Mezzaluna
06.07.2011 - 14:41
ANALISI
 
Libano: omicidio Hariri, la propaganda di Hezbollah e le anomalie del tribunale speciale
Roma, 6 lug 2011 14:41 - (Agenzia Nova) - Il 23 maggio 2009 il settimanale tedesco “Der Spiegel” rivela che le indagini condotte dal Tribunale Internazionale sul Libano indicano in Hezbollah il colpevole dell’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri. "Der Spiegel" afferma che tali notizie provengono da fonti vicine al tribunale speciale per il Libano (Tsl), istituito dall’Onu nel maggio del 2007. Sono passati oltre due anni dalle anticipazioni del settimanale tedesco, e solo la settimana scorsa l’atto d’accusa contro quattro membri del “partito di Dio” sono state consegnate alla magistratura libanese da una delegazione del Tsl giunta a Beirut. Eppure, la vicenda dell’assassinio di Hariri, ucciso in una attentato a Beirut nel 2005, è una questione cruciale intorno alla quale, da 7 anni, ruota la storia politica del paese dei Cedri.

Non a torto, i libanesi definiscono questo processo “il caso del secolo”. Un caso che divide il paese in due schieramenti politici nettamente contrapposti: da una parte il “Fronte del 18 marzo”, filo-occidentale, che fa capo all’ex premier Saad Hariri, figlio ed erede politico di Rafiq; dall’altra il “Fronte dell’8 marzo”, guidato dalla milizia sciita filo iraniana e siriana del “partito di Dio”. Affermare che il processo Hariri rappresenti uno spartiacque per la vita dei libanesi, non è affatto un’esagerazione, ma rispecchia la sostanza della situazione che si è venuta a creare.

Puntare il dito dell’accusa nei confronti dei membri della potente milizia Hezbollah – tra l’altro vicinissimi alla leadership del partito – significa esporsi all’ira del suo segretario, lo sceicco Hassan Nasrallah, che ha detto senza mezzi termini che “quel dito sarà tagliato”. Ma c’è un’altra insidia, se possibile ancora più pericolosa di quella politica: accusare gli sciiti di aver assassinato un leader sunnita significa preparare il terreno per un bagno di sangue tra le due confessioni principali dell’Islam, che da sempre si guardano con sospetto e ostilità. Se poi queste accuse sono promosse da occidentali e non musulmani – e il Tsl lo è – vuol dire che a istigare alla violenza sono i soliti “crociati miscredenti” spinti da “sionisti ed americani".

Queste sono in sostanza le argomentazioni che ha usato lo stesso sceicco Nasrallah, sabato scorso, per affermare che gli imputati del suo partito non compariranno di fronte ai giudici “né fra 30 giorni, né fra 30 anni e neppure fra 300 anni”. Trenta, sono i giorni di cui dispone la magistratura libanese per arrestare i quattro accusati prima di dare corso al processo “in contumacia”. Hezbollah accusa il Tsl di non cercare la giustizia ma di voler mettere sotto accusa la “resistenza libanese” al fine di disarmarla, secondo un disegno statunitense e israeliano, sostenuto dai loro avversari politici interni. Argomenti, questi, certamente strumentali oltre che demagogici e cari agli amanti della teoria del complotto.

Tuttavia, Nasrallah, presunto istigatore dell'omicidio, impiega anche altre argomentazioni che impongono a qualunque osservatore neutrale di porsi degli interrogativi sull’intera vicenda. A questo riguardo vale la pena di ricordare le anomalie del procedimento svolto dalla procura internazionale e dal Tsl, oltre alle false versioni dell’accaduto fornite da testimoni inattendibili, e successivamente riconosciuti come tali. Temi usati appunto da chi crede che il tribunale non sarebbe altro che uno strumento dei "nemici" occidentali, gli Stati Uniti la Francia in particolare.

Non è chiaro, ad esempio, perché il Tribunale speciale non abbia dato il giusto peso alle immagini diffuse un anno fa dall’emittente televisiva libanese “al Jadid” di una riunione segreta tra Saad Hariri e Mohammed Al Saddik. Al Saddik è un ex ufficiale dei servizi segreti siriani che ha avuto un ruolo importante nei primi mesi dell’inchiesta, riferendo di incontri nei quali dirigenti siriani avrebbero pianificato l’attentato ad Hariri. In base ai racconti di al Saddik ,ritenuto per lungo tempo “il teste chiave” del procedimento Hariri, quattro alti ufficiali libanesi furono arrestati e tenuti in carcere dall’aprile 2005 ad agosto 2009. Ma al Saddik raccontava il falso e gli inquirenti impiegarono molti mesi prima di riconoscerlo.

