Mezzaluna
27.07.2011 - 18:29
ANALISI
 
Terrorismo: la dottrina Petraeus ispira ancora gli Usa, tribù locali contro al Qaeda nello Yemen
Roma, 27 lug 2011 18:29 - (Agenzia Nova) - Dopo averla sperimentata con successo in Iraq e con scarsi risultati in Afghanistan, Washington ricorre di nuovo alla “dottrina Petraeus” anche nello Yemen: combattere i miliziani di al Qaeda con le tribù locali. Da giorni truppe speciali dell’esercito Usa stanno partecipando alle battaglie a Zanjibar, grande città nel sud dello Yemen espugnata dalle milizie islamiste, approfittando del caos della rivolta popolare, che da marzo chiede l’estromissione del presidente Ali Abdullah Saleh.

Il governo di Sana’a ha ammesso per la prima volta di aver ricevuto “il sostegno logistico” degli Stati Uniti nella lotta contro al Qaeda. L’ammissione del governo coincide con quanto confermato da fonti locali, secondo cui “navi ed imbarcazioni straniere, molto probabilmente statunitensi” si trovano davanti alle coste yemenite all’altezza del litorale di Zinjibar. Interpellato su un ruolo di Washington negli scontri a Zinjibar, il vice ministro dell’Informazione yemenita, Abdu al-Jundy, ha affermato che “gli statunitensi hanno aiutato le truppe del nostro esercito e le milizie tribali locali a far giungere gli aiuti alimentari quando la città era assediata” dagli islamici. Il responsabile governativo ha ammesso che gli Usa “aiutano materialmente lo Yemen per combattere al Qaeda”.

Un’ulteriore conferma arriva da una fonte locale citata dalla tv saudita “al Arabiya”: “Ci sono combattimenti notturni all’interno della città di Zinjibar”. La fonte ha aggiunto poi che “questo accresce il sospetto della popolazione che alle operazioni militari partecipino anche truppe speciali statunitensi, che sono le uniche, in quell’area, a possedere strumentazioni sofisticate come i visori notturni”.

In verità, il Pentagono garantisce da almeno un anno il sostegno all’esercito di Saleh contro la filiale yemenita di al Qaeda e da almeno 12 mesi ha contatti con le tribù locali: “Un gruppo di nostri giovani ha dato vita a una milizia anti-terrorismo, che avrà il compito di tenere lontani dalle nostre terre tutti i terroristi, i contrabbandieri e le spie”. A parlare così nel settembre 2010, ripreso dall’agenzia locale Maareb Press, è un portavoce della tribù degli al-Damashqa, uno dei clan più influenti della zona di Maareb, nello Yemen settentrionale. L’iniziativa del leader locale era partita dopo un bombardamento mirato dell’aviazione yemenita contro una fattoria, dove l’intelligence riteneva si rifugiasse Ayer al-Shabwani, uno dei comandanti di al Qaeda nel paese. I bombardamenti nella regione rendevano la vita della popolazione locale molto pericolosa e il numero delle vittime civili una conseguenza sempre meno “collaterale”.

Una svolta importante, ma non imprevista. Almeno per coloro che conoscono il “metodo Petraeus”. Il generale David Petraeus fino al 18 luglio scorso era il Comandante dello Us central command, il direttorio militare dal quale dipendono le scelte strategiche di tutto il teatro mediorientale, compresa la conduzione delle operazioni militari in Iraq e Afghanistan. Proprio in Iraq, dove è stato comandante in capo delle truppe Usa, Petraeus ha elaborato una teoria messa in pratica quando ha assunto il comando in quel paese. Il metodo è semplice: gli interessi della popolazione locale prima di tutto. Se gli iracheni o gli afgani non avranno da lamentarsi, ci aiuteranno. Ancor di più: perché non coinvolgerli direttamente nella lotta ai fondamentalisti? Oltretutto, questi guerriglieri in gran parte non sono neanche autoctoni.

