Atlantide
12.09.2011 - 19:16
 
 
ANALISI
 
Turchia: radici e limiti dell’attivismo diplomatico di Ankara
Roma, 12 set 2011 19:16 - (Agenzia Nova) - Il dinamismo dimostrato dalla Turchia del premier Recep Tayyip Erdogan può sorprendere soltanto chi non ha ancora saputo cogliere l’ampiezza del risveglio turco, che è in atto ormai da vent’anni in un’area del pianeta che va dall’Anatolia allo Xinjiang cinese, dopo un secolo nel quale i popoli turanici erano sembrati condannati ad un inesorabile declino. Ad innescare la ripresa è stato un insieme di fattori concomitanti, ma pare possibile concordare con il ministro degli Esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, il quale in un suo saggio ancora troppo poco conosciuto, intitolato significativamente “Profondità strategica”, ha ricondotto alla fine della Guerra fredda la liberazione della Turchia dagli angusti limiti nei quali il confronto tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica l’aveva rinchiusa per decenni.

Vista da Occidente, dal 1949 ad oggi la Turchia è stata sostanzialmente l’estremo presidio della Nato di fronte al Caucaso controllato da Mosca ed un Medio Oriente in larghissima misura schierato con il Cremlino. Tale percezione, condizionata da un’eccezionale contingenza storica, è stata scambiata erroneamente come un dato permanente della geopolitica turca, che si presumeva fosse stato reso irreversibile dall’opzione kemalista per la modernizzazione laica del paese. Siamo adesso in grado di comprendere il carattere relativo e transitorio di questa nostra rappresentazione.

La Turchia scelse gli Stati Uniti e l’alleanza con Israele non per autentica conversione ideologica all’occidentalismo, ma perché non esistevano alternative, specialmente dopo il consolidamento dell’asse tra l’Unione Sovietica e la Siria che ne aveva messo a repentaglio la sopravvivenza come stato sovrano. Queste logiche di allineamento oggi non operano più. Il collasso dell’Urss non si è soltanto tradotto nell’allontanamento anche fisico della Russia dall’Anatolia e nel suo indebolimento nel Medio Oriente post-ottomano, ma ha altresì restituito l’indipendenza ad una serie di stati asiatici popolati da stirpi etnicamente turche, in cui Ankara ha progressivamente visto dei ganci da sfruttare per proiettare la propria influenza verso le profondità dell’Eurasia.

Si fa qui riferimento, in particolare, al Kazakhstan, al Turkmenistan, alla Kirghizia ed all’Uzbekistan, ma non va dimenticato come la Turchia sia sensibile anche alle sorti del Turkestan orientale, che è invece rimasto sotto il saldo controllo di Pechino, ancorché di tanto in tanto si verifichino al suo interno delle rivolte contro il potere degli Han. Urumqi è tra le città di cui la televisione di stato turca fornisce quotidianamente le previsioni meteo, come fa per Istanbul, Konya o Antalya. Fa parte dello spazio turco persino la Mongolia, la terra degli avi che accolse il ministro Davutoglu all’aeroporto di Ulan Bator con uno striscione che conteneva un eloquente “bentornato a casa”. Sono invece relativamente meglio conosciuti i limiti dell’espansione ottomana nel Mediterraneo, che ha riguardato tutto il Nord Africa fino alla frontiera del Marocco, l’intera penisola arabica ed i Balcani sino alle porte di Vienna.

Stanti queste premesse, l’obiettiva forza dell’economia turca e la parallela debolezza degli stati ad immediato ridosso, non è in realtà affatto stupefacente l’attivismo che si osserva da parte di Ankara. Il fatto nuovo è rappresentato dal recente acuirsi della crisi con Tel Aviv, determinato dalle indiscrezioni trapelate a proposito delle risultanze dell’inchiesta internazionale sull’attacco alla “flottiglia della pace” diretta verso Gaza, che com’è noto si risolse in un blitz delle forze speciali israeliane sulla nave Mavi Marmara e nell’uccisione di nove attivisti filo-palestinesi, tutti turchi, uno dei quali, però, di nazionalità statunitense.

