Mezzaluna
13.07.2011 - 18:45
ANALISI
 
Egitto: a 5 mesi dalla caduta di Mubarak, la giunta militare è in difficoltà
Roma, 13 lug 2011 18:45 - (Agenzia Nova) - A oltre cinque mesi dalla caduta del regime dell’ex presidente Hosni Mubarak, l'Egitto sembra pericolosamente avviato verso il caos. Dopo giorni di proteste che ricordano quelli della rivolta iniziata il 25 gennaio, in questi giorni nel grande paese arabo c’è stata grande tensione: le dure contestazioni dei giovani della rivolta stanno infatti mettendo a rischio l’autorità, finora riconosciuta, della giunta militare che gestisce il potere dallo scorso febbraio. Una rivolta rinnovata che ha costretto il Consiglio supremo delle forze armate a mostrare maggiore fermezza per contrastare le continue proteste e sit-in in diverse città del paese, e soprattutto nella centralissima Piazza Tahrir del Cairo.

Sono molteplici e complessi i motivi di malessere della popolazione che hanno portato alla situazione attuale. Il rischio è quello di un implodere di quella rivoluzione che tanto ha fatto sperare gli egiziani. La preoccupazione più grande è quella di un ritorno dei nostalgici del deposto regime, e l'instaurarsi di una situazione instabile e di caos non può che giovare loro per tentare di rioccupare i posti del potere. La giunta militare, accolta all’inizio con grande entusiasmo dalla popolazione, ora sembra dare segni d'incertezza. Non si spiega altrimenti il forte monito del generale Mohsen al Fangari, vicecapo della giunta, che apparendo martedì in tv dopo aver parlato di “anarchia”, ha avvertito l’opposizione che “tutte le opzioni sono aperte per fronteggiare la situazione”, compreso il ritorno al coprifuoco.

Un proclama che denota, appunto, l’incapacità dei militari di capire le regioni vere dell’insoddisfazione crescente nel paese. La folla è tornata a riempire le piazze perché non è soddisfatta né del governo di Essam Sharaf, né tantomeno dei militari. Alla giunta si contesta di non avere sostanzialmente introdotto alcun vero cambiamento nella gestione dello stato: finora le riforme politiche e sociali sono state davvero limitate, mentre le istituzioni principali sono ancora sostanzialmente gestite dalla stessa nomenclatura dell’epoca di Mubarak. Di fatto, a pagare finora sono stati soltanto ministri e uomini d’affari che giravano intorno all’orbita del figlio dell’ex rais, Gamal Mubarak, il quale ambiva a divenire il successore di suo padre.

Nessun generale dell’esercito è stato chiamato in causa per rispondere di reati di corruzione o per lo sperpero di denaro pubblico, come è invece successo agli esponenti civili del vecchio regime. Eppure, la potente gerarchia militare gestisce una buona parte dell’industria di stato. Per comprendere quanto sia “clemente” la magistratura del post-Mubarak, basti pensare che persino il generale Omar Suleiman non è stato toccato da alcuna accusa: eppure era a capo dell’intelligence e braccio destro di quel Mubarak di cui molti chiedono la testa. Anche l’immunità di fatto riservata finora ai responsabili dei vecchi apparati di sicurezza è un altro motivo di forte recriminazione.

Molti egiziani non riescono ad accettare l’idea che, a quasi sei mesi dalla rivolta che ha portato all’abrogazione della tanto odiata legge dello stato d’emergenza, imputati civili vengono ancora giudicati da una Corte marziale. Non basta, il tribunale militare di Suez ha rilasciato ufficiali della polizia che secondo l’accusa erano coinvolti nell’uccisione “a sangue freddo” di decine di dimostranti durante la rivolta di gennaio. L’apparato di sicurezza egiziano era stato concepito come strumento di repressione a difesa del regime, ed è difficile pensare che possa continuare a gestire la sicurezza e l’ordine. Molti egiziani credono che il Consiglio supremo avrebbe dovuto già affrontare, se non risolvere, il problema: ricostruire cioè i suoi vertici con uomini nuovi adeguati alla nuova era di democrazia per la quale la giovane generazione egiziana si è battuta.

