Atlantide
12.07.2011 - 20:23
ANALISI
 
Sud Sudan: sullo stato appena nato pende già la minaccia di guerra
Roma, 12 lug 2011 20:23 - (Agenzia Nova) - Il secondo fine settimana di luglio verrà probabilmente ricordato soprattutto per la formalizzazione della dichiarazione d’indipendenza del Sud Sudan, avvenuta il 9 luglio in seguito agli esiti del referendum di autodeterminazione celebrato nel gennaio scorso, vinto dagli indipendentisti con una maggioranza schiacciante pari al 99 per cento. Occorre ricordare come la convocazione di una consultazione di autodeterminazione fosse stata una delle condizioni fondamentali dell’accordo di pace che sei anni fa, nel 2005, aveva posto fine alla lunga guerra civile combattuta per 22 anni dalle province cristiane ed animiste del Sudan meridionale contro le autorità di Khartoum. La composizione del conflitto venne giustamente considerata come uno dei più grossi risultati ottenuti dall’amministrazione del presidente Usa George Bush, che in effetti vi aveva notevolmente contribuito.

In realtà, pur essendo senza dubbio un rilevante successo della politica africana degli Stati Uniti, d’Israele e, per certi versi, anche della Santa Sede - e parallelamente uno scacco per la Cina, grande protettrice del regime islamista di Omar Hasan al Bashir - la nascita del Sud Sudan non si presenta affatto priva di rischi per il nuovo stato. Anzi, sembra un’acquisizione quanto mai precaria, e non solo per la povertà con la quale Giuba dovrà misurarsi. Le ragioni sono molteplici, ma una spicca su tutte le altre.

Se, da un lato, il governo sudanese ha riconosciuto immediatamente la validità dei risultati del referendum sull’indipendenza del Giuba e la legittimità del nuovo stato, dall’altro Khartoum ha già iniziato da tempo a destabilizzare il Sud Sudan, utilizzando le complesse leve della politica tribale per separare dalla nuova formazione politica alcune fra le zone più riccamente dotate di risorse energetiche, come l’Abey. Altri contenziosi irrisolti, e potenzialmente dirompenti, concernono il controllo di alcuni campi petroliferi, rivendicati da entrambi gli stati sudanesi. Nei mesi successivi al referendum, gli scontri sono stati numerosi ed è prevedibile che aumenteranno ulteriormente, presumibilmente seguendo uno schema molto simile a quello del conflitto in corso in Darfur, dove gli interessi del governo sudanese sono curati soprattutto dalle milizie irregolari.

Del resto, le vicende legate alle insurrezioni del Darfur e del Sudan meridionale contro lo stato centrale sudanese si sono storicamente sviluppate parallelamente negli scorsi decenni, con ampie connessioni tra loro e diramazioni internazionali che ne hanno fatto l’epicentro di una specie di nuovo “grande gioco” per il controllo di un tratto di fondamentale importanza del Nilo. Washington e Tel Aviv hanno lungamente perseguito nell’Africa settentrionale e centrale una politica d’isolamento e destabilizzazione del Sudan, allo scopo di circondare e indebolire un paese ritenuto un punto di riferimento fondamentale sia per la propagazione dell’Islam politico radicale che per le prospettive delle aspirazioni egemoniche coltivate dalla Repubblica popolare nel continente nero.

A Khartoum, per un certo periodo, aveva trovato ospitalità anche Osama bin Laden ed è noto che a più riprese, ed anche di recente, Omar al Bashir si sia valso dell’attivo sostegno iraniano. Secondo il giornalista e scrittore francese Pierre Péan, sarebbero state determinate proprio dalla volontà di circondare il Sudan anche le iniziative sostenute dagli Stati Uniti e Tel Aviv in Congo, Uganda, Ruanda e Burundi, sfociate durante gli anni Novanta in quella che è stata concordemente definita la “guerra mondiale africana”, un conflitto di vaste proporzioni che ha fatto diversi milioni di morti.

Proprio perché sui primi passi del nuovo stato incombono gravi minacce, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato nei giorni scorsi una risoluzione che autorizza l’invio nel neonato paese di un contingente di caschi blu assai significativo, di almeno settemila uomini e novecento civili, l’Unmiss. La nuova missione sostituirà la vecchia Unmis, alla quale ha contribuito anche l’Italia, ed avrà tra i suoi obiettivi quello di consolidare la pace e prevenire il ritorno alla violenza.

