Atlantide
09.09.2011 - 13:30
 
 
ANALISI
 
Libia: una verosimile ricostruzione della battaglia di Tripoli
Roma, 9 set 2011 13:30 - (Agenzia Nova) - Una ricostruzione certa delle modalità di svolgimento della battaglia di Tripoli non è ancora possibile, sia per l’evidente delicatezza di alcuni suoi aspetti che per il fatto che il conflitto libico non è ancora giunto alla sua conclusione. Del resto, vi sono scontri della Seconda guerra mondiale la cui dinamica è ancora oggetto di controversia a distanza di decenni. Sulla base dell’esame incrociato delle fonti più attendibili è tuttavia possibile farsi un’idea di come verosimilmente sono andate le cose e, soprattutto, comprendere le ragioni del repentino crollo del regime, che ancora a ferragosto sembrava molto di là da venire.

Un primo elemento decisivo è certamente stato la decisione, apparentemente presa dalla Francia per ovviare alla palese inettitudine militare del Consiglio nazionale transitorio, di giocare la carta berbera, facendo pervenire ai ribelli basati nel Jebel Nafusa significative forniture di armi e munizioni. Tale mossa, per quanto a suo tempo ferocemente criticata da taluni ambienti americani e britannici, ha infatti avuto un ruolo importante, rompendo lo stallo ed alterando gli equilibri sul campo. La portata della sfida che i berberi rappresentavano per Gheddafi è stata immediatamente colta dai lealisti, che hanno reagito spostando parte delle loro unità da Misurata e Brega verso la loro capitale. Nel trasferimento, tuttavia, le milizie fedeli al regime di Gheddafi sono finite sotto il fuoco del potere aereo della Nato, indebolendosi sensibilmente.

Lentamente, ma inesorabilmente, i berberi hanno così assunto il controllo delle alture a sud della capitale libica. I loro successi hanno inoltre incoraggiato altre tribù ribelli dell’ovest a riprendere l’iniziativa, con l’effetto finale di compromettere i collegamenti con l’estero che avevano permesso fino ad allora a Tripoli di resistere abbastanza agevolmente. E’ molto probabile che, in questo frangente, qualche clan abbia cambiato casacca, come dev’essere ad esempio accaduto ai Magariha di Jalloud, fuggito in extremis verso l’Italia.

A quel punto, alcuni paesi della coalizione internazionale hanno ideato un blitz piuttosto brillante, per certi versi ispirato alla campagna dell’autunno 2001 in Afghanistan, che contemplava l’effettuazione di un attacco a sorpresa sulla capitale con diverse decine di commando: essenzialmente Sas britanniche, paracadutisti francesi, nonché contractor occidentali al servizio della Giordania e del Qatar. A rivelarne per primo l’impiego è stato il sito israeliano di analisi strategica Debkafile. Ma le conferme non hanno tardato ad arrivare, innanzitutto dalle colonne del quotidiano britannico The Guardian e successivamente dalla Cnn, fattasi forte in questo frangente delle proprie gole profonde al quartier generale della Nato.

E’ al momento escluso che al blitz abbiano preso parte militari italiani, seppure il coinvolgimento della nostra intelligence nella sua preparazione sia stato fatto intuire da più fonti, così come è stato certo nella confusa vicenda del rapimento e nella rapida liberazione dei quattro giornalisti sequestrati al culmine degli scontri. All’utilizzo delle forze speciali si sarebbe accompagnata anche un’aggressiva campagna disinformativa, tesa a disorientare i lealisti e generare l’impressione del successo acquisito, che ha contribuito non poco a schierare con la ribellione la parte di popolazione tripolina che attendeva passivamente l’esito degli eventi. E’ a questa disinformacija che va probabilmente ricondotta anche la grottesca pantomima sorta intorno al presunto arresto dei figli del Rais.

Per garantire la visibilità del Cnt, all’ultimo si è deciso di trasportare via mare, e forse anche per elicottero, un certo numero di miliziani dipendenti dalle autorità di Bengasi, in modo non molto diverso da quanto venne fatto nel 1944 a Parigi, quando si permise alle truppe del generale De Gaulle di liberare formalmente la città a dispetto dell’apporto marginale da loro dato alla campagna contro il Terzo Reich. In effetti, nella vicenda svoltasi nella capitale il Cnt ha recitato una parte del tutto secondaria, pressoché coreografica, ancorché per amplificare gli effetti della manipolazione informativa, si fosse provveduto a condurre in città persino una fantomatica “Brigata Tripoli”, composta di esuli addestrati in Qatar.

