Atlantide
25.07.2011 - 19:24
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25 lug 2011 19:24 - (Agenzia Nova) - La redazione augura buone vacanze a tutti gli abbonati. Il prossimo numero di "Atlantide" sarà trasmesso il 5 settembre 2011.
ANALISI
 
Terrorismo: cause nazionali ma conseguenze più vaste per gli attentati in Norvegia
Roma, 25 lug 2011 19:24 - (Agenzia Nova) - Se non si tengono presenti alcuni dati è difficile apprezzare fino in fondo l’enormità di quanto è accaduto lo scorso 22 luglio in Norvegia: anche se recenti stime hanno ridotto il bilancio delle vittime a 76, siamo in presenza di un numero di morti che equivale al doppio dei caduti italiani in combattimento in Afghanistan. Se poi si tien conto delle dimensioni effettive della popolazione norvegese, che è appena un dodicesimo di quella italiana, l’effetto quantitativo è paragonabile a quello che da noi avrebbe avuto l’assassinio di un migliaio di persone, per di più in larghissima maggioranza giovani.

Gli attacchi che hanno insanguinato il centro di Oslo e l’isola norvegese di Utoya non paiono riconducibili a un disegno jihadista né ad altre oscure trame di carattere internazionale, seppure in un primo momento non mancassero i motivi per temere che dietro la strage potessero esservi degli emissari del colonnello Muhammar Gheddafi. Suscitavano sospetti, in particolare, la volontà chiarissima di colpire un governo, quello guidato dal primo ministro progressista Jens Stoltenberg, che aveva disposto la partecipazione degli aerei del proprio paese ai raid contro Tripoli, e la circostanza che risultasse un bersaglio relativamente più facile da colpire rispetto a Parigi, Londra o Roma.

Tuttavia, la cattura di Anders Behring Breivik sulla scena del più efferato dei suoi delitti – la mattanza a sangue freddo di decine di giovani indifesi e nell’impossibilità di fuggire – ed il reperimento del suo sconcertante dossier pubblicato on-line alla vigilia degli attentati, hanno modificato sensibilmente il quadro.

L’ipotesi di un episodio riconducibile al terrorismo sponsorizzato da uno Stato è uscita di scena, lasciando tuttavia il campo a nuove inquietudini, che non permettono in alcun modo di archiviare quanto è accaduto come un fatto puramente interno alla Norvegia. Il massacro di Utoya e l’autobomba scoppiata nel quartiere degli edifici governativi della capitale norvegese sono infatti apparentemente serviti soprattutto a propagandare il progetto politico contenuto in un lungo file, intolato “Dichiarazione d’indipendenza dell’Europa”, che l’autore della strage ha immesso nel web prima di dar corso ai suoi attacchi.

Il testo, lungo ben 1518 pagine, è stato scritto direttamente in inglese, circostanza che comprova l’intenzione del suo estensore di parlare ad un pubblico vasto e certamente più ampio della platea nazionale del proprio Paese. Egualmente rivelatori di una volontà di agire su scala transnazionale sono tanto l’invito a tradurre quanto prima il documento in francese, spagnolo e tedesco, che si rinviene nelle pagine iniziali del documento, quanto gli ampi riferimenti a vicende storiche più o meno lontane che concernono non solo il ristretto ambito scandinavo ma l’Europa tutta.

Breivik pone l’accento sulla minaccia che il multiculturalismo e l’immigrazione rappresentano per l’indipendenza e la sovranità dei popoli europei, identificando nella penetrazione dell’Islam la sfida principale da affrontare, in primo luogo rimuovendo dalla scena le forze politiche che maggiormente avrebbero, nella sua visione, contribuito a spalancare al “nemico” le porte del continente, aprendo la via alla costruzione della cosiddetta “Eurabia”.

In questo contesto, hanno trovato spazio nel lungo dossier anche alcune scelte fatte dall’Italia negli ultimi 40 anni, a partire dalla tregua siglata con l’Olp durante la Guerra fredda, ammessa da Francesco Cossiga, fino al più recente sostegno assicurato dal nostro paese ai musulmani balcanici in Bosnia-Erzegovina e nel Kosovo. Non è stato risparmiato neanche il papato, anche se Breivik auspica per il futuro un ruolo incisivo della Santa sede nell’innesco della nuova crociata che viene proposta ai seguaci. I cristiani sarebbero sotto assedio e vengono invitati ad intraprendere una controffensiva contro l’Islam, alla quale dovrebbero essere associati anche gli ebrei, che si prevede successivamente di difendere strappando ai musulmani il controllo politico dell’Anatolia e di una fascia importante di territorio mediorientale.