E’ bene ricordare come in questo contesto sia tutt’altro che da escludere una richiesta al nostro paese di parteciparvi, che dovrebbe trovare orecchie assai ricettive dalle nostre parti, a dispetto degli evidenti problemi che gravano sulle finanze pubbliche italiane e della recente tendenza a ridimensionare gli impegni internazionali delle nostre Forze armate. Un loro apporto alla difesa del Sud Sudan soddisferebbe tra le altre cose anche l’interesse del Vaticano a proteggere l’indipendenza e l’integrità del nuovo stato ed è pertanto prevedibile un’attivazione dei politici e dei movimenti cattolici nella direzione di un nostro intervento militare in quello scacchiere. Nella XIV Legislatura, l’Italia inviò nelle province meridionali sudanesi appena liberate dal flagello della guerra un contingente di circa duecento militari. Non è impossibile che lo stesso schieramento si riattivi, magari approfittando dell’iter di conversione in legge del decreto di proroga missioni approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 7 luglio. (g.d.)
 
Belgio: la crisi istituzionale si complica ulteriormente
Roma, 12 lug 2011 20:23 - (Agenzia Nova) - Il Belgio compie un ulteriore passo verso la disgregazione dello stato, per effetto del rifiuto opposto dalla principale formazione nazionalista fiamminga, l’Nva, all’accordo di compromesso proposto da Elio Di Rupo, un socialista francofono di origini italiane che era stato incaricato dal re Alberto II di trovare uno sbocco alla grave crisi. La ricomposizione del quadro politico è ostacolata dalla circostanza che le maggiori entità federate belghe hanno sviluppato sistemi politici sostanzialmente differenti, nei quali sono emerse agende difficilmente conciliabili. Le forze federaliste e secessioniste delle Fiandre desiderano accentuare ulteriormente l’indebolimento dello stato centrale, nel quadro di una strategia che tende a renderlo progressivamente inutile, “normalizzando” in qualche modo l’idea della divisione del paese. I partiti unionisti, e soprattutto quelli che rappresentano gli interessi della Vallonia, respingono invece ulteriori avanzate che preparerebbero la dissoluzione del Belgio.

Il regno belga è già da diverse settimane il paese del mondo da più tempo privo di governo – lo è da 14 mesi – e la probabile convocazione di nuove elezioni, ritenuta ormai certa dalla gran parte della stampa locale, rappresenterà senza dubbio un momento assai delicato per la tenuta dell’unità nazionale di quel paese, la cui decomposizione potrebbe dispiegare importanti effetti a catena, sia all’interno di una serie di altri stati europei che sotto il profilo dei rapporti di forza reciproci tra le maggiori potenze del continente. Si ritiene diffusamente, infatti, che una frammentazione del Belgio rafforzerebbe le tensioni sull’unità nazionale di diversi paesi. Ne risentirebbe in primo luogo la Spagna, dove verrebbero incoraggiati i programmi più radicali immaginati dagli indipendentisti baschi e catalani. Trarrebbero altresì certamente ispirazione da un eventuale successo fiammingo anche i secessionisti che intendono promuovere la separazione della Scozia dal Regno Unito, in evidente consolidamento.

Nel caso belga, un problema rilevante è comunque rappresentato dalla futura delimitazione delle nuove entità che sorgerebbero dal Belgio diviso, posto che i fiamminghi mirano ad impossessarsi non solo delle Fiandre, ma anche di Bruxelles, che è una città prevalentemente francofona, per la quale alcuni osservatori hanno ipotizzato un futuro da distretto federale europeo, magari conservando alla sua testa la casa reale.

Dal canto loro, una parte importante dei valloni immagina per il proprio territorio un futuro all’interno di una Francia allargata, anche se nessun francofono pare disponibile ad accettare l’idea di separarsi dalla sua capitale. Proprio per questo ha assunto in questi anni una grande valenza simbolica lo scontro tra fiamminghi e francofoni sullo smembramento della più importante circoscrizione elettorale etnicamente mista del regno, quella di Bruxelles-Hal-Vilvorde.

Le piccole aree strappate dai belgi alla Germania dopo la Seconda guerra mondiale potrebbero, invece, essere restituite senza eccessive difficoltà alla Repubblica federale tedesca, venendo incontro ad una legittima aspirazione della locale minoranza germanofona e forse realizzando un compromesso utile a compensare – e quindi facilitare – una parallela dilatazione territoriale dello stato francese in Vallonia. Si tratta al momento di scenari assai ipotetici. Ma è bene sottolineare come in Belgio se ne stia occupando tanto la stampa quanto una pubblicistica di successo. Ragione di più per monitorare con attenzione quanto accade in quel paese. (g.d.)