Erdogan ha chiesto al governo israeliano scuse che questo gli ha platealmente negato, peraltro non senza buoni motivi, provocando la successiva decisione turca d’interrompere i rapporti diplomatici e militari bilaterali con lo stato ebraico, nonché l’annuncio che d’ora in avanti la Marina di Ankara scorterà con navi da guerra i mercantili che eventualmente tenteranno di violare il blocco imposto da Israele alla Striscia di Gaza. La portata di tale minaccia è stata poi ridimensionata, anche se il governo turco ha comunque confermato l’invio di proprie forze navali nelle acque prospicienti la Terrasanta, anche per contrastare la pretesa israeliana di sfruttare in esclusiva alcuni giacimenti gassiferi off shore recentemente scoperti.

Le autorità israeliane hanno finora reagito ostentando calma, perché a Tel Aviv si pensa che quella di Erdogan sia soprattutto gesticolazione politica, funzionale al disegno di acquisire consensi tra gli arabi, e comunque non è considerato opportuno enfatizzare ulteriormente le tensioni, nella speranza che ciò renda successivamente più facile ricomporre la crisi. Anche se le ragioni per temere un accerchiamento non mancherebbero – Erdogan intende tra il 12 ed il 13 settembre firmare un accordo militare con l’Egitto rivoluzionario, prima di recarsi in Libia e Tunisia – almeno in questa fase il prudente atteggiamento israeliano sembra corretto.

In effetti, lo scenario è complicato e non si presta ad una lettura agevole. Proprio mentre venivano interrotte le relazioni diplomatiche e militari tra Ankara e lo stato ebraico, infatti, la Turchia rendeva nota la propria disponibilità ad ospitare sul suo territorio gli elementi “europei” delle future difese antimissilistiche statunitensi, di cui diventerà innegabile la prioritaria connotazione anti-iraniana. Anche nei confronti di quanto sta accadendo in Siria, israeliani e turchi si sono trovati a lungo dallo stesso lato. E’ quindi forse presto per giudicare compromessa la situazione, anche se è legittimo nutrire delle preoccupazioni per la deriva assunta dalla politica turca.

La difficile interpretazione della strategia di Ankara deriva dal suo carattere spiccatamente multi-vettoriale, tradottosi negli ultimi anni in una moltitudine d’intese tattiche alle quali è stato affidato il compito di dilatare le opzioni disponibili, allargando al contempo l’influenza nazionale, ormai avvertibile anche in stati relativamente lontani come l’Afghanistan, l’Etiopia e la Libia. Fattori geopolitici più persistenti permettono tuttavia di apprezzare meglio anche i limiti della sfida che si sta materializzando.

La Turchia ha un passato imperiale che l’ha vista al centro del mondo, ma le è valsa molte rivalità ed inimicizie. La Sublime Porta è stata storicamente un potere antagonista tanto dell’Europa occidentale, quanto della Russia, dell’Iran e degli arabi. Proprio per questo motivo, i movimenti di Ankara sono destinati prima o poi a suscitare gelosie e sospetti. Seppure la nuova leadership turca stia cercando adesso di definire rapporti più favorevoli con molti dei poli di potenza attivi sulla scena internazionale, sembra pertanto difficile che possano scaturirne coerenti alleanze antagoniste davvero in grado di minacciare gli interessi fondamentali dell’Occidente. (g.d.)
 
Ue: Trichet si scaglia contro la Bundesbank. La Bce si allontana da Francoforte?
Roma, 12 set 2011 19:16 - (Agenzia Nova) - A movimentare la scena internazionale contribuiscono le convulsioni politico-monetarie europee, dietro le quali s’intravvedono mutamenti geopolitici di primaria rilevanza ed in particolare le difficoltà della Germania. Che la Repubblica federale sia sotto pressione, seppure in modo diverso rispetto all’Italia o alla Spagna, sembra comprovato dalla dura reazione opposta dal governatore della Banca centrale europea, il francese Jean-Claude Trichet, alle critiche rivolte nei confronti del suo operato da alcuni economisti tedeschi che avevano accusato la dirigenza dell’istituto europeo di emissione di aver trasformato la Bce in una “bad bank”, in seguito agli acquisti massicci di titoli di stato italiani e spagnoli avvenuti in estate.