Tuttavia, del “teste chiave” non si sa più nulla. O meglio, si sa che si era rifugiato a Parigi per poi recarsi negli Emirati arabi uniti. Non si sa invece per conto di chi lavorasse, né perché si fosse incontrato, per giunta in segreto, con Hariri. Nasrallah disse più volte al passato governo libanese, guidato proprio da Saad Hariri, che se bisognava fare un processo, era necessario allora includere nel dibattito anche la questione dei “falsi testimoni”. Ma la sua richiesta non è mai stata accolta. L’unica ammissione da parte di Hariri è stata quella fatta al quotidiano panarabo “al Sharq al Awsat” in un'intervista durante la quale ha scagionato la Siria dalle accuse, riconoscendo il carattere fuorviante delle dichiarazioni dei “falsi testimoni".

Un’altra anomalia sostenuta dagli oppositori al processo riguarda il fatto che “mai prima d’ora un tribunale internazionale era stato istituito per giudicare un omicidio politico”. Altri tribunali simili, infatti, hanno sempre giudicato crimini contro l’umanità. Non solo, fanno notare i critici, “il Tsl alla fine del 2010 ha introdotto la possibilità, esclusa invece in tutte le altre corti internazionali, di giudicare in contumacia”. Inoltre, il Fronte del “14 marzo”, che ora chiede al governo di Najib Mikati di celebrare il processo oppure lasciare la guida dell’esecutivo, dimentica oggi che nel precedente esecutivo guidato dal suo leader, Saad Hariri, non ha voluto né potuto celebrare lo stesso processo.

Tra l’altro lo schieramento filo-occidentale dice oggi, e giustamente: “Basta all’impunità”: ma proprio i loro leader fecero votare, dopo l’assassinio di Hariri, l’amnistia per il "signore della guerra" Samir Geagea, riconosciuto colpevole dell’omicidio di un primo ministro in carica, Rachid Karame. Dividere il paese in “buoni” (i filo-occidentali) e “cattivi” (filo iraniani) è alquanto semplicistico, ma soprattutto favorisce la logica dello scontro. E forse oggi è proprio di questo che non ha bisogno il Libano. Al di là della guerra in atto, per fortuna solo mediatica, tra i due schieramenti pro e contro il tribunale speciale, c’è solo da sperare negli esili appelli alla moderazione che arrivano da più parti.

Su tutti, quelli del quotidiano panarabo “al Hayat”, che così titola il suo editoriale di oggi: “Occorre uscire dall’impasse dell’assassinio di Hariri”. Per il foglio edito a Londra, e di proprietà saudita, “non è giusto che il Libano resti prigioniero del sangue di Rafiq Hariri. Il fatto di restare in balìa di quel crimine orrendo, infatti, realizza forse i desideri dei suoi assassini. In realtà il destino del Libano è più importante di qualsiasi persona, anche se non si può non considerare l’ex premier Rafiq Hariri come uno dei leader di maggiore rilevanza nella storia del Libano indipendente". (a.f.a.)
 
Libano: Hezbollah mina la credibilità del tribunale speciale con la sua contro-accusa
Roma, 6 lug 2011 14:41 - (Agenzia Nova) - La milizia sciita libanese ha lanciato in questi giorni pesanti accuse contro il Tribunale speciale sul Libano (Tsl). Accuse molto circostanziate che, se confermate, potrebbero colpire duramente la credibilità della procura internazionale che indaga sull’omicidio dell’ex premier libanese Rafiq Hariri. Si tratterebbe infatti della messa in discussione di tutto l’impianto accusatorio del Tsl, che vede quattro membri della milizia filo-iraniana come principali imputati nel “processo del secolo”, attorno al quale ruota il futuro politico del paese dei cedri. Se non venisse smentito, questo “capo d’imputazione alla rovescia”, potrebbe finire per dare credito al teorema di Hezbollah, incentrato sull’idea che il Tsl non voglia fare giustizia ma mettere sotto torchio la “Resistenza libanese” per disarmarla, secondo un disegno statunitense e israeliano, sostenuto dagli avversari politici interni.

La posta in palio è troppo alta per il movimento sciita, che per difendersi rischia il tutto per tutto: persino il suo efficiente apparato di intelligence, mettendo in piazza carteggi riservati di organismi delle Nazioni Unite. Sabato scorso, infatti, il suo segretario generale, Hassan Nasrallah, ha esibito in tv un documento in grado di provare che il Tribunale ha inviato ad Israele ben 77 computer in dotazione alla sua procura. Di fronte ai dubbi sollevati dall’opposizione sul documento esibito del suo leader, ieri Hezbollah ha fatto filtrare alla stampa locale altri tre documenti scottanti con relative conclusioni circa la loro gravità e conseguenze.