Su quanto è accaduto successivamente, le narrazioni paiono invece ancora significativamente divergenti. Alcune fonti affermano che l’irruzione nel compound di Bab el-Azizia sia stata condotta dai contractor sotto insegna qatariota. Altre invece hanno posto l’accento sulla partecipazione all’attacco degli uomini del Gruppo islamico libico di combattimento, guidato da Abdel Hakim Belhadj, uomo proveniente da Derna, vittima di un’operazione di rendition e tuttora in odore di jihadismo in ragione della sua presunta partecipazione alla lotta contro le forze occidentali operanti in Afghanistan ed Iraq, che ha poi assunto il controllo militare della capitale, ponendosi in una posizione di straordinario vantaggio nei confronti del leader del Consiglio nazionale transitorio, Jalil, che sta adesso cercando di riequilibrare la situazione perseguendo sul fronte di Sirte, forse con l’aiuto delle Sas di Londra, una vittoria di prestigio equivalente. (g.d.)
 
Libia: le prospettive dopo la caduta di Tripoli
Roma, 9 set 2011 13:30 - (Agenzia Nova) - Per quanto abbiano conquistato la “sua” capitale, Muhammar Gheddafi è, almeno per ora, riuscito a sfuggire alla morte ed alla cattura, forse sfruttando l’estesa rete di cunicoli sotterranei che aveva fatto scavare negli anni Ottanta, e magari anche grazie al ricorso a qualche diversivo, come l’improvvisa sortita a Tripoli del figlio Saif al Islam. Non si sa esattamente dove abbia trovato rifugio. Secondo alcuni, il Rais sarebbe addirittura ancora nelle vicinanze della capitale. Ma la sensazione che possa trovarsi nella zona di Sabha potrebbe avere un fondamento più solido, stante la presenza in quell’area di tribù e clan che non l’avrebbero ancora tradito.

Ad ogni buon conto, su quelle zone si sta concentrando una sensibile pressione militare, sia dei miliziani di Bengasi che dell’Alleanza atlantica. Un primo ultimatum, che doveva scadere il 3 settembre, è stato prorogato, forse perché si cerca di pervenire ad un accordo tribale accettabile anche per gli Orfella, o Warfalla, che da soli rappresentano un sesto della popolazione libica e, a quanto se ne sa, non sono ancora interamente passati dal lato dell’insurrezione, al contrario di quanto era stato fatto credere in un primo momento sulla base della presenza del loro Jibril all’interno del Cnt. La lotta è ancora in corso e potrebbe ancora protrarsi per un po’. Su quello che possa accadere dopo, l’incertezza è notevole.

La rapida stabilizzazione della Libia richiederebbe una vasta intesa tra le maggiori componenti della società libica, opportunamente oliata dalla promessa di un’equa ripartizione dei proventi dell’industria energetica, mentre non si dovrebbero nutrire eccessive aspettative nei confronti del sentiero democratico prefigurato dal Cnt. La democrazia all’occidentale, infatti, ha qualche probabilità di attecchire solo laddove esiste un comune riferimento nazionale, cosa che non pare esser vera per la Libia ed è di per sé significativo che gli otto mesi entro cui si sarebbero dovute tenere le prime elezioni libere siano diventati già venti.

Si osservano, inoltre, sintomi preoccupanti di scollamento. Sia i miliziani islamisti di Belhadj che i vincitori della battaglia di Misurata, città che si è appreso vanterebbe la presenza di una cospicua comunità d’origini turche, mordono il freno. Vi sono inoltre forze che reclamano già un avvicendamento ai vertici del Cnt, in quanto eccessivamente compromesso con il passato regime. Nel frattempo i timori suscitati dalla grande ondata di regolamenti di conti stanno incoraggiando la formazione di piccole unità di autodifesa che non rispondono a nessuno.

Le armi in giro sono molte, il clima tendenzialmente anarchico. E’ persino possibile che Gheddafi voglia valersi di questa confusione per guadagnare tempo e magari ritagliarsi un futuro da signore della guerra in una porzione dell’eventuale Libia frammentata del futuro, agendo in modo non dissimile da quello che prescelse Saddam Hussein. Ma la sua è una partita difficile, quasi disperata.