Trichet ha prima rivendicato l’assoluta indipendenza della Bce rispetto ai governi dell’Unione, utilizzando una veemenza linguistica inimmaginabile anche solo sei mesi or sono, e quindi vantato i risultati ottenuti dalla politica monetaria europea nella lotta all’inflazione e nella difesa del potere d’acquisto dell’euro, definendoli espressamente migliori rispetto a quelli, pur lusinghieri, riportati dalla Bundesbank, la banca centrale tedesca, fino al 2001. Si è così materializzata una spaccatura tra la Bce ed il più importante attore di Eurolandia, alla quale le dimissioni di Jürgen Stark, un alfiere dell’ortodossia finanziaria che rappresentava Berlino nel consiglio della banca, hanno conferito ulteriore visibilità, disorientando i mercati e generando diffuse inquietudini.

Basterebbe già questo a dare la misura di quanto la Banca centrale europea, nata come un’emanazione delle autorità monetarie federali tedesche, si sia allontanata dalla ingombrante tutela della Germania. Ma c’è di più. Trichet ha lasciato chiaramente intravvedere un disegno strategico di contrasto alla crisi dei debiti sovrani che pare piuttosto differente rispetto alle “cure” tradizionalmente predicate nell’Europa continentale, mostrando invece notevoli punti di contatto con la cosiddetta supply side economics adottata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna negli anni Ottanta. Sostanzialmente, al rigore fiscale raccomandato agli stati, la Bce ha associato la richiesta di stimolare la crescita con una serie di misure tese a deregolamentare il mercato del lavoro: non è quindi per caso che all’interno della Manovra finanziaria approvata dal governo italiano ed attualmente all’esame della Camera, siano state inserite le norme dell’articolo 8.

Nel frattempo, è parso di capire, l’istituto di Francoforte si è riservato il diritto di continuare ad acquistare i titoli dei paesi di Eurolandia in maggiore difficoltà, strumento rivelatosi finora ben più flessibile ed efficace dell’impervio ricorso al cosiddetto “Fondo salva stati”, che è avversato dalle opinioni pubbliche delle nazioni che gli forniscono il grosso delle risorse. Il mix delle misure suggerite è obiettivamente interessante, perché contempla un’associazione di politica monetaria relativamente accondiscendente, ortodossia fiscale e sostegno all’offerta: la speranza è che funzioni. E fortunatamente si tratta di una speranza non del tutto campata per aria.

In parte, stanti le grandi difficoltà in cui si dibatte la finanza pubblica in tutta l’area dell’euro, si è forse fatta di necessità virtù, dovendosi in qualche modo stimolare lo sviluppo in assenza di risorse statali e private investibili. Tuttavia, l’affinità ideologica e culturale di questa strategia ai modelli anglosassoni è palese ed è intrigante che alla sua elaborazione abbia concorso anche l’attuale governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, che di Trichet sarà presto il successore. Questi è stato designato al prestigioso incarico anche con il placet di Berlino, concesso peraltro tardivamente, al contrario del via libera di Parigi, e sulla base di credenziali indiscutibilmente solide.

Ma c’è di che dubitare che l’attuale governatore di Bankitalia possa considerarsi uomo dei tedeschi: i suoi trascorsi alla Goldman Sachs lasciano invece ipotizzare una più rilevante soggezione all’influenza anglosassone, circostanza che potrebbe contribuire a completare la ridefinizione dei rapporti di potenza interni all’Europa, a tutto vantaggio di una Francia sostenuta discretamente dagli Stati Uniti e dei paesi che si stanno schierando con l’Eliseo. Dovrebbe svanire anche lo scenario di una guerra monetaria tra l’euro ed il dollaro.

Emerge con chiarezza quanto fossero fuorvianti gli allarmi di qualche settimana fa sul possibile default degli Stati Uniti d’America, attivati mentre in realtà il Congresso Usa stava discutendo soltanto del livello della soglia legale al quale dichiararlo, come se poi il “privilegio esorbitante” accordato al dollaro non mettesse in ogni caso Washington al riparo dallo spettro del fallimento. Si trattò in effetti di un’incredibile pantomima, che aveva come posta in palio le risorse a disposizione della Casa Bianca per preparare le prossime elezioni presidenziali e, più in generale, la determinazione dei nuovi equilibri tra stato e mercato nel paese più ricco del mondo. Gli Stati Uniti rimangono invece fortissimi, come prova la circostanza che ieri Obama abbia annunciato il varo di un programma d’interventi da 400 miliardi di dollari per rilanciare l’occupazione. (g.d.)
 
