Atlantide
20.07.2011 - 18:28
Analisi
 
Afghanistan: l'uccisione di due parenti di Karzai incupisce l'orizzonte a Kabul
Roma, 20 lug 2011 18:28 - (Agenzia Nova) - Le prospettive di sopravvivenza fisica e politica di Hamid Karzai, il presidente dell’Afghanistan, si stanno facendo sempre più grigie. Non è soltanto l’avvio del ritiro statunitense dal suolo afgano, iniziato la scorsa settimana con il rimpatrio dei primi 650 riservisti della Guardia nazionale dell’Iowa, ad aver reso tangibile l’indebolimento del governo di Kabul, quanto i due assassinii che hanno contraddistinto l’ultima settimana afgana. La morte del più potente tra i fratellastri del presidente, Ahmed Wali Karzai, avvenuta il 12 luglio scorso, e l’attacco messo a segno da un commando suicida ai danni di Jan Mohammed Khan, cinque giorni più tardi, hanno infatti evidenziato come sia diventato sempre più difficile difendere efficacemente la cerchia dei più stretti collaboratori di Hamid Karzai.

Fatto forse ancor più grave, l’uscita di scena di queste due personalità, maturata pressoché contemporaneamente in circostanze tanto drammatiche, ha compromesso in modo probabilmente irrimediabile il tentativo del fragile presidente afgano di dotarsi di un proprio seguito nelle province meridionali del suo paese, quelle dove tra l’altro l’insurrezione filo-talebana è sempre stata più aggressiva e pericolosa Ahmed Wali Karzai era l’uomo forte della provincia di Kandahar e per quanto fosse un personaggio discusso – ed inviso a non pochi alleati, in ragione della sua sospetta complicità con il mondo del narcotraffico, nonostante le rivelazioni concernenti le sue collaborazioni con la Cia – svolgeva un ruolo importante nel contrastare la penetrazione della guerriglia nelle zone che erano state la culla del movimento talebano.

Ahmed Wali Karzai, che aveva contribuito in modo determinante ad organizzare nell’autunno del 2011 il ritorno del fratellastro Hamid nel suo paese, era stato anche investito della responsabilità di guidare il clan pashtun al quale appartiene il presidente, quello dei Durrani Popalzai, ed è significativo notare come il capo dello stato afgano si sia immediatamente precipitato a Kandahar, anche per affidare a Shah Wali Karzai, con una Jirga d’emergenza, la leadership del proprio raggruppamento tribale.

Non è peraltro chiaro se l’assassinio sia o meno davvero maturato ad opera di un’iniziativa della guerriglia, perché l’omicida è risultato essere una persona di fiducia di Ahmed Wali Karzai e della sua famiglia. Non possono pertanto escludersi moventi di natura personale, magari economici, anche se vi è chi ha fatto notare come Sardar Mohammed, l’uccisore, avesse tra i suoi parenti anche un mullah e possa quindi esser stato avvicinato in qualche modo dai talebani. Alcuni suoi spostamenti lo avevano tra l’altro portato più volte a Quetta negli ultimi tre mesi.


Gravi anche le conseguenze dell’assassinio di Jan Mohammed Khan

Non vi sono molti dubbi, invece, sulla matrice dell’omicidio di cui a Kabul è rimasto vittima il 17 luglio scorso Jan Mohammed Khan, membro eminente dello stesso clan pashtun dei Popalzai, guidato dalla famiglia Karzai. Jan Mohammed è stato in effetti freddato a casa sua insieme ad un parlamentare dell’Uruzgan, Mohammed Ashim Watanwal, da un commando suicida composto da almeno tre persone, quindi nel contesto di un’operazione complessa, e anche la sua eliminazione va molto probabilmente inquadrata nell’offensiva Badr che la guerriglia ha scatenato contro i gangli vitali del nuovo Afghanistan.

Per quanto fosse meno conosciuto di Ahmed Wali Karzai, neanche l’apporto di Jan Mohammed Khan alla fitta rete di clientele con la quale il presidente stava puntellando il suo potere era trascurabile e la scomparsa dei due dispiegherà probabilmente effetti importanti sul destino del capo dello stato. Jan Mohammed era sostanzialmente il proconsole di Karzai nella delicata provincia meridionale dell’Uruzgan, di cui aveva diretto il governatorato fino al 2006, prima di esserne allontanato a richiesta degli olandesi, che lamentavano le sue pressioni dirette ad utilizzare le forze dell’Isaf per eliminare i rivali locali. Ma neppure la sua rimozione ne aveva ridotto più di tanto le capacità di tutelare gli interessi regionali del presidente.

