Mezzaluna
07.09.2011 - 17:49
 
 
ANALISI
 
Medio Oriente: convergenze fra Russia e Iran per evitare i rischi della primavera araba
Roma, 7 set 2011 17:49 - (Agenzia Nova) - Il successo militare della Nato in Libia è stato interpretato da molti come un messaggio alla Siria, scossa da un’estesa rivolta popolare che sta minacciando il regime di Bashar al Assad. Ma il "messaggio" sembra diretto anche ad altri, in particolare l'Iran e la Russia. Un certo disagio di Mosca emerge da un rapporto elaborato da Dmitrij Olegovich Rogozin, rappresentante russo presso l'Alleanza atlantica. Rogozin parla apertamente di “intenzioni atlantiche volte a ripetere in Siria lo scenario libico”, e “a preparare un’azione militare” contro Teheran. I motivi dell'inquietudine sono evidenti: Libia, Sira e Iran sono infatti paesi su cui il Cremlino esercita o esercitava una forte influenza, e ora cadono o rischiano di cadere sotto i colpi della primavera araba, per giunta a vantaggio dell’Occidente, in particolare degli Stati Uniti.

Tale prospettiva spaventa gli ayatollah di Teheran e preoccupa molto Mosca, che vede minacciata la sua sfera d’influenza e i suoi interessi nella regione. Dopo l’iniziale sostegno dato al regime di Damasco, con il consolidarsi della rivolta popolare, gli iraniani cercano di correre ai ripari assumendo un atteggiamento più prudente rispetto alla crisi siriana. Una crisi che vede crescere giorno dopo giorno l’opposizione, che sta raccogliendo consensi anche in seno alla comunità internazionale. Gli oppositori, come prima di loro i ribelli libici, sono riusciti infatti a formare un Consiglio di transizione nazionale (Cnt) e sono stati in grado di trovare sostegno regionale, come in Turchia e in molti paesi arabi.

Nel contempo, il regime di Damasco dà segni di logoramento, soprattutto per quanto riguarda le sue forze armate, che stanno registrando sempre più vaste defezioni e ammutinamenti. Il presidente Bashar al Assad, inoltre, non è stato in grado di attuare i suoi frequenti annunci di riforme politiche e sociali che, a distanza di sei mesi dalla rivolta, non hanno visto ancora la luce. A livello regionale, Ankara e molte capitali arabe, soprattutto delle monarchie del Golfo, sono sempre più lontane dal regime alawita di Damasco. Alcuni paesi arabi hanno addirittura richiamato i loro ambasciatori dalla capitale siriana. La Turchia, con il premier Recep Tayyip Erdogan, sta mostrando di aver perso ogni fiducia in Assad.

Non sono da sottovalutare, inoltre, gli ultimi sviluppi nelle relazioni della Turchia con Israele, dopo l’espulsione dell’ambasciatore israeliano da Ankara e dopo il congelamento della cooperazione militare con lo Stato ebraico. Per l’Iran, il peggioramento delle relazioni tra Ankara e Gerusalemme significa che la Turchia, come potenza regionale, avrà un ruolo sempre più influente nella regione. Un ruolo che, oltre a danneggiare gli interessi e l’immagine dell’Iran presso gli arabi musulmani, potrebbe indurre la Turchia a non rifiutare un eventuale contributo ad un intervento militare dell’Occidente in Siria. E questo significherebbe che, in prospettiva, la Siria potrebbe diventare un campo di battaglia tra Turchia e Iran.

L’eventuale fine del regime di Assad, poi, non potrebbe che galvanizzare l’opposizione riformista iraniana, minacciando così direttamente lo stesso regime islamico di Teheran. Lo ha ricordato proprio ieri il ministro della Difesa statunitense, Leon Panetta, il quale in un’intervista televisiva ha detto che “la Rivoluzione in Iran è solo una questione di tempo”. Ecco perché ultimamente il regime di Teheran sta cercando di correre ai ripari e mostrarsi più “tiepido” con Damasco, come alla fine di agosto quando il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, ha affermato che Bashar al Assad “deve trovare un accordo con il suo popolo”.

Sul fronte interno, memori dell’ondata di protesta seguita alle elezioni presidenziali del maggio 2009, gli ayatollah devono affrontare le elezioni del prossimo 2 marzo, che rappresentano un’occasione per la ripresa della grande protesta dell’onda verde di due anni fa. Il regime, nel frattempo, prova a superare le divergenze al suo interno tra falchi e colombe, ma anche ad essere maggiormente disponibile nei confronti dell’opposizione. E’ evidente però che rafforzare il fronte interno potrebbe non bastare per resistere al vento impetuoso della primavera araba. Per questo Teheran comincia a guardare nuovamente alla Russia come “partner” affidabile per gestire la crisi siriana; oltretutto, entrambi i paesi hanno interesse a farlo.

Le relazioni tra Iran e Russia sono inquadrate da Teheran sotto un duplice aspetto. Il primo riguarda gli interessi nazionali, in primis il programma nucleare e le forniture di armi; il secondo è invece di carattere regionale e riguarda il ruolo che può svolgere il Cremlino soprattutto per difendere i propri interessi strategici in Medio Oriente, messi a rischio dalle rivolte arabe. L’estremo bisogno di Teheran del sostegno del Cremlino rende quindi impellente la necessità di un coordinamento con la Russia. Anche per i russi che in Iran hanno molteplici interessi economici, è importante infatti la tenuta del regime degli ayatollah. Per questo motivo Teheran ha accolto con favore la recente proposta russa di rimettere in moto le trattative con l’Occidente sul programma nucleare iraniano.

Tale proposta, lanciata dal ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov e conosciuta come il “piano del primo passo”, è stata subito accolta dal presidente Ahmadinejad, e discussa nel corso di una visita a Mosca del ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, che ha avuto colloqui non soltanto sul “nucleare” ma anche "sulla situazione siriana”. L’incontro di Salehi con Lavrov deve essere andato molto bene, se al termine della riunione il capo della diplomazia russa ha detto ai giornalisti che le posizioni tra Mosca e Teheran “sono molto vicine rispetto ai dossier del Medio Oriente”. Secondo il quotidiano degli Emirati “al Khaleej al arabi”, Salehi "ha proposto a Mosca un’iniziativa per la Siria”.

Ad accrescere il sospetto di un “coordinamento” tra Teheran e Mosca c’è anche il recente annuncio del Cremlino “a nome dei paesi del Gruppo Bric” contro una “ripetizione dello scenario libico in Siria”. Il Bric, gruppo di paesi emergenti per potenza di mercato che comprende Brasile, Russia, India e Cina, rappresenta il 40 per cento della popolazione mondiale, anche se per il momento produce solo il 14 per cento della ricchezza del pianeta. Non resta che vedere se questa “comunanza d'interessi” proseguirà. (a.f.a.)
 
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