Ue: il progetto europeo sopravvivrà all’ostilità di Washington?
Roma, 12 set 2011 19:16 - (Agenzia Nova) - Da un’attenta lettura dei resoconti sulle dimissioni di Jürgen Stark dalla Banca centrale europea (bello quello di Carlo Bastasin, il Sole 24 ore, 10.9.11), la vicenda sembra tutta compresa in uno scontro attorno all'ortodossia monetaria della Bundesbank, la banca centrale tedesca. Appare chiaro, tuttavia, che il Cancelliere federale, Angela Merkel ha ben presente la posta geostrategica in gioco: la sopravvivenza dell'Unione europea in quanto progetto politico. E che - elettori permettendo - è determinata a fare tutto ciò che è in suo potere perché il progetto non fallisca, anche entrando in conflitto con la Bundesbank, come certifica la sostituzione di Stark con il sottosegretario alle Finanze Jörg Asmussen: un socialdemocratico che ha contribuito personalmente alla nascita del Fondo europeo di stabilità finanziaria.

La tenacia del Cancelliere tedesco farà sì che la sua figura sia evidenziata ancor più, a Washington, come capofila di un progetto oggettivamente avverso all'egemonia Usa in Europa. Le tensioni tra i due paesi - e nella politica interna della Germania - sono dunque destinate a crescere. Convinto il presidente francese Nicolas Sarkozy a cambiar linea politica e gettate le basi per un ricambio nel governo dell'Italia, è possibile che l'amministrazione Usa punti ora ad ottenere un risultato simile anche in Germania.

Nel periodo 1992-1994, mentre la neonata Ue si preparava alla nascita dell'Unione monetaria, in Europa si verificarono diversi sviluppi per certi versi simili a quelli attuali. I quattro grandi paesi continentali dell'Ue subirono bruschi cambiamenti politici, tutti determinati da inchieste giudiziarie. In Germania Helmut Kohl fu costretto alle dimissioni per via di una vicenda di corruzione. In Francia Jacques Delors, ritenuto il naturale successore di François Mitterrand ed il vincitore certo delle ormai prossime elezioni presidenziali, si ritirò improvvisamente dalla competizione, senza dare spiegazioni sensate. A Bruxelles, all'epoca, circolarono voci certamente infondate, che collegavano la sua decisione allo scandalo dei pedofili. In Spagna l’immagine di Felipe Gonzales fu gravemente compromessa dall’inchiesta sugli “sugli squadroni della morte” anti-Eta. In Italia, infine, Bettino Craxi e Giulio Andreotti furono travolti dalle inchieste giudiziarie.

Nello stesso periodo vi furono due sviluppi internazionali, su piani diversi, che ricordano la situazione attuale. Sui mercati finanziari una tempesta spazzò il Sistema monetario europeo, mettendo a rischio l'Unione monetaria prima della sua nascita. Mentre in Jugoslavia infuriava la guerra di Bosnia, prolungata dagli aiuti Usa ai musulmani ed ai croati: aiuti finanziari, diplomatici, d'intelligence, oltre che in termini di fornitura d'armamenti e di esperti militari sul campo. Oggi i Balcani, per quanto sempre pronti ad esplodere, sono stati sostituiti dal Nord Africa, ma gli elementi dello scenario sono quasi identici. Persino le rivalità tra soci europei sui teatri di conflitto si ripetono, ieri nei Balcani tra Germania e Italia, oggi, in Libia, tra Italia e Francia.

Nonostante gli sconvolgimenti politici in Europa, più gravi o meno, a seconda della solidità dei sistemi politici nazionali, l'Unione europea riuscì a costituire l'Unione economica e monetaria e ad introdurre l'euro. Per quanto sia possibile cambiare le leadership nazionali e complicare il cammino dell'Europa, l'integrazione politica continuerà a rappresentare un obiettivo irresistibile, se non altro per i paesi della vecchia "Europa dei Sei". E' possibile, dunque, che l'Unione monetaria non sia destinata al fallimento, ma anzi si rafforzi grazie a nuovi strumenti istituzionali, resi necessari dalle avversità. L'interesse strategico degli Usa ad impedire il sorgere di un'Europa politica, tuttavia, continuerà a condizionare pesantemente le vicende nel continente. E potrà nutrirsi dell'instabilità nei Balcani e in Nord Africa, così come del naturale filo-americanismo dei paesi ex comunisti dell'Europa centro-orientale. E' alla luce di questa frizione tra "placche tettoniche" che si dovrà analizzare lo scenario politico europeo nei prossimi anni. (f.s.)
 
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