Mezzaluna
20.07.2011 - 18:46
ANALISI
 
Egitto: la rivolta dei riformisti disorienta la giunta militare e indebolisce gli islamici
Roma, 20 lug 2011 18:46 - (Agenzia Nova) - In Egitto, tutte le giovani forze politiche laiche e riformiste nate dopo la caduta di Mubarak, oltre a prendere le distanze dalla Confraternita islamica, stanno apertamente contestando il Consiglio supremo delle forze armate ed il suo governo ad interim. Governo che non sembra in grado di reggere l’urto di una rinnovata protesta. Con il risultato che la Giunta militare si trova ora costretta a scendere a patti, l’esito dei quali, vista la crescente diffidenza della piazza, non sembra affatto scontato. Fino a poco tempo fa, molti osservatori, una volta deposto il regime dell’ex presidente Hosni Mubarak, ritenevano che la giunta militare che ha preso il potere in Egitto avrebbe potuto, anche se con qualche difficoltà, gestire la transizione del paese verso un sistema di governo democratico.

Grazie ad una tacita intesa con i Fratelli musulmani, principale forza nel paese sdoganata anche dall’amministrazione Usa del presidente Barack Obama, i militari avrebbero vigilato affinché il grande paese arabo non subisse una deriva islamista. Gli ultimi avvenimenti sembrano tuttavia indicare un diffuso malcontento che rischia di mettere a rischio un simile progetto, soprattutto tra i “giovani della rivoluzione del 25 gennaio”, il motore che ha fatto partire l’intifadah egiziana. Il rimpasto che ha coinvolto la metà del governo di Essam Sharaf rappresenta un evento eccezionale. O almeno, lo è per un paese arabo in cui, fino a pochi mesi fa, un atto del genere non sarebbe mai stato possibile senza una decisione dall’alto.

Facendo a meno della partecipazione dei Fratelli Musulmani, una piazza neanche tanto affollata come nei giorni della rivolta è riuscita a piegare il potere esecutivo alla sua volontà grazie alla spinta dei giovani che l’hanno animata. Gli islamici non hanno preso parte alla battaglia per il rinnovo dell’esecutivo e neppure alla “bonifica” degli apparati di sicurezza. La settimana scorsa, in una mossa senza precedenti nella storia della Repubblica egiziana nata nel 1952, ben 625 “funzionari di alto rango” del ministero dell’Interno sono stati invitati ad andare in pensione. Proprio come chiedevano i riformisti che vogliono fare piazza pulita della vecchia nomenclatura del regime di Mubarak.

"Bonifica” e “rimpasto” sono state due battaglie che hanno visto gli islamici fuori della piazza. Questa è una prova del fatto che essi non sono così determinanti negli equilibri politici del paese, come invece si riteneva. Nel frattempo, la confraternita islamica si è frammentata in due partiti politici. Non solo, ma una nuova corrente rivale, come quella dei “salafiti”, è emersa sottraendo consenso ai Fratelli, che finora hanno monopolizzato la rappresentanza islamista tra la popolazione, soprattutto dei ceti più poveri. Anche la decisione di candidarsi alle prossime presidenziali presa dal loro ormai ex esponente di punta, Hassan Abul Fotuh, contro il volere della dirigenza, ha contribuito ad indebolire ulteriormente il movimento, che sembrava ormai destinato a “divorare” i suoi avversari alle elezioni legislative.

Indebolimento certificato la settimana scorsa, quando una manifestazione concordata con i salafiti è saltata all’ultimo momento senza alcune spiegazione apparente. Si tratta di una frammentazione che mina la potenzialità dei Fratelli di aggiudicarsi, come unico blocco, il maggior peso nel prossimo parlamento, come era ampiamente preventivato da amici e avversari. La debolezza dei Fratelli coincide con le difficoltà della giunta, sempre più apertamente contestata dalla piazza. Un singolo episodio spiega bene come il grande affetto dei dimostranti, nato durante i giorni della rivolta, sia ormai spento.

La settimana scorsa il generale Tareq al Mahdi, membro della giunta militare, è stato costretto a lasciare la famosa piazza Tahrir del Cairo, a causa delle forti contestazioni della folla, che gli ha impedito di parlare. Intervenuto ai microfoni della tv di stato, il generale ha dichiarato che “una minoranza” di contestatori lo ha attaccato mentre stava pronunciando un discorso, mentre altri dimostranti avrebbero cercato di difenderlo. Tuttavia le immagini trasmesse dall’emittente “al Arabiya” hanno mostrato quasi l’intera folla gridare slogan contro l’esercito. Piazza Tahrir è teatro dall’8 luglio di un sit-in di protesta permanente, ed è esasperata per le troppe promesse mancate, come il risarcimento in danaro per i familiari dei “caduti della rivoluzione".