Il primo è una richiesta di esenzione di imposte indirette presentata dal membro di una delegazione diplomatica. Il foglio - pubblicato sul quotidiano libanese "Al Safir" - è un modulo dell’Ufficio Dogane e imposte aggiuntive dello stato ebraico con in calce il nome Meho Heros, che secondo il giornale corrisponde a uno dei responsabili dell’Untso, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l’osservazione della tregua tra Israele e Libano, con sede a Gerusalemme. La richiesta, che porta anche il timbro delle autorità israeliane, riguarda l’esenzione delle imposte su un carico che porta il numero 29148.

Un carico anomalo perché invece di essere dell’Untso, l’organismo che ne fa domanda risulta appartenere a un altro organismo che con Israele non dovrebbe avere nulla a che fare. Il secondo documento infatti è un registro delle merci riferite al carico 29148, nel quale viene chiaramente indicato che si tratta di “materiale appartenente al Uniiic”, acronimo di “United Nations internazional independent investigation commission”, ovvero la sigla che indica la Commissione d’indagine indipendente delle Nazioni Unite istituita nell’aprile 2005 dalla Risoluzione 1959 del Consiglio di sicurezza per investigare sull’omicidio di Hariri, ucciso a Beirut due mesi prima.

Il terzo documento è invece la lista del contenuto del container numero 290530/6, del solito carico 29148. La lista elenca materiale delicato: “77 computer con tutti gli accessori, 20 dei quali desktop e 57 portatili laptop”. Oltre alla scontata domanda del perché l’Uniiic abbia inviato proprio in Israele tale materiale, e per giunta attraverso un’altra organizzazione sempre targata Onu, Hezbollah insiste sugli “innegabili vantaggi” per Israele derivanti da un materiale tanto delicato che dovrebbe essere riservato.

Ovviamente Hezbollah dà per scontato che gli 007 del Mossad si siano catapultati su quei computer prima di riconsegnarli: copiare il contenuto di quei pc, magari anche la memoria remota e cancellata, deve essere stato un gioco da ragazzi per gli esperti d’informatica dei servizi segreti esteri di Israele. Il punto è che le autorità libanesi hanno messo a disposizione dell’Uniiic una mole impressionante d’informazioni: non solo notizie attinenti direttamente alle indagini, come testimonianze, identità di persone sospettate, risultati di laboratori e raccolte di prove e indizi, ma molto altro.

Per permettere il lavoro agli inquirenti internazionali, infatti, l’Uniiic si è trovato tra le mani anche “tutto il database delle comunicazioni telefoniche in Libano a partire dal 2002 e fino alla data della consegna dei pc agli israeliani”, come scrive “al Safir”, che dà per certo che "anche l’archivio dell’anagrafe, le impronte digitali e molto altro” siano stati aggiunti agli archivi informatici del Mossad. Hezbollah non esclude inoltre che gli israeliani possono avere “impiantato” in questi computer dei virus o schede elettroniche che contengono programmi in grado di “leggere e dirottare altrove” futuri dati che verosimilmente verranno inseriti negli stessi pc una volta restituiti.

Non c’è bisogno di riportare tutte le conclusioni a cui giunge Hezbollah nella sua “contro- accusa” al Tsl, come è stata subito battezzata la mossa a sorpresa del partito di Dio. Se tutto quello che viene imputato al Tsl non venisse smentito in modo convincente, sarebbe difficile opporsi alla tesi conclusiva dell’accusato: “Il Tribunale speciale per il Libano ha passato al nemico israeliano informazioni di vitale importanza sulla sicurezza del paese”. Per il momento nessun commento ufficiale è arrivato da Israele. Debole invece è stata finora la risposta del Tribunale speciale. Il procuratore del Tsl, Daniel Bellemare, ha detto solo che le sue indagini sono state condotte “nel rispetto delle più elevate norme della giustizia internazionale, ed i suoi risultati sono fondati soltanto su fatti e su elementi di prova credibili”.

Giovedì scorso il Tsl ha consegnato un atto d'accusa e quattro mandati d'arresto al procuratore generale del Libano, Said Mirza. Il ministro dell’Interno libanese, Marwan Charbel, aveva in seguito confermato i nomi dei quattro sospettati oggetto dei mandati di arresto. Sono tutti membri di Hezbollah: Mustafa Badreddine, Salim Ayyash, Assad Sabra e Hussein Anaissi. Tutti e quattro avrebbero costituito la cellula incaricata di progettare ed effettuare l’attentato costato la vita ad Hariri e ad altre ventidue persone a Beirut nel 2005.

E’ vero che le accuse di Nasrallah non discolpano i suoi uomini dalle eventuali responsabilità, ma è anche vero che le stesse accuse gettano un’ombra sulle troppe anomalie nelle indagini di un processo che, potenzialmente, potrebbe fare da detonatore ad una guerra civile nel paese dei cedri, con gravi conseguenze sui precari equilibri del Medio Oriente. (a.f.a.)