E’ fuori dubbio che ricostruire le strutture di sicurezza non sia un impegno semplice e che richieda molto tempo. Ma l’impressione di molti cittadini è che la situazione sia rimasta immutata rispetto al passato. Mandare in pensione qualche vecchio funzionario e sostituirlo con qualche giovane ufficiale di provata fede riformista avrebbe forse lanciato un segnale positivo. Sono molte le ragioni per le quali i giovani d’Egitto temono che la rivoluzione possa esser loro strappata di mano, tra cui il mancato pagamento dei risarcimenti ai familiari dei caduti durante le proteste.

Il fatto che Mubarak non sia stato ancora processato è un altro segnale non gradito per coloro che chiedono giustizia e vogliono vedere l'ex rais rispondere delle sue responsabilità. A molte vittime della repressione del deposto regime del Cairo, certamente, non fa piacere ascoltare Condoleezza Rice, ex segretario di stato Usa, dire che sovente l’ex presidente Mubarak le confidava che “il popolo egiziano ha bisogno di essere governato col pugno di ferro”. Un primo segnale per andare incontro alle nuove richieste della piazza, soprattutto quella laica e non islamica, i militari l’hanno tuttavia lanciato mercoledì con l’annuncio che le elezioni legislative previste per il mese di settembre potrebbero essere rinviate a “non prima di novembre”.

E' quanto ha affermato una fonte militare citata dalla tv saudita “al Arabiya”. La decisione del rinvio potrebbe placare la protesta: la maggior parte delle forze politiche nate dopo la caduta di Mubarak chiede il rinvio del voto per potersi organizzare meglio ed avere così le stesse possibilità di vittoria rispetto ai Fratelli musulmani, l’unica organizzazione radicata sul territorio che può sperare di vincere le elezioni. La stessa fonte militare ha spiegato che l’iscrizione dei candidati comincerà a settembre e “questo significa che il comando supremo delle forze armate è determinato a consegnare il paese ad un’autorità civile”. E' di oggi, infine, la notizia diramata dal ministero dell'Interno che ha reso noto il pre-pensionamento di "oltre 650 ufficiali di alto grado" della polizia. (a.f.a.)
 
Iraq: ritiro truppe Usa, Panetta concorda una proroga per un contingente fino al 2016
Roma, 13 lug 2011 18:45 - (Agenzia Nova) - La visita a Baghdad del nuovo segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Leon Panetta, sembra avere dato i suoi frutti. Nel suo primo viaggio in Iraq da capo del Pentagono, Panetta - secondo la stampa locale - ha raggiunto un accordo "di massima" con i responsabili iracheni per una proroga della presenza di truppe Usa nel paese arabo, anche dopo la scadenza fissata per la fine di quest’anno. Proroga che prevede la permanenza di un contingente militare con compiti non soltanto di “addestramento” ma anche di “difesa aerea”. Punto molto importante, quest'ultimo, perché prevede la permanenza nel paese di tre basi aeree, destinate a supplire alle carenze dell'aeronautica militare di Baghdad, tuttora inadeguata a garantire la sorveglianza dei cieli.

Dalle varie indiscrezioni trapelate sulla stampa locale è emerso che, aggirando alcuni ostacoli riguardanti la sovranità nazionale irachena, il Pentagono potrà contare su almeno tre basi aeree nel paese, situate in prossimità dei tre principali scali internazionali dell’Iraq: la capitale Baghdad, il capoluogo del sud, Bassora, e la capitale del Kurdistan iracheno nel nord, Erbil. A fornire le maggiori informazioni sull’accordo di massima raggiunto da Washington con Baghdad è il quotidiano “al Mada”. Secondo le fonti del giornale, diretto da Fakhri Karim, il più influente consigliere politico del presidente Jalal Talabani, un contingente Usa rimarrà in Iraq fino al 31 dicembre 2016.