Proprio tale aspetto del programma, di sapore quasi neocon, impedisce di definire semplicisticamente il progetto eversivo di Breivik come neonazista, seppure dal nazismo il terrorista norvegese abbia chiaramente importato una concezione molto chiusa e quasi medioevale dell’Europa da costruire, caratterizzata dalla presenza di una moltitudine di fortezze, signori della guerra e suggestioni derivate da un lontano passato. Il programma pare quindi piuttosto confuso ed in una certa misura post-ideologico, ma sarebbe un errore sottovalutarne il potenziale, perché può rappresentare un punto di riferimento per gli elementi socialmente e culturalmente più marginali, che si trovano particolarmente a disagio in un’Europa sempre più in crisi ed in evidente declino rispetto al resto del mondo, nella quale molte sicurezze sono venute meno e la presenza di percentuali crescenti d’immigrati extraeuropei è vissuta come una minaccia.

La protesta antiglobal non è un’esclusiva della sinistra extraparlamentare e dei gruppi che si raccolgono attorno ai black block in nome di un’astratta giustizia sociale internazionale, ma ha anche interpreti sull’estremo opposto dello spettro politico. Far appello alla variegata area delle espressioni di destra che si contrappongono alla globalizzazione, contestandone gli effetti dispiegati sulle tradizioni e l’identità nazionale dei popoli europei, è probabilmente proprio ciò che Breivik ha inteso fare con la strage di venerdì scorso. A quanto si è appreso dai primi interrogatori, il terrorista norvegese non avrebbe agito da solo, ma con alcuni complici, che avrebbero già costituito almeno due cellule operative dentro la Norvegia. Ricerche sono però in corso anche in altri paesi europei – tra i quali la Gran Bretagna e la Polonia – per accertare eventuali diramazioni internazionali. (g.d.)
 
Afghanistan: il quarantunesimo militare italiano cade a Bala Murghab
Roma, 25 lug 2011 19:24 - (Agenzia Nova) - Mentre progredisce la prima fase del trasferimento agli afgani delle sette tra province e città selezionate per l’avvio della transition strategy, il contingente italiano ha subito un’ulteriore perdita nella zona di Bala Murghab, in seguito a due attacchi condotti da elementi della guerriglia ai danni di una pattuglia mista che stava conducendo una perlustrazione nei pressi di un villaggio nel quale era stata segnalata la presenza di armi e munizioni da sequestrare. Il caporalmaggiore dei paracadutisti David Tobini, appartenente al reggimento Nembo della brigata Folgore, è stato ucciso. Altri due suoi colleghi sono invece rimasti gravemente feriti, uno dei quali ridotto in condizioni critiche.

Occorre sottolineare come la provincia di Baghdis, nella quale si sono verificati gli scontri, si trovi al confine con il Turkmenistan e sia da tempo, con i più meridionali distretti di Bakwa e del Gulistan, una delle due zone più pericolose nelle quali operino i militari italiani. Dalle prime ricostruzioni dell’accaduto, pare altresì che i nostri militari abbiano incontrato notevoli difficoltà nel disimpegnarsi dal villaggio, nel quale erano ripiegati dopo esser caduti in un’imboscata tesa nelle vicinanze, al punto che i nostri comandi hanno dovuto chiedere l’intervento di una forza aerea ragguardevole, composta da elicotteri ed aerei statunitensi e francesi.

Mentre non suscita particolare stupore il fatto che i militari italiani continuino a sostenere combattimenti – si combatte ormai in quasi tutto l’Afghanistan e la prospettiva di un ritiro pressoché completo dei contingenti occidentali entro la fine del 2014 incoraggia la guerriglia a farsi avanti – è motivo di perplessità l’inerzia dimostrata dalla politica. Dopo gli incidenti costati la vita a sei militari francesi tra il 13 ed il 14 luglio scorsi, il presidente Nicolas Sarkozy ha inviato il capo di Stato maggiore della Armée de Terre, generale Elrick Irastorza, nella provincia di Kapisa con l’ordine di modificare la postura del contingente transalpino e ridurne l’esposizione al pericolo. E’ stata una decisione sicuramente corretta, perché se è certo che le decisioni di permanenza o ritiro non debbono dipendere dalle perdite che si riportano, non almeno sul momento, è invece evidente che è il mutato contesto strategico a dover imporre una riflessione.

Gli statunitensi hanno deciso di ripiegare e se ne è avuta una riprova ulteriore con l’arrivo dell’ambasciatore Ryan Crocker a Kabul, coinciso con la conferma che gli Stati Uniti non mirano ad allestire basi permanenti nel paese centrasiatico. Se Washington ha rinunciato – forse giudicando realisticamente impossibile o non conveniente – al tentativo di vincere il conflitto, non si vede in effetti perché il nostro paese debba insistere nell’esporre i nostri soldati come se nulla fosse cambiato nei mesi scorsi. Tra un rimpatrio che indebolirebbe l’immagine dell’Italia e lasciare tutto come sta, esiste una terza alternativa, che dovrebbe essere esplorata: tener fede formalmente agli impegni, mantenendo i militari in Afghanistan, ma trincerandoli nelle basi e proteggendoli il più possibile. Perdere militari adesso, in effetti, significa sacrificarli ad un progetto politico-strategico che non pare più esser condiviso dall’amministrazione Usa. (g.d.)