Alla giunta i riformisti contestano anche il fatto che nessun cambiamento vero sia stato realizzato nel paese dopo l’affermazione della rivolta. A molti egiziani suona strano infatti che nessuno degli esponenti del vecchio regime, processati e incarcerati per corruzione, sia un militare. Nemmeno un personaggio come il generale Omar Suleiman, numero due del regime di Mubarak, è stato chiamato in causa. In prigione finora sono finiti gli esponenti civili che facevano parte dell’entourage del figlio di Mubarak, Gamal. Eppure tutti sanno che l’esercito controlla di fatto l’industria del paese attraverso le gigantesche strutture del ministero della Difesa, gestite dai generali dell’esercito.

Ma forse i motivi profondi della “nuova rivolta” hanno origine nella prima vera sconfitta subita dai giovani il 20 marzo scorso, con la schiacciante vittoria del sì al referendum sugli emendamenti costituzionali. I fratelli musulmani e quel che resta del partito di governo dell’ex presidente Mubarak si erano schierati appunto per il “sì”, mentre tutte le altre forze nate dopo la rivolta erano per il “no”, al fine di ottenere una sostanziale riscrittura della Costituzione. Quale sia il filo che lega i militari agli islamici non è un mistero. Anche se non lo ammettono pubblicamente, i dirigenti della Confraternita islamica sono legati da un “patto” con la giunta.

Per sdoganarsi, i Fratelli si sono impegnati infatti a formare un partito politico con un nome “non islamico”; di non concorrere con un proprio candidato alle presidenziali; e di concorrere alla formazione del parlamento, ma solo per un terzo dei seggi. Condizioni poste dai militari egiziani per assicurare un governo e un presidente laico che garantiscano una continuità con il passato regime. Si tratta di un indirizzo voluto fortemente dall’amministrazione Usa, soprattutto per far rispettare gli impegni di pace dell’Egitto con Israele. Un impegno che la giunta ha già assicurato allo stato ebraico, come ha rivelato lo stesso premier israeliano, Benjamin Netanyahu, in un'intervista rilasciata alla tv saudita “al Arabiya".

Oltre allo “sdoganamento” del movimento messo al bando del deposto regime, che cosa ha offerto ai Fratelli la giunta militare? Una cosa essenziale: lasciare intatto l’articolo della costituzione che stabilisce che “tutte le leggi dello stato sono ispirate all’Islam”. Ed è questo il motivo di fondo che divide le nuove forze riformiste da una parte e i militari assieme agli islamici dall’altra. La nuova generazione infatti è generalmente laica, e non ha fatto la sua rivoluzione per sottoporsi ancora ai dettami della Shariya coranica. Del resto, che l’opinione pubblica del paese sia orientata verso una stato laico, lo rilevano due sondaggi recenti: uno realizzato dall’esercito e l’altro da Senofit, un istituto demoscopico privato. Un clima di laicità si sta dunque affermando, nonostante i grandi spazi concessi alla corrente islamica a seguito della rivoluzione del 25 gennaio.

Un altro motivo non secondario di forte contrasto è la data delle elezioni: il fronte riformista ha chiesto e ottenuto un rinvio di due mesi delle elezioni legislative, stabilite in un primo momento a settembre. Un rinvio ancora insoddisfacente per i riformisti, di recente formazione, che hanno bisogno di più tempo per organizzarsi. Per lo stesso motivo i Fratelli, che invece sono già pronti, sono decisamente favorevoli ad andare al voto il prima possibile. La giunta militare si mostra incerta, e sembra non sapere quale dei due contendenti accontentare. Ma la partita si giocherà forse proprio su quest'ultimo punto. (a.f.a.)
 
Siria: l'opposizione cresce, ma il regime di Assad reagisce sempre più duramente
Roma, 20 lug 2011 18:46 - (Agenzia Nova) - La situazione in Siria sembra entrata in una fase molto pericolosa, ma nello stesso tempo anche di sostanziale stallo; uno stallo dettato da un paradossale equilibrio di forze e che appare destinato a durare nel tempo: manifestanti che scendono in piazza e nelle strade ogni venerdì, e forze di sicurezza del regime che rispondono duramente aprendo il fuoco con l’intento di uccidere. Tutto da la percezione di una ripetizione: l’unica variante è il numero delle vittime degli scontri che salgono oppure scendono secondo le stime dell’opposizione in quanto quelle ufficiali sono, per ovvie ragioni, carenti. Il quadro però è molto più complesso di quello che i media riescono a riferire sugli avvenimenti in corso.