Senza Wali Karzai e Mohammed Khan, nel sud afgano si aprono ora ampi spazi alla riscossa talebana, di cui gli osservatori più attenti hanno già colto i primi sintomi: il 18 luglio, ad esempio, proprio nella zona di Kandahar i guerriglieri sono riusciti ad imporre un blocco di quattro ore al funzionamento della telefonia cellulare, rivelando la rapida crescita della loro influenza locale. Anche se i militari statunitensi hanno colto nei mesi scorsi successi importanti proprio in quell’area, il segnale che le due uccisioni sono riuscite ad imprimere ha evidentemente indotto molte persone a riconsiderare il proprio atteggiamento, attenuando la loro propensione a schierarsi con le forze filo-governative.


Karzai: un "morto che cammina"?

Ci si può chiedere se, e fino a che punto, lo stesso Hamid Karzai possa considerarsi a questo punto un dead man walking: un “morto che cammina”. E’ possibile, in effetti, che la domanda se la ponga lo stesso presidente, che d’ora in avanti potrà assumere ancora minori rischi personali. E’ forse anche per questo motivo che Karzai ha evitato di presenziare all’importante cerimonia con la quale l’Isaf ha restituito alla piena competenza delle forze di sicurezza del suo governo la tranquilla provincia di Bamiyan, preferendo farsi rappresentare in loco dai ministri della Difesa e dell’Interno. E’ comunque molto probabile che l’attacco sferrato direttamente contro la cerchia familiare del presidente sia stato incoraggiato anche dalla decisione Usa di non scommettere più su di lui, resa palese in giugno dalle dichiarazioni al Congresso con le quali l’ex segretario alla Difesa, Robert Gates, aveva reso noto che Karzai non avrebbe chiesto un terzo mandato per sé nel 2014.

Non essendo all’orizzonte nessuna soluzione di ricambio, non può infatti esser escluso che la stessa carica presidenziale sia ormai entrata nel novero delle poste “disponibili” di cui si discute nell’ambito dei colloqui avviati dagli Stati Uniti con gli emissari della shura di Quetta del mullah Omar. La situazione si sta evolvendo al punto che un’influente parlamentare della Camera bassa di Kabul, Hama Soltani, eletta nella provincia pashtun di Ghazni, ha esplicitamente rivendicato la propria investitura a tramite tra i talebani ed il presidente Karzai, senza che le succedesse alcunché: un fatto significativo, sotto molti punti di vista, inclusa l’implicita apertura ad una rivalutazione del ruolo della donna che i guerriglieri starebbero indirettamente lanciando attraverso di lei.

In tutto questo, non è fuori luogo chiedersi cosa davvero stiano cercando di fare gli Stati Uniti e se gli sviluppi che si delineano consiglino ancora al nostro paese di rimanere fedele ai piani concordati in ambito atlantico tra il novembre ed il marzo scorsi. Sono infatti cambiati molti elementi dello scenario e soprattutto il paradigma strategico generale cui pare improntarsi l’azione nella sfera internazionale di Washington, che sarebbe adesso più accentuatamente isolazionista e desiderosa di trasferire sugli alleati, i competitori ed i rivali degli Usa gli oneri fin qui sostenuti per stabilizzare il pianeta.

In Afghanistan, il generale David Petraeus ha appena trasmesso il comando al suo collega John Allen, senza aver lasciato sul terreno risultati neanche lontanamente paragonabili a quelli ottenuti dal suo surge in Iraq. Il tempo che è riuscito ad acquisire perché potesse essere rafforzato un progetto di governo a Kabul è servito solo a rintracciare ed uccidere Osama bin Laden e così permettere agli Stati Uniti d’ipotizzare un ritiro senza sconfitta. Mentre tutti credono che la Nato e l’Occidente stiano cercando tuttora di potenziare le capacità militari dello stato afgano, per consentire all’esecutivo di Kabul di ripetere dopo il 2014 l’exploit realizzato da Najibullah nel 1989 dopo il ripiegamento dell’Armata Rossa, la realtà pare ben diversa. La Casa Bianca pare piuttosto orientata ora a restituire l’Afghanistan alle preoccupazioni delle maggiori potenze regionali dell’area, se non addirittura, più seccamente, abbandonarlo ad un nuovo ciclo della guerra civile che si combatte ormai quasi ininterrottamente dal 1978, nel quale ciascuna parte coinvolta cercherà dei sostenitori all’estero, attivando una fase ulteriore del “grande gioco”, in cui non ci sarà alcuno spazio per le ambizioni umanitarie degli europei.

La Francia pare averne già preso atto, avviando un ritiro speculare a quello statunitense, sia nelle dimensioni che nella tempistica. Ma è forse più interessante la circostanza che l’Eliseo, dopo la morte recente di altri sei militari transalpini, avvenuta la scorsa settimana proprio a cavallo dei festeggiamenti del 14 luglio, abbia disposto l’irrigidimento delle misure di sicurezza alle quali dovrà subordinarsi nel prossimo futuro l’attività del contingente di Parigi. I francesi riducono le loro forze e le trincerano, avendo capito che Washington non cerca più la vittoria e non val più la pena esporsi troppo. E’ un’indicazione sulla quale sarebbe opportuno che anche in Italia si meditasse. (g.d.)