Il quotidiano afferma di aver preso visione di un documento “top secret” che precisa “le sedi e le basi che saranno utilizzate dagli americani dopo la fine di quest’anno”. Si tratterebbe in tutto di 9 “strutture, stabilimenti e appezzamenti di terreno” in varie zone del paese, che saranno concessi in affitto dagli iracheni all’ambasciata Usa di Baghdad per l’ammontare di “mille dinari locali annui per unità”: in altre parole, la cifra simbolica di un dollaro Usa. I siti elencati nel documento si trovano tutti in zone strategiche dell’Iraq: nella zona, ricca di petrolio, di Kirkuk come nell’inquieto capoluogo di Mossul, roccaforte dei fondamentalisti islamici sunniti e dei terroristi di al Qaeda.

Ma sono Baghdad, Bassora ed Erbil le città in cui dovrebbe concentrarsi il grosso del contingente Usa, e precisamente in “strutture e spazi” nei pressi e all’interno degli aeroporti internazionali di queste grandi città, che garantiscono una presenza delle truppe statunitensi nel sud sciita come nel centro e nel nord del paese. Per ovviare alle inevitabili critiche degli oppositori circa la lesa sovranità nazionale, scrive il quotidiano diretto dal consigliere politico del presidente Talabani, il nuovo accordo “sarà subordinato alle normative previste dalla legge irachena".

Il governo di Baghdad ha chiesto due settimane di tempo per dare una risposta positiva. Il premier Nouri al Maliki non vuole assumersi da solo una responsabilità così pesante, ma sa che la maggior parte delle altre forze politiche sono in realtà d’accordo. Tuttavia ha chiesto che emerga “una decisione collegiale” di tutti i leader del paese, compresi il capo dello Stato e il presidente del parlamento. Appare scontato un sì in tempi brevi, anche perché il leader sciita legato a Teheran, Muqtada al Sadr, ha annunciato che le sue milizie armate, il famoso "esercito di al Mahdi”, rimarranno “congelate” anche nel caso di un mancato ritiro definitivo degli statunitensi dal paese dopo la fine del 2011.

Questo annuncio da parte del più fedele alleato dell’Iran, al Sadr, è arrivato quasi in contemporanea con le dichiarazioni di Panetta, il quale aveva ammesso da Baghdad che le forze statunitensi in Iraq stanno effettuando operazioni unilaterali contro le milizie sciite sostenute dall’Iran, che in poco più di un mese hanno ucciso 17 soldati Usa di stanza nel paese. “Dobbiamo agire unilateralmente contro le minacce dei gruppi sciiti, e lo stiamo facendo”, ha detto ai giornalisti, a circa un anno dalla fine dichiarata delle missioni di combattimento delle truppe a stelle e strisce.

Stando alle indiscrezioni irachene, il segretario alla Difesa statunitense sarebbe talmente sicuro di un risposta positiva di Baghdad, da avere già predisposto il rientro in tempi brevissimi di una parte dei 46 mila militari ancora di stanza in Iraq. Secondo le rivelazioni filtrate da fonti statunitense a Baghdad al quotidiano “al Sabah”, sarebbero “ventimila i soldati Usa che lasceranno l’Iraq entro i prossimi 60 giorni”. Nel contempo, c’è grande soddisfazione tra i politici per l’annuncio da parte di Muqtada al Sadr del “congelamento” delle sue milizie. Una soddisfazione che riflette come molti responsabili iracheni non vedano di buon occhio l’allontanarsi dei marine, percepiti come veri difensori del paese nel caso di un’aggressione straniera.

“La decisione di Muqtada al Sadr è un passo nella direzione giusta, perché la questione della permanenza delle truppe Usa deve essere trattata a livello politico. L’Iraq ha firmato con loro (gli statunitensi, ndr) un accordo preciso e circostanziato, e iniziative estranee alla stretta gestione politica si rifletterebbero negativamente sull’accordo stesso”, ha detto il deputato Mahmoud Osman, un esponente di punta dell’Alleanza del Kurdistan iracheno. (a.f.a.)