad esempio in occasione degli attacchi compiuti contro l’ambasciata indiana ed alcuni alberghi internazionali, avrebbero agito su input di parte dell’establishment pachistano. E’ emblematico che la stessa diplomazia Usa abbia fatto propria questa ipotesi, mentre è del tutto naturale, ancorché poco significativo, il tentativo del governo pachistano di allontanare da sé queste accuse pesanti. In effetti, il potere civile di Islamabad è certamente estraneo a queste dinamiche, che invece coinvolgono parte dei servizi di sicurezza e delle Forze armate locali.

L’intesa tra settori “deviati” dello stato pachistano ed Haqqani pare sia stata notata anche dai talebani storici, rimasti fedeli al mullah Omar, che non a caso da luglio in avanti hanno alimentato tutta una serie di attacchi sanguinosi nel Pakistan, in cui hanno trovato la morte decine di militari del locale Frontier Corps, sfruttando come base le vallate della provincia di Kunar, recentemente abbandonate dalle forze armate statunitensi.

Nel protestare per quanto è accaduto, è significativo che Islamabad abbia esplicitamente puntato l’indice contro i recenti ripiegamenti statunitensi, che avrebbero restituito alle bande talebane un’eccessiva libertà d’azione. Tuttavia, il fatto cruciale è che sta emergendo un’opposizione pashtun e talebana al negoziato intrapreso dalla dirigenza storica del movimento guidato dal mullah Omar, che sta reagendo con le armi. Tale linea di frattura, a tempo debito, potrà sommarsi a quelle di più antica origine, che dividono il grosso degli stessi pashtun dalle minoranze etno-religiose maggioritarie nel nord e nell’ovest del paese: essenzialmente tagiki, hazara ed uzbeki. Queste tendenze, ovviamente, non promettono nulla di buono per l’Afghanistan, tanto più che è ormai chiaro che gli Stati Uniti intendono mollare il paese in mezzo al guado in cui si trova.


Nuovi indizi della volontà di disimpegno di Washington

Un indizio di questa volontà di disimpegno, che sarebbe del resto coerente con il nuovo paradigma strategico dello smart power, adottato dall’amministrazione del presidente Barack Obama nello scorso gennaio, è il fatto stesso che non si noti alcun tentativo statunitense di trovare un successore credibile al presidente Hamid Karzai, che al più tardi uscirà di scena nel 2014. Non va escluso che dietro tale atteggiamento vi sia l’intenzione di Washington di offrire la presidenza afgana ad un talebano legato al mullah Omar.

Molte cose stanno cambiando. Alcuni mesi or sono, gli Stati Uniti fecero capire di aver rinunciato alla ricostruzione politico-istituzionale ed economica dell’Afghanistan, privilegiando invece la via della creazione di adeguate capacità militari, quasi che un esercito efficiente potesse supplire alla mancanza di un potere politico accettato a livello nazionale. Adesso, anche questa soluzione di ripiego pare sul punto di essere abbandonata: stando a quanto si è appreso in questi giorni, infatti, gli investimenti nel potenziamento dell’Ana, l’Esercito nazionale di Kabul, verranno presto dimezzati dal Pentagono, perché l’Afghanistan non avrebbe veramente bisogno di forze armate moderne come quelle occidentali.

Non si vede come, senza un accordo sulla divisione del potere con i talebani, le attuali autorità di Kabul possano a questo punto sopravvivere. E’ invece facile predirne il tracollo. In realtà, stando la determinazione statunitense a lasciare il paese, è molto probabile che si vada verso una nuova fase della guerra civile che dura da oltre trent’anni. Di qui, l’opportunità di valutare, almeno in Italia, l’adozione di una cauta strategia di limitazione dei rischi ai quali sono esposti i nostri militari.

La scelta non dovrebbe, del resto, metterci in rotta di collisione con Washington: a quanto si sa, infatti, anche gli Stati Uniti avrebbero cessato di contendere aggressivamente territori alla guerriglia, contentandosi di controllare le aree meridionali liberate negli ultimi anni ed abbandonando alla loro sorte molte zone orientali a ridosso della frontiera pachistana, quantunque in passato ritenute strategiche. Di questa maggiore prudenza può esser considerato un riflesso vistoso lo stesso calo delle perdite occidentali, diminuite di quasi il 20 per cento nei primi otto mesi di quest’anno, rispetto al periodo corrispondente del 2010.

Si tratta ormai di far trascorrere il tempo, minimizzando i pericoli che corrono le truppe. Il messaggio vale a maggior ragione per il contingente italiano, che non è certamente chiamato a vincere da solo una guerra che i suoi maggiori alleati hanno già dato per persa, o quanto meno non più vincibile. (g.d.)
 
TUTTE LE NOTIZIE SU..