In Iraq, dopo l’invasione del 2003, erano arrivati guerriglieri da tutto il mondo islamico. Un fenomeno di proporzioni mai viste, forse paragonabile solo all’Afghanistan invaso dall’Armata Rossa sovietica negli anni Ottanta. Elementi pericolosi per le truppe Usa e malvisti dalle popolazioni locali ad eccezione - nel caso iracheno - della minoranza sunnita che rappresentava il deposto regime di Saddam Hussein. I sunniti, temendo una vendetta della maggioranza sciita, avevano inizialmente dato ospitalità ai qaedisti nelle loro regioni. Le operazioni militari Usa finivano spesso per colpire civili innocenti, mentre gli integralisti imponevano alla popolazione locale usi e costumi sentiti come estranei ad una tradizione tribale.

Questo generava una tensione crescente verso le truppe di occupazione, che Petraeus ha deciso di volgere in favore degli Usa. Come? Spingendo i clan locali a gestire autonomamente l’ordine nelle strade: che se la vedessero loro con i “barbuti venuti da fuori”. Uno stratagemma che si è rivelato vincente non solo grazie ai “lauti” incentivi degli americani alle tribù, come secondo l’opinione comune. Quando si parla di “tradizioni” locali vale la pena ricordare i meccanismi che le regolano. Un esempio: i capi tribù, prima di “punire” una donna per aver tradito il marito o una ragazza per aver perso la sua verginità anzitempo, si riunisce per decidere la sorte della “peccatrice”, che non sempre è la morte e spesso non è un’esecuzione pubblica. E questo viene fatto non per la vittima di turno, ma per salvaguardare “la reputazione” della famiglia o della tribù di appartenenza della donna.

L’avvento dei “barbuti” in Iraq ha infranto questa fondamentale regola: i fondamentalisti, una volta messo piede in un villaggio o città, non solo decidevano gli affari delle tribù sottraendoli ai loro notabili, ma “lavavano i panni sporchi in piazza”. Uccidere nella piazza pubblica una donna peccatrice, come spesso è avvenuto a Fallujah quando era controllata dagli estremisti e per giunta per mano di “uno straniero”, era un’onta difficile da cancellare. Anche episodi come questi hanno preparato il terreno perché le idee di Petraeus trovassero dimora nelle terre dominate da al Qaeda. Idea geniale, in grado di produrre una serie di vantaggi ieri in Iraq e oggi nello Yemen.

Anzitutto durante le operazioni militari non muoiono soldati Usa. I locali conoscono molto meglio il territorio, agendo a colpo sicuro di fronte agli elementi estranei e non si macchiano di stragi di civili, come può invece accadere con un esercito d’occupazione straniero. Inoltre la popolazione, senza rastrellamenti e perquisizioni casa per casa, senza check-point, si sente più rispettata ed è meno ostile agli occupanti. Una strategia vincente che, in Iraq, ha rovesciato gli esiti di un conflitto che vedeva gli Usa sempre più in difficoltà.

In Iraq li hanno chiamati Consigli del Risveglio, al-Shawa, ed hanno funzionato davvero. Si sta provando lo stesso meccanismo nello Yemen, terra natale di Bin Laden dove la filiale del network del terrore mondiale è più forte. In Afghanistan non ha funzionato ma una ragione c’è: i nemici non erano “gli arabi” di al Qaeda che dopo l’invasione dell’Iraq sono partiti in massa in quel paese per combattere i marine. Il nemico è stato ed è un gruppo locale e non “straniero”: i talebani.

In Iraq le tribù sunnite si sono schierate con gli statunitensi perché avevano capito che gli Usa potevano proteggerli dalla maggioranza sciita e perché il nemico, tutto sommato, era uno straniero. I guerriglieri di al Qaeda provenivano un po’ da tutti i paesi musulmani, soprattutto Algeria, Sudan, Arabia Saudita ma pur sempre stranieri. Le tribù pashtun afgane sono invece organizzate in modo meno gerarchico rispetto a quelle irachene e soprattutto rifiutano di “scaricare” i talebani, anch’essi afghani, e restano neutrali. Oltretutto, le punizioni medievali che si richiamano alla Shariya islamica, come la lapidazione e il taglio della mano, erano state introdotte nel paese negli anni Ottanta dagli “arabi” portati da Osama Bin Laden. Ma la nuova generazione degli “studenti coranici” ha preso le distanze da quella precedente allevata dall’ideologo di al Qaeda, l’egiziano Ayman al Zawahiri. (a.f.a.)