Le similitudini tra Libia ed Iraq potrebbero peraltro non limitarsi al destino dei rispettivi leader. Nel senso che il rischio della deflagrazione di una nuova guerra civile non può affatto essere escluso. Lo stesso Gheddafi, secondo il sito di analisi geostrategica Debkafile, starebbe ponderando un’intesa tattica con i jihadisti, contro coloro che lo hanno defenestrato. Di qui, l’idea che sta prendendo piede d’inviare una forza multinazionale di pace a restaurare l’ordine sul territorio libico. Inizialmente si era parlato di un contingente arabo-africano di caschi blu, ma le autorità bengasine hanno respinto l’ipotesi, forse per il timore di sgradite interferenze.

Per accelerare la stabilizzazione, e proteggere le infrastrutture petrolifere, adesso si sta affacciando anche la tentazione d’inviare forze europee: un passo che andrebbe però valutato con molta attenzione, implicando come in Afghanistan il rischio d’innescare una reazione nazionalista ed anticoloniale, che vendicherebbe ex post uno dei motivi più frequentemente utilizzati dalla propaganda del deposto regime di Tripoli.


Gli effetti geopolitici: verso nuovi equilibri nell’area euro-mediterranea

Se la piega che prenderanno gli avvenimenti in Libia non è ancora facilmente identificabile, alcune conseguenze di quanto accaduto si sono già materializzate ad un livello più elevato. Schierandosi in corso d’opera con i ribelli su pressione dell’Eni e forse sollecitazione americana, il governo italiano è probabilmente riuscito a cadere in piedi e non ha più molto senso interrogarsi su cosa sarebbe stato meglio fare cinque mesi fa. A quanto è dato di capire, la sicurezza energetica nazionale non è in discussione. L’Italia non perderà le proprie forniture, sia perché quelle gassifere passano per un gasdotto che non può essere spostato, come giustamente rileva l’Ad di Eni, Paolo Scaroni, sia perché si è sfruttato l’estremo bisogno di benzina delle nuove autorità libiche per ottenere garanzie sul petrolio che verrà pompato dal 2012. Tuttavia, occorre spazzare il campo da alcune pericolose illusioni.

Il ruolo del nostro paese in Libia si ridurrà certamente, sia per effetto della dilatazione fatale di quello francese e britannico, anche se le voci sul presunto accordo tra l’Eliseo e gli insorti potrebbero essere false, sia per la forza di cui si stanno comunque dimostrando capaci altri interlocutori apparsi sulla scena, come cinesi e turchi, che sono in grado di mettere sul piatto risorse politiche ed economiche importanti. Sarebbe in ogni caso limitativo prendere in considerazione i soli aspetti economici della partita che si è giocata. Si ha in effetti ragione di ritenere che gli obiettivi perseguiti dalla Francia in questo conflitto non fossero né esclusivamente, né prevalentemente economici.

Molto verosimilmente, Parigi puntava, con il consenso di Washington, a divenire la maggiore potenza del Mediterraneo occidentale. Trionfando a Tripoli ci è riuscita, con effetti destinati a riverberarsi sia sullo status internazionale della Francia che sugli equilibri interni al bacino. Potrebbero ad esempio derivarne a breve conseguenze importanti sulla stabilità dell’Algeria, su cui incombono il nuovo protagonismo dei berberi e l’accusa di aver troppo apertamente spalleggiato il deposto regime libico.

Si registreranno verosimilmente anche ripercussioni dentro l’Unione Europea e nella Nato, ambiti nei quali i transalpini hanno di fatto messo in difficoltà la Germania, il cui ministro degli Esteri si dice sarà presto costretto a farsi da parte. Ed è emblematica di una situazione anche la critica rivolta dall’ex Cancelliere tedesco Helmut Kohl al suo successore, Angela Merkel, rimproverata di aver ridotto ai minimi storici del dopoguerra il prestigio della Repubblica Federale, ignorata da presidente Usa, Barack Obama, nel corso del suo più recente tour nel vecchio continente. E’ tutto un assetto della politica europea - quello che si stava strutturando intorno al pivot russo-tedesco - che rischia quindi a questo punto di collassare, riaprendo giochi che parevano da tempo chiusi. (g.d.)
 
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