La situazione ha sviluppi drammatici settimana dopo settimana: contemporaneamente al crescente rafforzamento dell’opposizione, il regime aumenta ogni giorno l'intensità della sua repressione e ricorre a metodi sempre più cruenti per imporre il suo potere, dimostrando di essere determinato a mantenerlo. L’evidente rafforzamento dell’opposizione è dimostrato dal fatto che le proteste hanno ormai raggiunto oltre 150 fra città, paesi e villaggi della Siria. Maggiore è anche la partecipazione a queste manifestazioni: fino a poco tempo fa, nessuno avrebbe immaginato che mezzo milione di persone uscissero per le strade di Hama e quasi un milione (come sostiene l’opposizione) la settimana appena passata a Dir al Zour e dintorni.

Un’altra novità nelle file dell’opposizione è rappresentata dal moltiplicarsi delle conferenze: infatti, dopo le riunioni di Antalya in Turchia e di Bruxelles, una terza conferenza e con una più ampia partecipazione rispetto alle precedenti, per qualità e quantità di rappresentanza, ha avuto luogo la settimana scorsa a Istanbul. Alle ultime riunioni hanno preso parte organizzazioni, associazioni e personalità che non erano presenti o rappresentate né ad Antalya né a Bruxelles.

Un altro segnale significativo che riflette la forza del Fronte della protesta è rappresentato anche dal fatto che le manifestazioni avvengono in giorni diversi dal venerdì, la tradizionale giornata di preghiera musulmana collettiva nelle moschee. Il venerdì viene in genere scelto perché rende oggettivamente meno complicato riunire la folla per partecipare alla manifestazione. Il fatto che in Siria ormai la gente si raduni anche a prescindere dalla preghiera collettiva indica quindi che la soglia della paura nella popolazione si è notevolmente abbassata, ma anche che il regime sta iniziando a sgretolarsi, malgrado l'ostinazione dei vertici e la brutalità dell'apparato di repressione.

E’ vero però che le due principali città del paese, Damasco e Aleppo, non si sono ancora mosse in modo significativo. Nelle due città, abitate prevalentemente dal ceto medio, vive oltre il 20 per cento della popolazione dell’intera Siria ed entrambe rappresentano il motore economico principale del paese. Il “bazar”, tuttavia, che è il fulcro del commercio e del mercato nei paesi arabi, non ha ancora gettato il suo peso nella disputa, e probabilmente prima di schierarsi attende di vedere chi finirà per affermarsi fra regime e opposizione.

Tuttavia è proprio il deterioramento della situazione economica, causato oltre che dalla rivolta anche dalle sanzioni imposte dalla comunità internazionale, che molto probabilmente sarà destinato a giocare un ruolo fondamentale, spingendo il "bazar" a schierarsi: e questo a scapito evidentemente del potere ed anche in tempi piuttosto brevi. Stando a dati riportati dal quotidiano palestinese “al Quds al Arabi”, in Siria "negli ultimi giorni gli scambi commerciali interni si sono pressoché dimezzati”, mentre le prenotazioni negli alberghi “sono poco sopra lo zero”. Il che, se è vero, significa che la stagione turistica è del tutto crollata.

La comunità internazionale ha avuto nel caso della Siria un atteggiamento ben diverso rispetto alla Libia del colonnello Muhammar Gheddafi, scommettendo su un crollo economico nella speranza che fosse la strada meno costosa per determinare la caduta del regime del presidente Bashar al Assad. Stati Uniti e Unione europea non possono dare il via ad un’operazione militare come quella intrapresa nei confronti di Gheddafi per molti motivi. Intanto perché, a differenza degli insorti di Bengasi, è la stessa opposizione siriana ad opporsi a qualsiasi intervento straniero; in secondo luogo perché le forze del regime siriano, sia a livello di apparati di sicurezza e controllo che di strutture militari, sono molto più preparate rispetto a quelle libiche e potrebbero provocare delle perdite nelle file della Nato.

Damasco inoltre può contare su un reale appoggio da parte di una potenza regionale alleata come l’Iran, e di una forte milizia come gli Hezbollah libanesi, che potrebbero minacciare il contingente di pace dell’Unifil nel sud del Libano. Non è da sottovalutare, inoltre, il significativo appoggio popolare di cui gode tuttora il regime siriano. Un preoccupante indizio in tal senso è giunto ieri da Homs, dove girano insistenti voci di scontri armati tra oppositori e sostenitori del regime, durante i quali sarebbero morte una trentina di persone. Homs è una roccaforte dei fondamentalisti islamici, da sempre in guerra con il regime alawita di Damasco.

Che gruppi di giovani sostenitori di Assad, pur foraggiati dalle forze di sicurezza, impugnino le armi è una prova che non tutto il popolo sta a fianco di un’opposizione che oramai si è espressa con tutta la sua potenzialità. A meno di sorprese e avvenimenti imprevisti, è quindi lecito pensare che il destino del regime di Bashar al Assad non sia ancora segnato, almeno nel breve periodo. Oggi appare destinato a cadere, ma questo, se avverrà, potrebbe richiedere tempi piuttosto lunghi. (a.f.a.)